Il jukebox di Pyongyang
Pubblicato il 02-07-2025
Se John Lennon immagina un mondo condiviso, senza Paesi e senza religioni, gli U2 dedicano due canzoni a Martin Luther King, i Simple Minds pubblicano Mandela Day nell’anno della liberazione del leader sudafricano.
Canzoni immortali che rappresentano importanti vittorie di civiltà e inni alla libertà, capaci di stimolare un cambiamento nelle coscienze. Ma il binomio musica e libertà è tanto potente quanto scomodo: gli artisti possono rappresentare per i regimi totalitari un avversario pericoloso, da eliminare con la censura e la repressione. Il dittatore nordcoreano Kim Jong-Un nel dicembre 2020 ha approvato una “Legge per l’eliminazione del pensiero e della cultura reazionari”: quindici anni di carcere per chi detiene materiale proibito, mentre per chi si azzarda a distribuirlo l’ergastolo o la pena capitale. La musica che Kim teme di più è il K-pop sudcoreano, un vero e proprio tabù, in quanto simbolo di un’inaccettabile integrazione fra elementi tradizionali coreani e musica pop occidentale. Anche il governo di Seul, dal canto suo, è ben consapevole del potere rivoluzionario della musica: nel 2016, in risposta a un test nucleare di Kim Jon-Un, la Corea del Sud ha “fatto fuoco” con una hit del momento, Bang Bang Bang della boy band sudcoreana Big Bang, sparandola a tutto volume dagli amplificatori posti al confine con la zona demilitarizzata.
Ma allora che musica possono ascoltare i nordcoreani? La dura e interminabile giornata lavorativa di un nordcoreano inizia alle 6 del mattino, sempre con la stessa canzone, diffusa dagli altoparlanti della stazione ferroviaria di Pyongyang: si intitola Dove sei, mio generale? e serve per motivare la popolazione al lavoro, ricordando la morte del “Presidente Eterno” Kim Il-Sung. Un tormentone che può andare avanti per ore. Non è ovviamente l’unica opzione del jukebox, vi sono diverse canzoni patriottiche, relative al culto della personalità e dai titoli propagandistici come La nostra vita è proprio una canzone, Dobbiamo tenere le baionette con più decisione, La mia patria colma di felicità, Noi siamo Uno. Molti dei brani più famosi appartengono a un genere noto come taejung kayo, tradizionalmente interpretati da donne accompagnate da band, o da cori affiancati da una grande orchestra. Tra i pochi gruppi pop locali spicca la Moranbong Band, sedici donne (undici strumentiste e cinque cantanti) selezionate personalmente dal dittatore Kim Jong-Un, con un prevedibile repertorio di pezzi dedicati al leader e alla patria. La Corea del nord vanta anche un’orchestra sinfonica di Stato e una compagnia operistica dal nome inquietante: Mare di sangue.
L’unico augurio che possiamo fare a questa “isola” infelice e chiusa, ostinatamente sigillata nel mare della contemporaneità, è che l’onda lunga e travolgente della musica libera possa un giorno giungere a lambire le sue coste. Chissà che in futuro le note di Imagine possano inondare liberamente le strade semideserte e taciturne di Pyongyang, attenuare il grigiore seriale e sovietico della sua architettura e scaldare, finalmente, i cuori dei suoi abitanti, poiché solo la musica, come ci ricorda Bach, «aiuta a non sentire dentro il silenzio che c’è fuori».
Mauro Tabasso
con Valentina Giaresti
NP marzo 2025




