Sermig

Lettera agli amici - 29 marzo 2015

Caro amico, 

la vita mi è stata maestra e con l'aiuto di Dio continuerà ad esserlo sempre. Vale per me, può valere per tutti. Chi sono io? Sono un poveruomo che da sempre si sente osservato e non ha mai smesso di osservare. Sin da bambino il peccato ha cercato di mettermi in difficoltà, qualche volta mi ha fatto compagnia, ma non l'ho mai amato. Sin da bambino, quando lo sfioravo, gli dicevo con schiettezza: “Non avrai l'ultima parola”. Da allora, non ho mai cambiato idea. Mi sento osservato e non smetto di osservare. Nel cammino, ho incontrato alcuni esempi sbagliati, molti difetti in me e anche negli altri. Tutto questo non mi ha fatto paura, ma ha rafforzato un desiderio: “Non voglio essere così”. Ho incrociato per fortuna anche numerosi esempi positivi, persone bellissime, trasparenti, luminose e nel mio cuore dicevo: “Voglio essere come loro”. Incontrando tutto e il contrario di tutto, ho cambiato tante punte del mio carattere, semplicemente perché strada facendo capivo che non mi facevano bene e che non mi avrebbero portato da nessuna parte.

Cari amici,
siamo osservati. Non dimentichiamolo mai! Possiamo essere luce ed esempio per gli altri, possiamo diventare un dubbio, una domanda. Per questo, ognuno di noi dovrebbe avere il desiderio di diventare trasparente, di non avere una doppia faccia, di non vergognarsi di fronte a un limite ma dire semplicemente: “Non voglio essere così. Voglio essere di Dio”. Dovremmo avere tutti il desiderio di dirlo nel cuore. Solo così la gente guardandoci in faccia potrebbe dire: “Questa persona è particolare, ha incontrato qualche cosa che l’ha trasformata”. Poi può darsi che col tempo capisca che abbiamo incontrato Dio.
Ma questo non deve essere un nostro problema. Noi non dobbiamo parlare di Dio perché Lui parla già per conto suo. Ma dobbiamo sapere bene che se abbiamo una vita trasparente Dio può parlare attraverso di noi.

La gente ha fame di Dio, ha bisogno di scoprire la sua tenerezza, la sua consolazione, la sua speranza. Ogni uomo e ogni donna hanno bisogno di scoprire un senso di maternità, di paternità. Ecco, mi piacerebbe che ognuno di noi, che i nostri Arsenali diventassero sempre più materni e paterni, in modo che chi ha un problema possa semplicemente dire: “Vado da mia mamma, da mio papà”. Dico questo pensando ad un episodio avvenuto qualche tempo fa: una famiglia di stranieri viveva per strada a Torino; passa uno straniero come loro, vede quella donna, quell'uomo e quei bambini e si commuove, si ferma e dice: “Venite con me, vi porto in un posto dove sono stato accolto e vedrete, sarete accolti anche voi”. Quella famiglia è arrivata così all'Arsenale ed è stata accolta.

Cari amici,
c'è bisogno di noi. C'è bisogno di giovani e adulti capaci di tornare ogni giorno a Dio, perché Dio è amore, Dio è veramente il senso della vita. In un momento in cui ognuno cerca il proprio senso, confuso spesso con il proprio comodo, c’è ancora più bisogno di persone semplicemente cristiane, capaci di fare silenzio per assomigliare a quel servo di cui Isaia parla: “Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto di cui io mi compiaccio. Ho posto il mio Spirito su di lui” (Is 42,1-2). Abbiamo la possibilità di avere lo Spirito di Dio su di noi costantemente: “Egli porterà il diritto alle nazioni, non griderà, non alzerà il tono”.

Non c’è bisogno di farci pubblicità. C’è bisogno che noi credenti possiamo dire ai nostri amici: “Vieni con me. Vieni in un posto dove possiamo pregare insieme. Vieni in un posto dove alle parole seguono i fatti. Vieni, non avere paura!”. Vorrei che quel posto del cuore, quel posto che ama come una mamma, come un papà fossero proprio i nostri Arsenali. Luoghi dove qualcuno potesse guardarsi dentro, magari farsi un esame di coscienza e cambiare qualche atteggiamento. Ma senza clamore, nella semplicità.

Portiamo un po’ più di luce là dove siamo, in Italia, in Giordania, in Brasile. E il nostro essere madri e padri incoraggerà certamente quelle persone che stanno facendo tutto il loro possibile ma si sentono sole. Tutte quelle persone che pensano di non avere forza né speranza di fronte ai loro problemi. Vorrei che ognuno nel proprio cuore si facesse maggiormente carico dei problemi degli altri. Prima gli altri, poi noi. Perché è felice solo chi fa felice gli altri. Solo così potremo ricevere il centuplo, solo così potremo essere avvolti noi stessi dalla forza di Dio, potremo sperimentare che la stanchezza e la debolezza diventano forza.

Cari amici,
non è facile! La sofferenza molte volte abita anche nel nostro cuore. Ma non perdiamo la speranza. Qualche giorno fa ho conosciuto un uomo di Dio, prete fino in fondo, anzi, cristiano fino in fondo. È un cardinale che ha quasi 100 anni, ma profuma di giovinezza, quella che comunica il Vangelo. Loris Capovilla è stato il segretario di Giovanni XXIII e, incontrandolo, mi sono sentito subito amato. Sulla mia agenda ha scritto una frase bellissima: “Vi benedico, vi incoraggio, vi ringrazio. Perseverare”. Sento che questo verbo è una carezza di Dio. È Dio che avvolge noi e il Sermig, l'opera che ha voluto e che continua a fasciare di pazienza e di attesa. Perseveriamo, cari amici. Vi scongiuro con tutto il cuore. Ognuno di noi diventi più responsabile, coinvolga i propri amici. Sia pronto a dare il meglio nella Fraternità, perché è lì che è più difficile. Ognuno ripeta a se stesso: “Voglio essere di Dio”.

Se faremo così, vivremo uno stupore continuo. A me succede sempre. Penso a uno degli ultimi incontri in una scuola di Torino, davanti a cento e più ragazzi che non ci conoscevano. Ci hanno ascoltato e alla fine la loro emozione ha parlato e incontrato la mia.

“Signore,
vivo alla tua Presenza
e la tua Presenza
mi fa sentire amato.
Quando parlo
sento che Tu parli in me.
Quando ascolto
sento che Tu ascolti in me.
Sei presente nel cuore
e attraverso di me
parli al cuore di chi incontro.
Direttamente.
Così,
lo stupore mi avvolge,
lo stupore vede,
lo stupore ascolta
e si commuove”.

Lo stupore della resurrezione di Gesù ci accompagni in questa Pasqua e sempre.
Vi benedico e voi beneditemi.

Ernesto

Torino, 29 marzo 2015

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