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ARMI NUCLEARI / 2: Hiroshima e Nagasaki

Enrico Fermi contemplava dalla sua finestra Manhattan, con i grattacieli e le strade come sempre brulicanti di folla. Mise le mani a coppa come se tenesse una palla: “Una bombetta così – disse semplicemente – e sparirebbe tutto”.

di Alessandro Moroni
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Il A bomb Dome, un centro commerciale costruito nel 1929 e unico edificio rimasto in piedi nella zona dell'ipocentro dell'esplosione, è stato eretto a simbolo per ricordare i 200.000 civili uccisi e i 70.000 edifici distrutti

La “corsa alla bomba”, più che perderla, Hitler non la intraprese nemmeno. Dopo avere più volte bollato la fisica del nucleo come scienza ebraica e degenerata, ne afferrò le potenzialità distruttive quando per lui era ormai troppo tardi. Le risorse umane e finanziarie della Germania andarono rapidamente prosciugandosi durante la guerra, ad un ritmo certamente più elevato rispetto a tutte le nazioni belligeranti. Inoltre, per rallentare i neutroni che bombardavano l’Uranio, i fisici tedeschi intrapresero la strada più difficile: impiegarono come moderatore l’ “acqua pesante”, un composto difficile da produrre, con un procedimento molto costoso. Mentre Fermi, non si sa se per felice intuizione ispiratagli dal pragmatismo che sempre lo caratterizzò o se per caso fortuito, nella realizzazione della “pila nucleare” aveva impiegato la più comoda, comune ed economica grafite. Di fatto, la Germania non avvicinò mai i risultati di Fermi, anche in virtù del fatto che il suo territorio non era protetto come quello degli Stati Uniti dalla lontananza dai teatri bellici: grazie all’efficace attività dei servizi di spionaggio, qualsiasi installazione tedesca in qualche modo connessa agli studi sul nucleare veniva rapidamente scoperta, localizzata e bombardata dal cielo.

La Germania nazista si arrese due mesi abbondanti prima dell’esplosione sperimentale della prima bomba al Plutonio nel deserto di Alamogordo. Col senno di poi, sembra facile concludere che la possibilità di dotarsi di una simile arma letale era per Hitler solo teorica. Ma le conclusioni “sicure a posteriori” sono tipiche dei cattivi storici, oppure degli ideologi in mala fede. Lo scenario che si presentava al mondo nel 1945 non era molto facilmente ipotizzabile nel 1939: è un elemento che va sempre tenuto presente prima di sbilanciarsi in giudizi e valutazioni a buon mercato.
Rimase il fatto che l’America era giunta ad un bivio cruciale della sua storia: che fare di quella bomba costruita dopo tanti lunghi anni di ricerche? La guerra mondiale non era, di fatto, ancora conclusa: fiero nel suo isolamento mondiale, continuava la lotta il solo Giappone pur ridotto ai minimi termini, con l’aviazione e la flotta spazzate via e con metà delle sue città praticamente rase al suolo dall’aviazione americana.

È difficile capirlo per noi europei, ma di fatto la guerra contro il Giappone imperiale era per l’americano medio ancor più sentita di quella contro la Germania nazista. L’attacco aereo proditorio scatenato dai nipponici contro le Hawaii a guerra non ancora dichiarata il 7 dicembre 1941 costituiva per la mentalità dell’epoca un’offesa all’orgoglio nazionale che non poteva essere perdonata (fu anche il primo attacco della storia contro il territorio metropolitano degli Stati Uniti; e di fatto rimase l’unico, fino a quello dell’11 settembre 2001!). La guerra fu combattuta senza esclusione di colpi da un atollo del Pacifico all’altro, con una ferocia reciproca sconosciuta sul fronte europeo occidentale. A poco a poco, la controffensiva statunitense strappò ai nipponici tutto l’immenso territorio da questi occupato nel corso dei primi mesi di guerra, ma ad un prezzo altissimo in termini di perdite umane: isole delle dimensioni dell’Elba, difese da migliaia di soldati “fanatizzati” che rifiutavano semplicemente l’idea di essere presi prigionieri, per la loro conquista costarono agli americani un numero di morti e di feriti spesso in un rapporto di due a uno.

