Forte come un giglio
Pubblicato il 17-03-2026
«Quando hai solo due centesimi, acquista una pagnotta con uno, un giglio con l’altro». È un antico proverbio cinese, che ci ricorda l’importanza di nutrire lo spirito, anche nelle situazioni più disperate, poiché, come disse Debussy: «Chiudere le finestre alla bellezza è contro la ragione, e distrugge il vero significato della vita».
La soprano livornese Frida Misul, ebrea sopravvissuta all’olocausto, raccontò di aver vissuto fino all’età di vent’anni nutrendo la propria anima con «un dolce sogno d’arte». La ragazza non si perse d’animo nemmeno con l’introduzione delle leggi razziali, cambiando il proprio cognome da Misul in Masoni per continuare a cantare nei teatri. A tradirla, inaspettatamente, fu la sua insegnante di canto, Elena Mancini, che la denunciò alle autorità livornesi, causandone l’arresto e la deportazione ad Auschwitz a soli 25 anni. Stremata dal ritmo di lavoro infernale, derubata dei suoi sogni e persino del suo nome, brutalmente sostituito con la matricola A5383, Frida una sera si presentò nell’infermeria del campo, talmente sfinita da non temere neppure la morte, pur sapendo che chi non guariva da solo finiva dritto nei forni crematori.
Quando una dottoressa le chiese di cantare, Frida raccolse le ultime forze per intonare una semplice canzone popolare, Mamma. Un secondo medico delle SS la invitò a continuare e, toccato nell’animo dalle note di un Lied di Schubert, la assegnò al blocco situato accanto al crematorio, col compito di selezionare e rammendare i vestiti lasciati dai prigionieri prima di entrare nelle camere a gas. In questo modo ebbe salva la vita. La nuova mansione, infatti, per quanto penosa dal punto di vista morale, preservò Frida dal freddo, dalla fatica, dalla violenza fisica, consentendole così di cantare per le SS e le Kapò ogni domenica, rimediando in cambio qualcosa da mangiare, che lei puntualmente divideva con le compagne di baracca. Ma il regalo più prezioso che Frida condivise con tutte loro fu la musica. Scrisse molte canzoni originali per le sue compagne, alleviandone così la solitudine e salvaguardando la loro condizione di esseri umani, poiché l’uomo, come ci ricorda il Mahatma Gandhi, «può calpestare un fiore, due, tre…ma non potrà mai annientare tutta la primavera».
La stessa Frida raccontò che la sera di Capodanno, dopo aver cantato per le SS l’Ave Maria di Schubert e un’aria dalla Butterfly di Puccini, la sua Kapò, solitamente violenta nei suoi confronti, si avvicinò commossa al suo letto, nel cuore della notte, accarezzandola e regalandole una fetta di pane e carne. Ma in quel momento l’emozione più grande per Frida fu sentirsi di nuovo chiamare con il suo vero nome. È il potere salvifico della bellezza, capace di risvegliare anche il più piccolo frammento di umanità, per quanto sepolto e silenziato nell’abisso d’odio di chi assiste indifferente allo sterminio quotidiano di persone innocenti. Nel suo romanzo 1984 George Orwell, descrivendo un mondo totalitario e illiberale, scrive: «Se riesci a sentire fino in fondo che vale la pena conservare la tua condizione di essere umano anche quando non ne sortisce alcun effetto pratico, sei riuscito a sconfiggerli».
Mauro Tabasso
NP dicembre 2025




