Sermig

La goccia e il sasso

Alice Corsi, autrice de “La memoria degli alberi” ci ha scritto una “lettera”…

C’era un’antica fabbrica di armi, poco lontana dal centro di Torino. Era un ex arsenale militare, per anni abbandonato, un rifugio per topi e lucertole. Inconsapevole della sua bellezza e della sua forza l’arsenale respirava la pioggia e lo smog di una città straniera.
Nel 1983 la vecchia fabbrica di armi diventò sede del Sermig, il gruppo fondato da Ernesto Olivero. Giovani di tutta Italia andarono lì per pulire, ricostruire, plasmare un sogno. L’Arsenale della Pace è una contraddizione. È un luogo denso di vita e di desiderio di riscatto. Ci sono angoli mistici, nati dalle macerie di una macchina di morte. Ingranaggi corrosi dalla ruggine che si muovono ancora, ma non per creare armamenti, bensì per ricucire le ferite dell’anima e della mente, per curare i buchi che abbiamo dentro.

Varcata la soglia del Sermig c’è una nicchia scura in cui riposa un grande sasso. Il sasso della compassione, così si chiama, è corroso lentamente da una goccia. Istante dopo istante la goccia plasma il sasso, lo modifica nel tempo, in modo inizialmente impercettibile, eppure costante e inesorabile. È come il bene che, spesso, non si vede e sembra inutile davanti alla vastità del male, eppure, se è tenace, il bene scava la roccia e la modifica per sempre.
Nella cappella c’è una grande croce costruita con antichi assi di legno dell’arsenale militare. La croce è trafitta da chiodi in ferro, i chiodi sembrano perdere sangue. È la croce dei dolori del mondo, lì ci sono tutte le nostre domande. Perché la morte? Perché la malattia? Perché la sofferenza dei deboli? Perché Dio?
I chiodi sono occhi neri spalancati su di te. Tu sai rispondermi?

Abbassi lo sguardo. Certo che no. Io non so rispondere. E ti senti avvolgere da un abbraccio, torni bambino e vorresti piangere.
Nel Sermig c’è il cielo. Infinito. Sbuca dalle finestre, come una presenza costante e continua. Il cielo è anche nell’acqua, nei piccoli ruscelli e nelle fontane. L’acqua e il cielo, compagni e amanti della nostra terra.
L’Arsenale è una fabbrica della bellezza anche e soprattutto per chi non sa cosa sia la bellezza, eppure la riconosce. Quando hai vissuto la guerra, quando hai combattuto tutte le tue battaglie, quando hai perso e sei a terra, hai bisogno di guarire dagli oltraggi subiti. Hai bisogno di cure, ma hai bisogno anche di spazi aperti in cui poter recuperare tutto ciò che hai perso. Ecco perché ci sono giardini nascosti all’Arsenale, ci sono rose che respirano e ti osservano indulgenti, glicini, ortensie e betulle. E tu senti di poter ricominciare tutto da capo.
L’arsenale militare di Torino ha subito una metamorfosi che ha cambiato la sua essenza. È diventato un angolo di lotta per il bene, una fucina di idee per curare le ferite di chi è povero, di chi è straniero, di chi è malato, di chi è ricco, ma ha perso se stesso. L’Arsenale è cambiato grazie ad alcuni giovani che hanno deciso che potevano trasformare il mondo e che non hanno avuto paura di affrontare l’impresa. L’Arsenale è come quel sasso, si è fatto plasmare, giorno dopo giorno, dalla goccia. Così piccola, così forte.

Io credo che vivrà per sempre questo luogo, così fuori dal tempo, così abituato alle tempeste. In mezzo a Torino, tra i vicoli bui di Borgo Dora, uno spazio diverso si apre, 30 mila metri quadrati di speranza. È una piccola città sommersa in cui gli angeli non hanno le ali, ma hanno le tue mani e il tuo sguardo.

Alice Corsi