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ARMI NUCLEARI / 3: A futura memoria

Charles Sweeney, prima di salire sull’aereo che partiva per bombardare Nagasaki, si sentì chiedere dal Generale Groves: “Giovanotto, ha idea di quanto costi quel confettino che le abbiamo appena caricato a bordo?”. “Circa mezzo miliardo di dollari, signore!”. “Ecco, appunto: faccia in modo che non vada sprecato.”

di Alessandro Moroni
La definizione di bomba atomica come prototipo delle armi di distruzione di massa è giustificata dal grafico sulla destra: la gaussiana dimostra come la percentuale dei morti dipenda unicamente dalla distanza dall’ipocentro. L’uccisione quindi non è più selettiva. Perde significato qualsiasi riferimento alla scelta strategica dell’obiettivo, mentre l’estrema casualità della scelta della città-bersaglio e dell’identità delle vittime suggerisce come la tecnologia umana a metà del secolo scorso abbia raggiunto la pericolosa soglia dell’autodistruzione.

Fiumi di inchiostro sono stati versati circa la decisione di utilizzare la bomba contro il Giappone, di norma con giudizi molto severi. Non vi è dubbio che l’efferatezza della scelta di colpire senza preavviso due città sostanzialmente inermi, uccidendo un numero impressionante di donne, anziani e bambini lasci senza fiato, in particolare per il fatto che si sia attuata, se non con l’esplicita approvazione, quantomeno con il silenzio moralmente censurabile anche di molti politici e uomini di scienza che si presumerebbero mentalmente più aperti e sensibilmente più dotati dei militari. Tuttavia, come quasi sempre accade, anche le scelte più incomprensibili appaiono sotto una luce molto diversa quando ci caliamo nel contesto storico e culturale che segnò un’epoca diversa dalla nostra.
Nessuno, tra i giovani che stanno leggendo, ha potuto farsi l’idea di una guerra totale, quale il secondo conflitto mondiale fu: non è facile acquisirla sui libri di scuola o sulla documentazione reperibile su Internet. Noi pensiamo alla guerra e ci vengono in mente l’Irak, l’Afghanistan, il Kosovo, la Bosnia… chi ha qualche anno in più arriva magari fino al Vietnam. Sono stati conflitti sicuramente efferati e distruttivi, ma sono riconducibili ad un elemento in comune: hanno riguardato, almeno dal punto di vista occidentale, un contingente limitato di uomini e di mezzi, spesso su base professionale; la Seconda Guerra Mondiale no, fu qualcosa di radicalmente diverso. La nostra mentalità è (fortunatamente!) anni luce lontana dal concepire una nazione in armi, caratterizzata da una mobilitazione davvero totale. Tutte le risorse economiche, morali, intellettuali dello Stato sono al servizio di un unico scopo; in tali condizioni tutti sono arruolati, anche chi non è materialmente al fronte: operai, impiegati, artisti, funzionari statali, insegnanti, tutti. La censura sorveglia ogni possibile scambio di informazioni, la produzione non ha altri obiettivi che non siano l’approvvigionamento bellico. E tutto questo si riflette nel pensiero comune: che con rarissime eccezioni è orientato alla distruzione totale del nemico, percepita come unico mezzo per la sopravvivenza della propria nazione! La propaganda si fa carico della demonizzazione dell’avversario, fino al raggiungimento di un punto di non ritorno, spesso facilissimo da conseguire: dopo Pearl Harbour, l’uomo della strada americano ci mise poche ore a detestare Hitler e i tedeschi e a odiare con tutta l’anima l’Imperatore Hirohito e i suoi sudditi. Questi sentimenti assoluti trovavano riscontro in tutte le manifestazioni di pensiero, soprattutto a livello popolare: Life fu il primo magazine a larga diffusione su scala internazionale; negli anni ’40, mentre la televisione muoveva i primi passi, il periodico entrava quasi in tutte le case americane e non veniva certamente nascosto ai bambini. Nei primi mesi del 1945 l’editore trovò naturalissimo e sicuramente conforme alle aspettative del pubblico sparare in prima pagina una foto proveniente dall’isola di Iwo Jima: l’espressione di atroce sofferenza e puro panico di un soldato giapponese che, colpito da un lanciafiamme, arrostiva letteralmente vivo. “Così stiamo vincendo la guerra”, riportava la didascalia, senza l’ombra di sarcasmo alcuno, mentre l’articolo accennava blandamente alla necessità delle forze armate americane di ricorrere a tali mezzi, stante il pervicace rifiuto giapponese di arrendersi. E circa il fatto che in campo nemico la resa fino all’ultimo non fosse contemplata, lo abbiamo visto nella puntata precedente. Qui aggiungeremo solo che oggi siamo talmente assuefatti alla parola Kamikaze associata a qualche fanatico islamico che si fa esplodere per uccidere un congruo numero di nemici, da avere dimenticato che l’origine della parola non è araba, ma giapponese. Furono ideati, ed impiegati, appunto dai nipponici nella seconda metà della Guerra Mondiale, quando le cose si misero irrimediabilmente male per loro.

