Bambini e non bambini

Pubblicato il 19-05-2026

di Marco Grossetti

L’altro giorno, all'entrata di Felicizia, ho sentito dire da una bimba dolcissima alle sue amichette: «Non parlate con lei». Parlava di un'altra bimba gentilissima che non le aveva fatto alcun male: siamo un po' tutti naturalmente invidiosi della felicità altrui, pronti a tirare fuori le spine per attaccare, pensando che stiamo solo difendendoci. E potremmo anche avere mille giustificazioni per sentirci così: il dolore che attraversa la nostra vita senza che ne abbiamo alcuna colpa, la ristrettezza in cui ci troviamo a vivere di fronte all'abbondanza che vediamo attorno, la totale non corrispondenza tra quello che ci sentiamo di essere e la luce di cui vorremmo brillare, l'alleanza con qualcuno che sentiamo di dover proteggere.

Il filosofo greco Eubulide da Mileto giocava con i granelli di sabbia chiedendosi quando un mucchio smettesse di essere tale, immaginando di togliere granello dopo granello la sabbia dal mucchio che aveva davanti. Potremmo chiederci allo stesso modo, quando è che la vita di un'altra persona c’entra con la mia? In base a quale motivo, qualcuno ha diritto a diventare una persona meritevole della mia preoccupazione e del mio aiuto se si trova a vivere in una condizione di solitudine e di mancanza? La sabbia richiama all'infinito, la nostra vita invece è fatta di limiti. Ci piacerebbe poter donare tutto a tutti, essere i generosi dispensatori di benessere e felicità, ma la limitatezza di cui siamo fatti ci costringe ogni momento a decisioni e scelte che possono sapere di cattiveria ed egoismo per chi ha ancora meno di noi.

I numeri di letti in una casa, la quantità di cibo su una tavola, i soldi dentro le tasche, i giochi dentro una stanza: nelle nostre mani tutto è finito, ce n’é per qualcuno, ma a meno di fortunatissime eccezioni, mai per tutti, anche se viviamo su un pianeta dove ci sarebbe il necessario per ogni persona. Ci sono aree degradate delle città dove si rivendica come un atto di giustizia e civiltà lo sgombero di baracche fatte di cartoni, masserizie e rifiuti: chi ci viveva prima è invisibile, l'importante è solo che la nuova vecchia fabbrica abbandonata dove vivrà sia lontano da qui. Quella che George Orwell avrebbe definito come una "non persona", anche se è ancora pienamente in vita, basta mettergli in mano un foglio di carta che dica che deve andare via dalla mia terra.

Qualcuno crede sia giusto decidere se un bambino possa ricevere un aiuto, avere dei diritti o continuare a vivere in una nazione, in base al posto dove è nato e dove sono nati i suoi genitori, al Dio in cui crede, al colore della pelle o alla lingua che parla, perché nella limitatezza delle risorse e delle possibilità, cosa c'è di male a mettere prima quelli che fanno parte della mia amorevole famiglia, della mia identica comunità, della mia stessa nazione, del mio popolo eletto? Sono sentimenti e ragionamenti esplicitamente discriminatori, ma raccontano anche la stanchezza, la paura, la rassegnazione per un modello di accoglienza, di cittadinanza e di convivenza che non funziona e che nessuno sta pensando a come cambiare.

Perché aiutare davvero una persona è molto più complesso di aggiungere un posto a tavola o mettere un tetto sopra la testa. Non avendo granelli di sabbia da contare, a Felicizia per imparare a camminare insieme sulla strada dell'amicizia e mandare via l'odio dal cuore, giochiamo a legarci le scarpe gli uni con gli altri. Se non si va d'accordo si può cadere, i veloci devono rallentare, i coraggiosi devono aiutare i timorosi: stando vicino puoi sentire il battito del cuore di chi è accanto a te, costretto ad andare allo stesso passo di chi volevi almeno per una mattina fosse per tutti una "non bambina". Nell'amicizia non vince chi fa più veloce, primo o ultimo non significa niente, vinciamo tutti solo se arriviamo insieme.


Marco Grossetti
NP febbraio 2026

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