da Israele...

Ho un figlio sul confine…

Mercoledì sera mi trovavo in Italia. Ho ricevuto una telefonata: "Mamma, non preoccuparti. Stiamo tutti bene!!!". Era mio figlio Yotam, comandante nell'esercito. "Ma che stai dicendo? Che succede?" rispondo subito agitata. "Non hai sentito nulla? Hanno rapito due dei nostri ragazzi e ne hanno uccisi sette... qui vicino. Ti ho telefonato perché temevo che sentissi le notizie prima della mia voce!!!!".

Il cuore comincia a battere. Passiamo i controlli. La testa è in subbuglio come un vulcano. "C'e tensione in Israele... dalle vostre parti!!" mi dice qualcuno. Abito al Kibbuz Sasa, in Alta Galilea, a 900 mt d'altezza. Dalla mia casa si vede il Libano e se si sale su in cima si vede anche la Siria.

Decido di rientrare immediatamente in Israele. All'arrivo tutti mi consigliano di restare a Tel Aviv ma io ho un figlio sul confine. Sento che devo andare. Eppoi la mia casa è la!! Dopo due
giorni prendo le mie cose e me ne vengo in Galilea.

Per la strada mando un sms dopo l'altro a Yotam. Finalmente dopo il quarto tentativo mi risponde. Da 35 giorni non è andato a casa. "Ma come fai a cambiarti, a lavarti?" - "Mamma, fossero questi i nostri problemi! Non preoccuparti! Se volete potete venire a salutarmi per cinque minuti!!!".

Non ce lo facciamo ripetere, ci fermiamo a comprare qualche bottiglia di succhi di frutta nel villaggio druso di Horfeish. Ci sono una ventina di ragazzi con lui... ne compriamo per tutti.

Quando arriviamo è buio. L'abbraccio è lunghissimo e lui, con la sua solita calma ci racconta le vicende terribili degli ultimi giorni: gli hezbollah hanno intrapreso un guerriglia senza pietà. Ci sono trappole dappertutto ma tutti i ragazzi sono pronti a difendere la propria casa in Galilea, ad Haifa, ad Afula e se ce ne sarà bisogno anche a Tel Aviv.

Tra i suoi soldati ci sono ragazzi che vengono dall'America, da diverse parti del
mondo. I genitori sono preoccupati, ma hanno chiesto loro di tornare. Sono ragazzi di 18, 20 anni, dilaniati tra il senso della responsabilità per questo paese che ha bisogno di ognuno di noi e l'affetto verso i propri cari.

Lo salutiamo. Gli occhi gli brillano nel buio!
Quando arriviamo al kibbuz è tutto deserto. Entriamo nel rifugio davanti a casa nostra - l'unico posto dove c'è una luce - all'interno ci sono più di 50 persone. Alcuni ragazzi giocano a Risiko, altri vedono la TV, alcuni siedono in silenzio, gli occhi cerchiati: "Ma perchè non sei rimasta a Tel Aviv? Perchè non sei rimasta in Italia?". Sorrido perchè ancora non mi rendo conto. Verso le 21,00 iniziano i bombardamenti. Dalle due parti. La testa sembra scoppiare. Continua così per tutta la notte. Il responsabile della sicurezza avverte che si deve dormire nei rifugi anche se le nostre case sono fortificate.

Ci risiamo. Siamo di nuovo in guerra. Un'altra di quelle guerre che non vogliamo, che non abbiamo cercato, che non abbiamo provocato. È luglio. Siamo già pronti per cogliere le mele, i kiwi, qui, nei nostri frutteti sul confine con il Libano. Siamo pronti a dare lavoro a chi vorrà aiutarci, siamo pronti ad aiutare a costruire case, qui, sul confine con il Libano e su tutti gli altri confini... e allora, e allora Santo Cielo... perchè
entrare, scavalcare il recinto e ucciderci a tradimento, a sangue freddo sette padri di famiglia che erano stati richiamati all'esercito, perchè siamo così pochi che da noi oltre a tre anni di militare obbligatorio si fanno anche le riserve… Perchè rapire due innocenti e far sparire le loro tracce? Perchè non impegnarsi a costruire invece di distruggere tutto? Perchè i capi dei popoli che ci circondano non aiutano la loro gente a vivere una vita tranquilla, a costruirsi un Paese tranquillo. Perchè, come dice
Nasralla, questa gente ama la morte più di quel che noi umane e comunicreature di Dio, amiamo la vita? Prepariamoci a un'altra notte
Vi abbraccio e vi ringrazio del vostro affetto!

Angelica Edna Calò Livnè, Kibbuz Sasa
16 luglio ’06
(Fondatrice del "Teatro Arcobaleno"
e della Fondazione "Bereshit la Shalom")



Nel rifugio antiaereo…
 

Nel rifugio c’e’ un odore difficile da sopportare… ma il fragore dei razzi è ancora più insopportabile! Siamo seduti tutti insieme, gente di tutte le età e cani di tutte le grandezze e di tutti i tipi. “Tiger era sull’orlo dell’infarto” dice Orna, la mia vicina, insegnante di ginnastica e istruttrice di fitness nel kibbuz, mentre accarezza con gli occhi lontani il suo cagnolino che trema ad ogni esplosione.