In un contesto del genere, non è da stupirsi che anche uno spirito illuminato come Albert Einstein, (foto a sinistra) in tutto il dopoguerra pacifista convinto, trovasse logico e naturale firmare una petizione al Presidente perché gli Stati Uniti intraprendessero la costruzione di un’arma nucleare (anche se in quel momento la minaccia principale sembrava costituita dalla Germania nazista, alla quale possiamo immaginare quanto lui, essendo ebreo, fosse sensibile). Oggi giustamente restiamo impressionati e alziamo la voce di fronte ai circa 20000 caduti nell’ultima guerra in Irak: ma sul fronte russo e su quello del Pacifico tra il 1940 e il 1945 quella era spesso la “dose” giornaliera! In occidente abbiamo conseguito una sensibilità che ci fa inorridire di fronte a certe cose e che rendono il patriottismo nazionalistico qualcosa di desueto, imbarazzante e aborrito.

Teniamocela stretta, questa coscienza critica, perché l’abbiamo conseguita a caro prezzo: le decine di milioni di uccisi del ventesimo secolo sono lì a testimoniarlo e a chiederci di non perderla. Ma nell’esercitarla, ricordiamoci che basta tornare indietro di poche generazioni per incontrare chi non fu fortunato quanto noi, e che tale sensibilità dovette conquistarsela ogni giorno, spesso passando attraverso le esperienze più devastanti e assistendo alla distruzione del mondo che aveva da sempre conosciuto. Ho già accennato, nella puntata precedente, al fatto che una cattiva coscienza ha sicuramente influenzato la decisione di scatenare il primo attacco nucleare della Storia; ma ci fu anche qualcosa di diverso e che dovrebbe far riflettere tutti gli scagliatori di prime pietre abituali. Qualcosa di identificabile dal diario di un ventunenne americano di leva nel 1945:

“Quando la notizia delle due bombe atomiche arrivò e cominciò a circolare la notizia che l’invasione del Giappone non sarebbe stata necessaria, che non sarei stato obbligato a risalire di corsa le spiagge intorno a Tokyo sotto le granate e i colpi di mortaio, mi sono messo a piangere di gioia e di sollievo. Non avrei più dovuto farmi ammazzare: sarei vissuto, dopo tutto; sarei diventato adulto, avrei avuto una casa, un lavoro, una famiglia mia”.

Ogni lettore di età confrontabile provi a immedesimarsi in quel ragazzo americano (non è difficile, basta ipotizzare di essere nati a New York o a Los Angeles nel 1924, anziché a Milano o a Padova nel 1985!) e si chieda che cosa avrebbe pensato al suo posto. Quella sopra riportata è una testimonianza che vale per circa mezzo milione di ragazzi americani, ma vale per almeno altrettanti appartenenti al campo opposto: tale sarebbe stato il tributo richiesto dalla Morte alla Vita, nel caso di invasione del Giappone; stima conservativa, non c’è alcun dubbio.

 Non è certamente nostra intenzione quella di giustificare l’impiego della prima arma di distruzione di massa della storia. Vorremmo però, come sempre, allargare la visuale di chi ci legge, sgombrando il campo da tutto ciò che è pregiudiziale, preconcetto ed ideologico. L’ideologia uccide la lucidità di pensiero e il giudizio ne risulta sempre offuscato. Questa è una triste esperienza quotidiana: molti sedicenti storici, giornalisti, opinionisti ne sono affetti inguaribilmente. Di fatto, tutto ciò che è legato all’energia nucleare, incluso il suo sfruttamento per scopi civili, è da sempre filtrato attraverso una cortina ideologica deviante, al punto che negli anni il mondo ha imparato a detestarla in quanto antiambientalista e pericolosa, a tutto vantaggio delle cosiddette energie rinnovabili, ecologiste e “virtuose” sotto tutti gli aspetti. Il nostro Paese poi è da sempre in prima linea quando si tratta di attuare politiche da struzzo: nel 1986, sotto l’effetto emotivo del grave incidente della centrale nucleare di Chernobyl, (foto a sinistra) un referendum abrogativo cancellò dal territorio nazionale le uniche 3 centrali a fissione operative.