A partire dall’estate del 1944, dopo avere riconquistato le Filippine, gli americani ebbero a disposizione gli aeroporti per potere colpire direttamente il territorio giapponese con i loro bombardieri a lungo raggio. Per l’Impero del Sol Levante fu il principio della fine: le incursioni di efficacia distruttiva progressivamente crescente effettuate con i B-29 (gli antesignani dei ben noti B-52) ne misero in ginocchio la produzione industriale. Presto gli americani, utilizzando gli stessi metodi applicati in Europa da tutti i belligeranti, smisero di fare distinzione tra obiettivi militari e civili: l’utilizzo massiccio delle bombe incendiarie, che già in Europa avevano raso al suolo città come Amburgo, Dresda (foto a destra) e la stessa Berlino, produssero effetti spaventosi sulle città giapponesi, già di per sé costruite impiegando molto più legno e materiale facilmente infiammabile rispetto a quanto non avvenisse in Germania.
L’oligarchia militare che governava il Giappone, e che faceva cerchio intorno alla figura divinizzata ma di fatto puramente emblematica dell’Imperatore, era ben consapevole del fatto che la guerra fosse perduta senza rimedio. Elementi moderati, sia civili sia militari, avrebbero volentieri aperto le trattative per la chiusura delle ostilità, ma la situazione che si era venuta a creare non permetteva l’apertura di un tavolo di trattative, quale esso fosse; perché?
Il motivo andava cercato nella “Conferenza di Yalta”, (foto a sinistra) il primo summit mondiale tenutosi tra “i Tre Grandi” dell’epoca (il leader sovietico, il presidente americano e il Primo Ministro inglese: Stalin, Roosevelt, Churchill) nel corso del 1943. In tale occasione, le tre Potenze Alleate si accordarono circa il fatto che nessuno di loro avrebbe aperto trattative separate con il nemico (Germania, Italia e Giappone) e che nessuna pace si sarebbe raggiunta se non dopo la resa incondizionata.

Questa clausola aiuta a porre l’attenzione sullo spirito da crociata con cui la guerra mondiale veniva combattuta, e su quanto lontana e diversa fosse quel tipo di guerra da tutte quelle combattute in seguito e delle quali abbiamo avuto esperienza più diretta. Di fatto, per un giapponese dell’epoca l’idea in sé di potersi arrendere al nemico era un’aberrazione, figuriamoci poi il farlo senza condizioni. Non sembri quindi strano il fatto che l’ala militarista più dura a Tokyo riuscisse ad imporre ai moderati il proprio punto di vista: Yalta lavorava per loro. Ragion per cui, nessuna via d’uscita: meglio tutti morti piuttosto che arrendersi all’odiato nemico a stelle e strisce (e prego credere che nel 1945 una frase come “meglio tutti morti…” aveva un assunto molto reale e per nulla teorico).

Questo era lo scenario che si offrì a scienziati, politici e militari americani nel momento in cui si trattò di prendere la decisione fatale: usare la bomba contro il Giappone oppure limitarsi ad un’azione dimostrativa, facendola esplodere in un’area desertica ma tale da impressionare i nipponici con il suo potenziale distruttivo? Tale dimostrazione sarebbe stata sufficiente a convincerli alla resa (sempre incondizionata)? E se invece la bomba non fosse esplosa (ricordiamo che tutta la tecnologia di innesco era ancora in fase sperimentale), quale sarebbe stata la ricaduta propagandistica del fallimento del “babau” americano? E un effettivo utilizzo contro una città giapponese sarebbe servito a far cessare la guerra? Inoltre, non si trattava solo di prendere una decisione per l’immediato, ma anche per il futuro: che fare nei confronti degli alleati, soprattutto i sovietici, che già molti analisti prevedevano essere gli avversari dell’immediato futuro: condividere il segreto militare o mantenerlo tale?