Non ho il coraggio di dirle che mi manca l’aria a dormire oltre che con tutti gli altri vicini anche con i cani di tutte le famiglie che hanno lasciato il kibbuz verso il centro di Israele. Nel kibbuz c’e un rifugio ogni cinque case ma il nostro è il più bello e il più organizzato di tutti: lo abbiamo ricevuto in dotazione due anni fa per trasformarlo in ufficio per la nostra fondazione “Beresheet LaShalom - Per educare al dialogo attraverso le arti”. Ci sembrava avesse del miracoloso organizzare attività per la pace in un rifugio antiaereo e il paradosso ci era sembrato di buon auspicio.

Ora a vedere queste facce scoraggiate circondate da foto di spettacoli interpretati da ragazzi ebrei e arabi, magliette appese alle pareti con su scritto “Anche io ho preparato il pane della pace” e articoli di giornali in tutte le lingue che descrivono la sensazione di speranza che queste attività risvegliano nei cuori mi sembra che il paradosso si tramuti in beffa. In molti mi hanno detto che sono una visionaria, che la pace non ci sarà mai. Esco e vado in cima alla collina, accanto alla torre dell’acqua.

Davanti a me si snoda la strada che delinea il confine. Ad ogni boato un sussulto e una preghiera. Dopo ogni esplosione si vede una nuvola di fumo. Ci stanno mandando razzi dal Nord e dal Sud e Israele ha deciso di difendersi fino in fondo! Sulla strada passano camionette e jeep con ragazzini di vent’anni che fantasticano sul momento in cui riabbracceranno la ragazza. 25 anni fa, sussurravo a Gal che portavo in ventre: “Tuo padre tornerà, usciremo presto dal Libano e sarà la pace… E tu non dovrai indossare la divisa, perchè le guerre non ci saranno più! “Siamo usciti dal Libano, e anche da Gaza. E questa guerra non finisce mai!!!


Angelica C. Livnè, 17 luglio ’06



Accompagno il mio piccolino all’autobus…

I kibbuzim vicino a Gerusalemme hanno proposto il loro aiuto. Ora e’ il loro turno ad accogliere i bambini in pericolo. Accompagno il mio piccolino all’autobus. “Hai portato il sacco a pelo?” domanda Tal, una bambina vispa che sei giorni fa ha chiesto alla mamma perche’ non la smettevano con i fuochi d’artificio perche’ le fischiavano le orecchie e le faceva male la testa. “Ci porteranno a vedere Israele in miniatura, e la grotta delle stallagmiti di Bet Shemesh” dice a Or con gli occhi scintillanti.

La sua mamma e’ una di quelle che ha organizzato questo viaggio e’ stato molto difficile quando Tal e le sorelline hanno scoperto la vera natura di quei rumori assordanti. Finalmente sembrano respirare questi bambini dopo giornate intere e notti insonni chiusi nei rifugi. A un certo punto non sai piu’ a che giocare, che raccontare. Tutti i discorsi sugli aspetti negativi della Tv sono nel vento…perche’ e’ difficile di estate, con 38 gradi all’ombra, tenere tuo figlio chiuso tra 4 mura di cemento armato 24 ore su 24.

A casa mia si e’ rotto un tubo dell’acqua. Chiamo Haled, l’idraulico del kibbuz, arabo mussulmano di Jish, un villaggio a 5 km da Sasa. Le sue figlie fanno parte del mio teatro dell’Arcobaleno. Una persona stupenda. “Mi dispiace Edna” mi dice con un filo di voce “Abbiamo ordini di bloccare tutti i lavori, non si puo andare in giro, e’ pericoloso!” Sono senza acqua, senza aria perche’ il fumo sparso mi entra nei polmoni e gli chiedo “Dimmi Haled, dormite nei rifugi li?” “Macche’ rifugi, in tutto il paese ci saranno tre rifugi, passiamo la notte sulla terrazza…tanto non si puo’ dormire!!!” Noi Ebrei e Arabi della Galilea siamo uniti nello stesso destino e nella stessa paura! Gli dico per incoraggiare sia me che lui: “Finira’ presto!!! Fra poco metteranno fuori uso le basi dei katiusha!!!” “Ma che fuori uso!!!” mi risponde – “ Non e’ neanche l’inizio….sono furbi. Aspettano che entrino i soldati..e se entreranno il prezzo sara’ alto!!!!!!”

Mi sento tutta la linfa scivolare fuori lasciandomi senza forze. Non ce la faccio ad immaginare tranelli, mine, ordigni, morti, feriti, mutilati, vedove, orfani, lacrime. 5 anni di intifada sono stati troppi. 5 anni di attacchi terroristici, di corpi smembrati, di ansia. Ora basta! Basta di parlare e sventolare slogan: chi veramente vuole il Libano libero, chi vuole uno Stato Palestinese, chi crede nella pace come diritto sovrano di tutte le creature umane deve smettere di schierarsi e iniziare a battersi per una giusta pace in TUTTO il Medio Oriente e gli israeliani saranno i primi a deporre le armi!!!!!