Più maturo e consapevole sarebbe stato prendere atto del fatto che se l’ingordigia degli enti preposti induce a risparmiare sulla sicurezza degli impianti, anche la tecnologia più sofisticata diventa pericolosa e potenzialmente distruttiva: ma, come spesso è avvenuto, maturità e consapevolezza non sono concetti con i quali i nostri politici hanno mai mostrato grande familiarità. Non accadde nemmeno in quella circostanza, con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti: l’Italia è, fra tutti i Paesi Occidentali, quello che più dipende dall’estero per quanto concerne gli approvvigionamenti energetici. Non abbiamo centrali nucleari sul nostro territorio, in compenso ne esistono varie decine a ridosso dei nostri confini alpini, visto che tanto la Francia, quanto la Svizzera, quanto l’Austria, ne fanno abbondante utilizzo: come è noto, le radiazioni nucleari non si sono mai dimostrate troppo sensibili al rispetto dei confini nazionali, ragion per cui è giusto affermare che una politica miope ci ha consegnato il lato peggiore della situazione: essere esposti a tutti i rischi che volevamo evitare, senza averne alcun beneficio economico. Quando potremo sperare di vedere attuata una politica all’insegna dell’intelligenza e della lungimiranza, anziché del facile populismo? Mai, finchè la demonizzazione dell’energia del nucleo non sarà rimossa dall’immaginario collettivo.

E’ un pregiudizio del quale, da fisico nucleare, ho sempre preso atto con molto dispiacere; quasi pari a quello che induce acredine nei confronti di coloro i quali svelarono la possibilità di sfruttare tale sorgente potenzialmente inesauribile di energia. I cosiddetti “Padri della Bomba” non erano loschi figuri prezzolati al servizio dello Zio Sam, e nemmeno dei maldestri apprendisti stregoni che disperatamente tentarono di rimettere il coperchio al Vaso di Pandora da loro incautamente rimosso (ci fu anche chi li presentò così!). Erano personalità geniali innamorati della scienza, e animati da visioni spesso utopistiche, a volte quasi risibili nella loro ingenuità, ma certamente di grande idealismo. Fu certamente un idealista Niels Bohr, del quale già abbiamo parlato nella puntata precedente, ma lo fu se possibile di più Edward Teller (foto sotto), l’ebreo ungherese allievo di Fermi che dopo il 1945 non si fermò, e proseguì le ricerche fino alla realizzazione della Bomba Termonucleare (la “Super”, come fu grottescamente chiamata!), in grado di sviluppare potenze esplosive dell’ordine di un migliaio di volte superiori a quelle della Bomba a Fissione impiegata ad Hiroshima e Nagasaki.

Teller, come tanti suoi colleghi, vedeva nella scienza l’antidoto naturale al brutale nazionalismo che aveva tenuto il mondo sotto scacco nella prima metà del secolo scorso. Messa a disposizione della società civile l’arma finale (e non vi è dubbio che la Bomba H lo sia!), pensava che la sopravvenuta assurdità di qualsiasi successiva guerra totale (data la garanzia di distruzione globale reciproca) avrebbe svuotato di significato l’esistenza stessa degli stati nazionali, dando via libera a quella “società aperta” che Bohr anni prima aveva immaginato. Come è noto, in ogni idealista c’è un “lato oscuro” e certamente Teller non costituì un’eccezione! Le sue speranze vennero disattese, il possesso condiviso della Bomba H non fece che inasprire ancor più i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica: e si arrivò alla politica dei Due Blocchi, e alla Guerra Fredda. Teller aveva ideato l’arma più distruttiva della storia, e ora questa minacciava di venire usata; in fondo il suo destino non fu dissimile da quello di Alfred Nobel, che un secolo prima, con la dinamite, pensava di avere conseguito lo stesso obiettivo, e si tormentò poi per il resto dei suoi giorni per il clamoroso effetto “boomerang” della sua scoperta.
Il caso di Teller, però, propone uno spunto di approfondimento: è vero che il suo fu un fallimento totale?

