Quattro sfide dell'Arsenale

Pubblicato il 29-07-2020

di Guido Morganti

Quella mattina del 2 agosto ’83 il portone di quell’edificio dell’Arsenale Militare che sarebbe stato dato al Sermig si aprì per una visita veloce. Struttura fatiscente agli occhi, maestosa al cuore. Il tetto del cortile, interrotto – la ricostruzione dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale aveva lasciato libero quello spazio – attirava lo sguardo verso il cielo. I deboli raggi di sole che penetravano dalle lunette laterali del muro portante il tetto disegnavano sui muri giochi di luci ed ombre che si ripetevano in successione. Ernesto con la sua immancabile Bibbia in mano contemplava quello che lui già vedeva.

 

Sono passati vent’anni e quando entro dal nuovo portone, quasi interamente di vetro, per comunicare sia l’invito ad entrare sia l’apertura al mondo di chi sta dentro, rimango sempre ed ancora emozionato e commosso. La bellezza dell’edificio ristrutturato ti prende, il sorriso di chi ti accoglie coinvolge, la vitalità che cogli ti anima.

 

Vent’anni non sono pochi. Vent’anni di storia fatta di storie di persone, di amici che ormai ci hanno lasciato e delle tante nuove che si sono coinvolte; vent’anni di incontri, di fatti. Di storia, appunto, che mi piace sintetizzare attraverso quattro delle grandi sfide di cui sono stato testimone.

 

La prima sfida è stata fidarsi della Provvidenza. Si è concretizzata attraverso la creatività di architetti, i calcoli degli ingegneri, il lavoro professionale di imprese edili e di artigiani, l’aiuto costante di volontari. Tutte persone che hanno creduto nell’importanza di trasformare un Arsenale Militare in Arsenale di Pace e che hanno regalato la loro disponibilità perché si realizzasse questo sogno di speranza.

 

La seconda sfida che tra le mura dell’Arsenale si è sviluppata a ritmo crescente e da queste mura si è esteso, l’apertura a 360° al mondo e alle problematiche emergenti con un’ottica di solidarietà e nella gratuità. Se l’Arsenale è stato in grado di essere al servizio dei disagiati e di intervenire nel mondo con aiuti e progetti di sviluppo, ad essere disponibile per azioni di pace – 82 i Paesi in cui sono stati effettuati interventi – è perché tantissimi hanno maturato la convinzione che ciò che si è e ciò che si ha è un dono che va condiviso e che il bene bisogna farlo bene.

 

La terza sfida: un oggi e un domani di speranza per i giovani. L’Arsenale è diventato punto di riferimento per giovani che hanno deciso di mettersi in gioco per realizzare grandi ideali. Non solo. Molti di loro hanno capito che la vocazione della loro vita era servire il Signore proprio attraverso lo ‘strumento’ Arsenale.

 

Ma la sfida più grande che ho visto all’Arsenale è vedere la bontà e la docilità impadronirsi dei cuori. Quando dinanzi alla morte, a sofferenze indicibili, a situazioni angosciose tu vedi che i tuoi amici che ne sono coinvolti non si scagliano contro Dio, non rinunciano ad affidarsi a Lui, continuano a sostenere con convinzione che è un Padre buono e a donarGli ciò che hanno e ciò che sono in quel momento, capisci che qualcosa di grande è successo. Quando ti trovi dinanzi a persone le cui scelte di vita hanno condotto ad avere un cuore duro e reso incapace di commozione e che, dopo un cammino a contatto con l’esperienza dell’Arsenale, diventano capaci di chiedere, ricevere, dare il perdono, cosa puoi dire se non che è veramente avvenuto un miracolo?

L’Arsenale, quindi, non è una struttura, ma un laboratorio di speranza da cui trarre stimoli per esportarne l’esperienza di vita e costruire la pace. E i nuovi Arsenali in Brasile e in Giordania e quelli che verranno diventano segni tangibili di questo cammino.

 

da Nuovo Progetto, agosto-settembre 2003

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