Il tamburo di Ernesto

Pubblicato il 16-09-2025

di Mauro Tabasso

In una scena del film Pensavo fosse amore, invece era un calesse, Massimo Troisi domanda: «Perché siete tutti così sinceri con me? Cosa vi ho fatto di male io?»

È probabile che un analogo quesito se lo siano posto i maestri d’orchestra che ebbero l’onore e l’onere di provare sotto la direzione del grande Toscanini, uno che, mentre Dio distribuiva i caratteri, probabilmente aveva già litigato con tutta la fila. Proverbiali le sue invettive contro gli orchestrali, in un’occasione definiti addirittura «Assassini!» Un giorno il nostro amico Arturo, di umore particolarmente plumbeo, disse di loro: «Gente che quando la partitura indica di suonare con amore suona come uomini sposati». E un’altra volta, modesto ed empatico come sempre, li incoraggiò con affetto: «Dio mi dice come la musica dovrebbe suonare, ma in mezzo ci siete voi!» Cortesie a parte, Toscanini fu uno dei fautori del successo straordinario del Bolero di Ravel, da lui diretto a Parigi nel 1930. Qui si azzuffò con il compositore, che definì troppo veloce l’esecuzione. Anche Ravel era un tipo bislacco: «La cosa migliore che ho realizzato è il Bolero, peccato non sia musica!» Pare che alla prima rappresentazione una signora presente in platea abbia gridato a Ravel: «Pazzo, pazzo!» In tutta risposta il compositore, per nulla turbato, disse che la signora era forse l’unica ad aver capito l’opera.

Cos’aveva di così strano il Bolero? A colpire è anzitutto la sua estrema semplicità: 17 minuti di musica occupata da due soli temi, che si ripetono su un ritmo ossessivo, ipnotizzando l’ascoltatore. Ravel gioca ad aggiungere e togliere i singoli strumenti ripetizione dopo ripetizione, iniziando in pianissimo, col tamburo che entra per primo e che resta per tutto il brano, accompagnato dal pizzicato di viole e violoncelli. Un flauto introduce il tema celeberrimo, ripetuto poi da un clarinetto. Imponente e suggestivo il crescendo strumentale, con l’ingresso in scena di ottoni, legni, violini e del sax tenore, strumento tipico del jazz che Ravel tanto amava. La progressiva e inarrestabile intensificazione sonora sfocia in un grido liberatorio di tutta l’orchestra, nel quale il ritmo si azzera e il battito cardiaco dell’ascoltatore si placa.

A impressionare a ogni ascolto è il gioco di squadra dei singoli strumenti chiamati in causa, gocce d’acqua che si fanno cascata e che confermano un proverbio del Burkina Faso secondo il quale «Se le formiche si mettono d’accordo possono spostare un elefante». È in fondo la storia del Sermig, nato dal sogno di Ernesto Olivero, un ragazzo visionario e incosciente che, come il tamburo di Ravel, ha aperto le danze, mantenendo fino a oggi la pulsazione ritmica che ha consentito all’Arsenale della Pace di oltrepassare i confini torinesi per abbracciare il mondo intero, reclutando un esercito imponente di uomini e donne di diversa religione, cultura ed etnia, accomunati dal desiderio di suonare e amplificare quello stesso tema musicale. L’unica differenza dal Bolero è l’assenza del grido finale, perché la missione dei giovani è inarrestabile, sono i soli davvero capaci di abitare il futuro.


NP Maggio 2025
Mauro Tabasso

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