L’abbraccio
Pubblicato il 24-10-2025
Si intitola Il sogno l’appassionata e toccante orazione civile che Roberto Benigni dedica all’Unione Europea, «il più piccolo continente del mondo che ha acceso la miccia di tutte le rivoluzioni». L’attore ci mette in guardia dal più temibile nemico della pace, il nazionalismo, «il carburante di tutte le guerre, un’ossessione per la nazione al di sopra di tutto, anche di Dio, una malattia che si maschera da patriottismo», il cui vero motore è la paura, anzitutto del prossimo.
E così ogni anno, dalla Seconda guerra mondiale a oggi, il mondo intero brucia oltre 2mila miliardi di euro in spese militari, risorse consegnate all’odio, alla sfiducia, alla paura. Benigni avverte l’oscurità che incombe sul presente, proprio come Beethoven che, due secoli fa, in piena Restaurazione, sente il bisogno di musicare l’Inno alla gioia di Schiller, un potente antidoto illuminista al clima repressivo instaurato da Metternich, con i giornali messi sotto controllo, gli artisti ridotti a sorvegliati speciali e le riunioni studentesche proibite. Con un gesto etico potente e rivoluzionario Beethoven conclude la Nona Sinfonia con un inno alla fratellanza e alla multiculturalità, introducendo per la prima volta le voci umane in un’opera strumentale, in un dialogo sorprendente in cui gli strumenti suonano come voci e le voci come strumenti.
All’inizio del quarto movimento, il compositore affida veri e propri recitativi strumentali a violoncelli e contrabbassi, scrivendo sulla bozza della partitura «cerchiamo amici qualcosa da cantare». E così i temi dei tre movimenti precedenti tornano a salutarci, ma via via sono scartati dai bassi, il primo appare troppo doloroso, il secondo (lo scherzo) troppo leggero, il terzo (l’adagio) troppo tenero. Ma quando gli oboi annunciano il tema dell’ode alla gioia violoncelli e contrabbassi esultano e lo intonano a loro volta, «eccolo lo abbiamo trovato» si legge negli abbozzi.
Le prime parole del baritono non sono di Schiller ma dello stesso Beethoven: «Amici non questi suoni, cantiamo un altro canto più grato, più gioioso». Così si apre la via alla gioia, la scintilla divina capace di unire mendicanti e principi. La frase «Tutti gli uomini saranno fratelli» sarà ripresa più volte nel corso dell’intero movimento, sino al congedo dei solisti nella coda finale. «Abbracciatevi, moltitudini! Questo bacio vada al mondo intero!» Se i popoli investissero nella fiducia, nella bellezza, nella scienza e nelle arti cambierebbe il volto del mondo. Così Benigni fa suo l’invito di Schiller e fa il punto sulla strada percorsa: «L'Inghilterra secoli fa, con la Magna Charta, ha fatto il primo passo e ha detto al popolo “siete liberi”; la Francia con la Rivoluzione ha detto “siete sovrani”; noi europei dobbiamo fare l'ultimo passo e dire al mondo: “siete fratelli”».
Non è un caso che nel 1985 proprio l’Inno alla gioia sia divenuto l’inno ufficiale dell’Unione Europea, un monito a superare le divisioni in nome della fratellanza universale. Basterebbero in fondo un po’ di coraggio e di fiducia, gli stessi sentimenti con i quali Beethoven ha saputo scardinare le convenzioni musicali del suo tempo, alla ricerca di nuove vie, di nuovi suoni capaci di stringere in un abbraccio tutti i popoli del mondo.
Mauro Tabasso
NP giugno / luglio 2025