Angelica C. Livnè, 18 luglio ’06



È tutto bloccato, tutto fermo, tutto in dubbio...

Dopo aver sistemato i bambini e i ragazzi anche gli adulti cercano un posto dove andare. Chi ha un amico o un parente lascia Zfat, Sasa, Avivim e se ne va verso il centro di Israele... ma il centro non è che a 150 km.

Da Gaza continuano a sparare missili su Ashkelon e sul Negev, tutta Israele è in allarme: allarme rapimenti, allarme kamikaze, allarme missili di ogni tipo. Intanto vediamo le immagini di Naharia, di Haifa e di Beirut e il cuore è dilaniato da un misto di rabbia, di paura per i tuoi cari, per il futuro, tra la ragione e le emozioni che si susseguono senza posa.

È tutto bloccato, tutto fermo, tutto in dubbio. Il mio terzo figlio si prepara per un anno di volontariato prima dei tre anni di esercito, andrà in un movimento giovanile che educa alla pace, al dialogo e a lasciare un orma di positività nella società nella quale si vive. Il seminario di preparazione doveva essere ad Afula ma è stato interrotto.

Ieri sera mi telefona: "Mamma, riprendiamo il seminario, lo faremo a Kfar Saba, così non ci sarà pericolo!!!". Un sospiro di sollievo... perlomeno sarà lontano da rifugi e da boati che ti fanno scoppiare i timpani ma un'ora fa il giornale radio annuncia che tutta Kfar Saba è in allarme: ci sono 8 kamikaze pronti a farsi saltare. Tutti i cittadini devono chiudersi in casa, la città pullula di polizia alla ricerca dei terroristi! A Naharia, Andrei Zileswky, 37 anni è uscito un attimo dal rifugio per prendere una boccata d'aria... un missile lo ha preso in pieno. Era uscito solo per qualche minuto perchè la corrente va e viene e quando i ventilatori smettono di girare non si riesce a respirare.

Ma la vita continua: il piccolo Or mi racconta al telefono che stamattina hanno visitato la Grotta di Bet shemesh. "Era buffissimo... c'erano stallagmiti a forma di stella e di ippopotamo.... e ora si mangia, ci preparano cose buonissime!" e in tutta Israele bambini continuano a nascere: negli ospedali di Ashkelon, di Zfat, di Haifa e di Naharia e i loro padri avvolti nei talled, gli scialli bianchi, li benedicono e mentre fuori dai rifugi il mondo è in subbuglio continuano a celebrare il patto che Abramo stipulò con il Signore.

Angelica C. Livnè, 19 luglio ’06



In giro non si vede una persona, un trattore, una scala...

Hanna mi chiama da lontano: "Hai organizzato un po' di torte per i soldati di tuo figlio?". La guardo interdetta... non mi era mai capitato di avere un figlio in guerra. Hanna sorride: "Si usa così, chiedi a un po' di amiche, ognuna prepara qualcosa poi telefoni e quando lui ti dà l'ok porti dolci e biscotti per tutti!".

Nel giro di pochi minuti 5 donne del kibbuz con gli occhi scintillanti offrono il loro aiuto. Appena ricevuto l'ok tiro fuori dal freezer pizze, lasagne e manicaretti e portiamo tutto alla piccola base. I ragazzi impacciati non sanno come ringraziare e dopo qualche minuto non resta neanche una briciola, io sorrido: "Noi mamme siamo così, quando vogliamo dimostrare l'affetto diamo da mangiare...".

Lungo la strada del ritorno guardiamo gli alberi carichi di mele che brillano al sole. Fra qualche giorno dovrebbe iniziare il raccolto e in giro non si vede una persona, un trattore, una scala. Passiamo per il Moshav Margaliot. È deserto. Il recinto del moshav è anche il confine con il Libano e si è deciso di evacuare tutti. Davanti ad Avivim, dove ieri sono morte tre persone, la strada è interrotta, i campi bruciati per una katiusha che è caduta qualche giorno fa. Viaggiamo in silenzio.

Da noi, il segretario ha mandato un messaggio a tutti i membri del kibbuz: “da domani si chiuderà la sala da pranzo. Si potrà mangiare nei rifugi che sono stati organizzati per accogliere le persone, verrà anche servita una birra ghiacciata insieme al pasto!". Si cerca di far alzare il morale come si può! Dopo una lunga riunione si decide che i bambini resteranno al centro del Paese anche Venerdi e Sabato.

E intanto riceviamo telefonate da tutta Israele e email da tutto il mondo di gente angosciata, di amici, di persone che ci esprimono il loro affetto, la loro desolazione, la loro speranza. A ogni boato un brivido e quando il mio mio amico Luca che è qua da tanti giorni con un'equipe della Tv entra nel rifugio davanti a casa mia mi chiede... “L'ufficio di una fondazione per la pace in un rifugio antiareo... come lo spieghi?”. Gli rispondo: “E' scritto : e trasformerete le vostre lance in vomeri d'aratro... e noi speriamo di riuscire a trasformare i nostri rifugi in centri di pace!”.

Angelica C. Livnè, 20 luglio ’06