Molti tra gli scienziati condividevano la visione di Niels Bohr, (foto a sinistra) il fisico danese che decenni addietro aveva per primo fatto luce sui misteri dell’atomo: la liberazione dell’energia del nucleo non doveva servire ad erigere ulteriori e più pericolosi steccati, ma a favorire la costituzione di una “società aperta” mirante ad un governo globale delle nazioni su scala planetaria, con libero accesso alle nozioni scientifiche. La scienza, in tale visione utopistica, avrebbe dovuto fungere da faro per il mondo intero. Non tutti gli scienziati facenti capo al Progetto Manhattan, sia chiaro, volavano così in alto; ma molti di loro erano andati, cammin facendo, prendendo atto di una realtà ineluttabile: il primo sforzo congiunto di riunificazione degli scienziati del mondo nell’ambito di un unico progetto aveva dato vita alla prima arma di distruzione di massa della storia!

E se la maggioranza di loro avrebbe accettato (magari come “ultima spiaggia”) l’idea di un utilizzo della bomba contro la Germania nazista, nessuno era entusiasta all’idea di un impiego contro il Giappone, nazione ormai di fatto piegata e che non poteva più costituire una minaccia; almeno non su scala planetaria. Tra questi, proprio Szilard, che nella puntata precedente abbiamo visto tra i principali fautori del progetto, divenne il più accanito detrattore dell’impiego dell’arma, e fece tutto quanto in suo potere per scongiurarlo. I politici oscillavano tra varie posizioni, Truman in testa (il presidente subentrato a Roosevelt, deceduto all’inizio del 1945); mentre, nemmeno a dirlo, i militari erano quasi tutti per l’utilizzo immediato e senza preavviso.

Fu quest’ultima la posizione che prevalse. Le ragioni di una scelta per vari aspetti agghiacciante saranno approfondite nel corso della terza puntata di questo dossier; per il momento valga sapere che ragioni conturbanti nel loro cinismo e falsità di coscienza (la bomba andava “provata” in guerra, non fosse altro per giustificare i due miliardi di dollari che il Progetto Manhattan aveva divorato, oltretutto nel segreto più assoluto; si trattava inoltre di intimidire l’Unione Sovietica e far sì che gli Stati Uniti potessero sedersi al tavolo delle trattative post-belliche in una posizione di forza) convivevano con altre, se non condivisibili, quantomeno comprensibili: innegabilmente la Bomba avrebbe potuto accorciare la guerra di almeno sei mesi, garantendo il “risparmio” complessivo di parecchie decine di migliaia di morti. Con la durezza retorica e adamantina e il pragmatismo lucido e raggelante che l’hanno reso famoso, Winston Churchill sentenziò che “poche esplosioni per quanto terrificanti” potevano costituire una “liberazione miracolosa in grado di scongiurare un massacro ancora più spaventoso e interminabile”. Va appena fatto rilevare che quelle esplosioni tutto sembrarono fuorché una “liberazione miracolosa” ai cittadini colpiti dal bombardamento atomico, colpevoli solo di essere sudditi di una nazione che rifiutava la resa incondizionata, assunto irrefutabile della tragica Conferenza di Yalta.

Tra i piloti venne selezionato, trasferito dall’Europa e debitamente addestrato allo scopo l’equipaggio del colonnello Paul Tibbets, scelto tra i molti candidati per l’assoluta freddezza ed impersonalità con le quali soleva prendere in carico anche il lavoro più sporco. Tibbets, il “duro alla maniera di John Wayne” immortalato da una famosa canzone dei Nomadi, aveva la passione per il cattivo gusto nelle circostanze meno indicate: ciò che gli permise di battezzare l’aereo fatale (foto sotto) con il nome da ragazza di sua madre (“Enola Gay”, fatto dipingere sul muso del B-29 a caratteri cubitali di 30 centimetri d’altezza), di far graffitare dall’equipaggio la bomba da 4 tonnellate detta Little Boy (“ragazzino”)

con scritte oscene e di sfida, e di far recitare da un cappellano protestante una roboante preghiera a Dio Onnipotente perché fosse “con coloro che sfidano le altezze dei Tuoi cieli e portano battaglia ai nostri nemici”. L’obiettivo, selezionato con cura tra le non molte città lasciate integre dai devastanti bombardamenti a tappeto dell’ultimo anno di guerra, era ristretto a tre candidate all’olocausto: Hiroshima, Nagasaki e Kokura, in ordine di priorità. Le condizioni atmosferiche avrebbero alla fine determinato il destino dei disgraziati abitanti: la vita o la morte sarebbero alla fine dipese da qualche nuvola in più o in meno.
[ continua ]