Per rispondere proviamo a porci un’altra domanda, sicuramente provocatoria: senza la Bomba H negli arsenali di U.S.A. e U.R.S.S., quante volte sarebbe stata combattuta, anziché essere solamente minacciata, la Terza Guerra Mondiale? Ognuno provi a rispondere per suo conto, ragionando sulle analogie del passato; e tenendo presente che esse cessano nel momento in cui si impone all’attenzione la grande eccezione, costituita appunto dalla Bomba e dalla garanzia di distruzione globale da essa costituita. Viceversa, non si sparò un solo colpo (di Guerra Totale, intendo dire: ci furono, in realtà, molti conflitti cosiddetti “minori”), e alla fine il Blocco più debole, quello comunista, letteralmente implose sotto il peso schiacciante delle pressioni esterne e delle proprie contraddizioni interne. La Guerra rimase Fredda, e alla fine ci fu chi la vinse, senza bisogno di combatterla. Seguendo il filo logico di tale ragionamento, sembrerebbe che il “ragazzo promettente” (definizione di Fermi) non abbia infine avuto tutti i torti. Ma questo è valido solo considerando un arco di tempo circoscritto: gli scenari, anche quelli apparentemente più rigidi ed immutabili, sono prima o poi destinati ad evolvere. E quello della Guerra Fredda mutò repentinamente, eludendo le aspettative di molti: oggi è subentrato uno scenario molto più fluido, magari meno opprimente su scala globale ma per molti aspetti più pericoloso, perché meno controllabile. Per assurdo, l’Arma Finale risultava meglio ingabbiata in uno scenario bipolare costantemente dominato dalla minaccia del suo potenziale utilizzo. Oggi, con le molte schegge impazzite derivanti dalla frammentazione dei Blocchi susseguenti alla Caduta del Muro di Berlino, il controllo della Bomba risulta molto più problematico e per il futuro si annunciano scenari a dir poco preoccupanti: le recenti allucinanti esternazioni del neoeletto Presidente Iraniano sono lì a testimoniarlo. Temiamo quindi che la Storia della Bomba non si sia affatto chiusa con il Crollo del Muro, e che per un giudizio finale sull’operato di Teller e soci ci sia ancora da aspettare parecchio tempo.

Essendo uomini e donne di speranza, siamo sempre portati a credere in una crescita di coscienza dell’Umanità, destinata a regalare ai nostri figli e nipoti un mondo migliore di quello che continuamente sperimentiamo. Pensiamo quindi di chiudere questo lungo dossier sulle armi nucleari auspicando che il giorno in cui potremo controllare e gestire per scopi pacifici non solo l’energia di fissione, ma anche quella di fusione, possa arrivare il più presto possibile. L’energia nucleare non è l’ultimo e più pericoloso demone che uomini incauti hanno fatto uscire dal Vaso di Pandora, è qualcosa che esiste fin dall’alba dei tempi: il principio stesso dell’esistenza della luce, del calore, della vita. Il Sole e i miliardi di stelle esistenti nell’universo continueranno ad irradiare calore solo fintantoché esisteranno sufficienti nuclei di Deuterio e Trizio (isotopi dell’Idrogeno), che si fondono costituendo Elio, perdendo massa nel procedimento e liberando quantitativi impressionanti di energia. E’ un segreto che la natura ha custodito per secoli, quella natura che Dio ordina all’uomo di rispettare, ma anche di dominare: continuiamo a pensare, da Cristiani, che la natura sia stata pensata per l’Uomo, vertice della Creazione e non “accidente di passaggio”, come vorrebbero animalisti ed ecologisti. Come sempre accade, ogni scoperta scientifica può essere utilizzata per il Bene come per il Male: e con poche eccezioni direi che è una costante nella storia di noi uomini quella di essere dapprima irresistibilmente attratti dal secondo, per orientarci poi solo in un secondo tempo al primo. Non abbiamo dubbi circa il fatto che il controllo per scopi civili di questa energia di fusione sia una tappa obbligata verso la quale tendere: in mancanza sarà difficile arrivare alla soluzione globale dei problemi energetici del mondo! Significherà avere a disposizione una fonte energetica (l’idrogeno, facilmente separabile dall’acqua) pressoché inesauribile; cesserà il ricatto petrolifero imposto dai pochi Paesi che lo producono e anche il Terzo Mondo potrà disporre di energia a prezzi sostenibili.
Come nota del tutto personale aggiungerò che quel giorno ai nomi di Bohr, Chadwick, Szilard, Oppenheimer, Fermi, Teller, Ulam, Bethe e di tutti gli altri che nulla inventarono, ma semplicemente scoprirono, sarà restituito ciò che oggi è negato.

Alessandro Moroni
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