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Laboratorio bambini/1: Ben più di una moneta

La Giornata nazionale per i diritti dell’infanzia ci ricorda che ogni bambino è affidato alla nostra responsabilità, chiede accoglienza, protezione e promozione ad ognuno di noi. Chiede che ci mettiamo dalla sua parte. “Dare priorità all’infanzia significa subordinare la dimensione economica a quella sociale e assicurare che le decisioni politiche rispettino i principi etici e la dignità della persona umana”: Dom Luciano Mendes de Almeida lo scriveva e lo viveva. Le migliori leggi, poi, funzionano solo se applicate dai cittadini, la società migliora se ogni cittadino si adopera per questo.

di Monica Canalis

50.000 minori coinvolti nell’attività di accattonaggio. È un numero spaventoso, ma non stiamo parlando di una favela brasiliana o di una bidonville africana: si tratta di una statistica di casa nostra (“Erode: la strage degli innocenti”, redatta dall’agenzia vaticana Fides lo scorso anno - n.d.r.).

Questi minori provengono per lo più dall’est Europa e sono avviati alla vita di strada dai circuiti della tratta o dalle loro stesse famiglie. Rientrano spesso in un fenomeno più ampio, quello dei minori stranieri non accompagnati, definiti dalla legge italiana minorenni non aventi cittadinanza italiana o di altri stati dell’UE, che si trovano per qualsiasi causa sul territorio italiano privi di assistenza e rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per loro legalmente responsabili.


Foto: Alberto Ramella

Dal dossier statistico 2005 della Caritas risulta che i minori stranieri non accompagnati segnalati in Italia dal Comitato per i minori stranieri (istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1998) nel 2005 erano 5.573. L’80 % di essi è di sesso maschile e prevalgono gli adolescenti tra i 15 e i 17 anni, ma l’arrivo di minori di età inferiore ai 14 o addirittura ai 10 anni è in forte aumento. La Romania è il primo Paese di provenienza con il 37,2 %, seguita dal Marocco (20,1 %) e dall’Albania (16,8 %).

Oltre alla piaga dell’accattonaggio, questi bambini e ragazzi sono coinvolti in altre attività illecite, quali lo spaccio di stupefacenti, la prostituzione, lo sfruttamento del lavoro minorile, l’organizzazione di baby gangs dedite ai furti. La dimensione visibile del fenomeno è limitata rispetto ad una realtà ben più vasta e sordida. Questi minori si trovano a tutti gli effetti in mezzo a noi, frequentano i nostri parchi, i nostri supermercati, talvolta vivono nell’appartamento accanto al nostro. Eppure sono dei piccoli schiavi, non vanno a scuola, sono separati dalla famiglia o utilizzati dalle reti familiari per guadagnare denaro, vittime di violenze fisiche e psicologiche inaudite.

Pare incredibile che una società come la nostra, che si dice avanzata e che formalmente si ispira alle numerose Convenzioni internazionali che tutelano i minori (ricordiamo la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo e la Convenzione OIL n. 182 contro il lavoro minorile) possa conoscere un fenomeno come ques?to, i cui responsabili sono innanzitutto gli sfruttatori diretti, ma anche i clienti italiani (da chi compra la droga a chi frequenta queste/i piccole/i prostitute/i) e tutti coloro che passano accanto a questi bambini o sanno della loro esistenza, ma non denunciano il fenomeno e con il loro disinteresse ne diventano responsabili.

Ricordo la storia di Maria, piccola ecuadoriana di 14 anni, arrivata in Italia con l’obiettivo di rimanervi per pochi mesi, fare qualche soldo e portarlo alla famiglia. La promessa degli organizzatori del viaggio, del suo Paese d’origine, era che avrebbe assistito una famiglia italiana come domestica. Si trattava di illusioni. Maria fu subito inserita in un gruppo di altre 3 o 4 ragazzine, attirate con le stesse false lusinghe, e messe a lavorare con turni pesantissimi, fino a 14 ore al giorno, chiuse in una roulotte, per produrre oggetti di artigianato tipico latinoamericano, in seguito rivenduti sulle bancarelle dei mercati italiani e comprati da normali acquirenti italiani. Maria non è mai riuscita a confessarlo, ma alcune delle sue compagne hanno ammesso di essere state ripetutamente violentate dai loro aguzzini. Sapete come si è salvata Maria?
Un giorno una signora italiana la vide sotto i portici di Milano, intenta a intrecciare i suoi braccialettini ecuadoriani, e si fermò a parlarle. Questo avvenne una, due, tre volte, finché Maria trovò il momento per dirle la verità e chiederle aiuto. La signora andò immediatamente a denunciare il fatto e Maria fu messa al sicuro.

Questi ragazzi sono in mezzo a noi perché c’è un interesse su di loro: sono piccole fabbriche di denaro. Un minore che passa 8 o 10 ore al giorno a rubare profumi, cosmetici, scarpe ecc. nei nostri superm?ercati, riesce a portare ai capi della gang fino a 1.000 € al giorno. I minori che si prostituiscono riescono a guadagnare diverse centinaia di euro all’ora. Un bambino che chiede l’elemosina: fino a 100 € al giorno.
Questi minori provengono da situazioni di povertà, materiale e morale, e di disgregazione familiare, da contesti in cui l’inadeguatezza dei servizi sociali e del sistema scolastico impediscono un’efficace informazione sulla realtà dell’emigrazione e della tratta. Sono privi degli strumenti necessari per valutare la veridicità di ciò che viene loro detto e per difendersi dagli adulti. Senza prospettive, sono altamente vulnerabili e quindi facilmente coinvolgibili in reti criminali. Sono insomma in balìa di noi adulti.

Anche quando emigrano con un chiaro obiettivo lavorativo ed economico, non hanno la stessa capacità degli adulti di far fronte alla clandestinità e sono quindi più spesso vittima dello sfruttamento. Tutti questi ragazzi, anche quelli non accompagnati, sono seguiti da qualche adulto (parente o no), ma sono di fatto abbandonati dal punto di vista affettivo e interrotti nel loro normale percorso di crescita. Ragazzini di 11 o 12 anni sembrano uomini vissuti, a causa di esperienze durissime, dell’essere stati trattati da grandi. In realtà, presentano una fragilità ed immaturità emotiva molto forti: restano adulti a metà, avendo dovuto saltare alcuni dei passaggi obbligati della crescita.

Penso spesso ad Alexandru, bambino romeno di 13 anni. Uno sguardo molto acuto, scaltrezza da vendere. Alexandru era un abile ladro e in Italia sembrava cavarsela benissimo anche da solo. Eppure, ogni notte ricompariva il suo problema, l’enuresi notturna, e non riusciva a smettere d?i fare la pipì nel letto. È una storia, come ce ne sono tante, ma rappresenta il bisogno di cure e di tutela di questi ragazzi. Che cosa sarà di loro se non si interviene? Di solito, quanto più tempo trascorrono in strada o in giri criminosi, tanto più diventa difficile recuperarli. Nessuno dovrebbe avere il diritto di appiccicare la parola irrecuperabile addosso a qualcuno, eppure, se non si inverte la rotta, questo è il destino di molti di loro.

Attualmente, chi viene fermato dalle forze dell’ordine o chiede aiuto ai servizi sociali, può prendere diverse direzioni: inserimento in comunità o affidamento a parenti in Italia, oppure ritorno nel Paese d’origine, anche in questo caso in comunità o in famiglia.molto. L’alta incidenza sui budget dei Comuni italiani dei costi, che la permanenza dei minori in comunità comporta, è una realtà che non può essere ignorata.

 Inoltre, il percorso di integrazione in Italia é spesso frammentato e reso difficile da un sistema scolastico e da strutture di accoglienza non ancora preparate ad ospitare individui che sono al tempo stesso minori e stranieri, per di più soli. Posto che i minori per legge non sono espellibili, occorre interrogarsi seriamente e senza ideologismi sulle risposte al problema. Credo che sia la cittadinanza, sia le istituzioni possano fare

Da un lato, ogni cittadino (e ogni cittadino cristiano) può aprire gli occhi e vedere queste situazioni di sfruttamento, anziché voltars?i dall’altra parte. Lo ripeto: questi ragazzi vivono spesso nell’appartamento accanto al nostro. Ciascuno può denunciare queste situazioni alle forze dell’ordine o regalare un’attenzione diversa, con un interesse diverso a questi piccoli. La cultura della legalità e della giustizia comincia dal non accettare un sistema che fa sì che un bambino trascorra tutto il giorno in tram a suonare la fisarmonica invece che sui banchi di scuola.

Dall’altro lato, le istituzioni devono intervenire in modo più rigoroso ed efficace; tutte le istituzioni, sia quelle italiane sia quelle dei Paesi d’origine. Credo debba aumentare il dialogo interistituzionale tra Stati, a tutti i livelli, polizia, magistratura, governi, servizi sociali, affinché il problema sia affrontato con la collaborazione, e non scaricando le responsabilità su altri. La fuga di questi minori costituisce una perdita gravissima per la società dei loro Paesi. Naturalmente, i ragazzini riescono a mandare delle rimesse, ma la perdita umana è molto più grande. Occorre quindi che Paesi come il Marocco o la Romania si preoccupino maggiormente di questi loro figli, prevedendo sanzioni per i funzionari di dogana complici dei trafficanti, limitando l’abbandono scolastico, predisponendo strutture di accoglienza davvero serie come alternativa alle famiglie disgregate. Occorre anche che l’Italia intervenga sui clienti di queste reti criminose, di solito italiani, e che rafforzi gli strumenti per integrare i minori o per accoglierli temporaneamente in vista di un ritorno in patria, il più possibile assistito da progetti in loco (borse di studio, assistenza alla famiglia, borse lavoro...).

I dati del fenomeno sono davvero allarmanti e sollecitano tutti a fare un esame di coscienz?a. Tutti siamo interpellati da questi bambini che ci passano accanto per la strada, che come ombre ci chiedono una moneta. In realtà, ci chiedono molto di più: di non girarci dall’altra parte e di far crescere una cultura che veramente ami e rispetti i bambini.

di Monica Canalis
Nuovo Progetto novembre 2006