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ASIA: tra passato e futuro

 

Al termine dell’epoca comunista, la secolarizzazione fa i conti con la ripresa del fenomeno religioso.

di Claudio Torrero

 

[prima parte]

UN PO’ DI STORIA

Il fascino che da secoli esercitano sull’uomo occidentale le civiltà dell’Oriente induce a pensarle come riserva di spiritualità capace di portare sollievo a un mondo come il nostro, ormai intriso di materialismo. In realtà le cose sono più complesse. Non solo l’Occidente ha radici spirituali sue proprie, tutt’altro che disseccate e capaci, anzi, di produrre esperienze più che significative; ma l’Oriente subisce a propria volta le conseguenze della modernizzazione, in modi non troppo dissimili da quanto accaduto negli ultimi secoli in Europa.

Se consideriamo le aree di tradizione buddhista, cioè l’Asia orientale, dall’Indocina al Tibet alla Cina alla Corea al Giappone alla Mongolia, osserviamo che assetti millenari sono stati scossi a partire dalla fine dell’Ottocento per effetto soprattutto del colonialismo, per poi deflagrare lungo il Novecento. L’impossibilità di conservare le condizioni precedenti ha improvvisamente posto in movimento masse enormi di popolazione, inducendole a edificare in alcuni decenni ciò che all’Europa è costato secoli.

Si è trattato naturalmente di storie diverse.
Il Giappone, primo tra i paesi asiatici a lanciarsi sulla strada della modernizzazione, essendone costretto dall’imperialismo commerciale americano, adotta la via di una rapida trasformazione gestita dall’alto, dagli stessi gruppi dirigenti tradizionali; i quali trasferiscono la disciplina dei rapporti feudali nel contesto di una moderna società industriale, e traggono dall’etica guerriera ispirazione per un esasperato nazionalismo. Gli effetti sono dirompenti. Nell’arco di pochi decenni il Giappone emerge come potenza in grado di competere con quelle occidentali, e con l’ambizione di creare un impero in Asia e nel Pacifico. La sconfitta subita nella seconda guerra mondiale lo costringe a rinunciare a quelle ambizioni, ma le sue enormi energie vengono incanalate nella produzione industriale, dove raggiunge una posizione di primissimo piano a livello mondiale. 

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Pechino, Mausoleo di Mao.
Fu costruito in meno di un anno con materiali e manodopera provenienti da tutte le regioni della cina.

Diversa la storia della Cina. La pressione delle potenze occidentali suscita un cambiamento radicale, con l’esautoramento dei vecchi gruppi dirigenti e la sostituzione con nuovi, imbevuti di idee occidentali. Dapprima il nazionalismo, poi il comunismo costituiscono l’involucro ideologico di un processo storico dai costi umani elevatissimi. A conclusione di tale processo, la nazione più popolosa della terra appare oggi come la potenza economica e politica in grado di contendere all’Occidente il predominio mondiale. Le tumultuose vicende cinesi hanno come noto sommerso il Tibet e profondamente condizionato la storia della Corea e dell’Indocina.

In questo quadro la pratica religiosa ha conosciuto un netto regresso.
In Giappone il Buddhismo, che aveva plasmato per secoli quella civiltà, è stato per tutto un periodo accantonato, sostituito dallo Shintoismo quale supporto dell’ideologia imperiale. Dopo la seconda guerra mondiale, gli assetti democratici hanno consentito un quadro di libertà religiosa pari a ciò che si conosce in Occidente, ma la fede ha conosciuto una difficoltà analoga a quella del Cristianesimo in Occidente: ha dovuto sopravvivere come corpo estraneo in una società troppo diversa da quella in cui si era originata. In Cina la religione in quanto tale è stata fatta oggetto di una distruzione sistematica, e ciò ha creato le premesse della spregiudicatezza che caratterizza lo sviluppo attuale. Il risveglio religioso in corso riapre nuovi scenari, ma l’attuale dirigenza intende assolutamente tenere il fenomeno sotto il suo controllo. Sotto questo aspetto il rapporto col Dalai Lama diventa decisivo, perché accettare il suo ritorno, in un Tibet consensualmente integrato nel contesto sovranazionale della Repubblica Popolare Cinese, significa accettare quello che la dirigenza più teme: cioè la libertà religiosa, che inevitabilmente comporta quella politica. In questa luce il sostegno internazionale al Tibet ha un significato che va ben oltre il Tibet stesso.

Una categoria indispensabile per interpretare la genesi della civiltà occidentale moderna è quella di secolarizzazione: intendendo con questo temine il processo attraverso cui aspetti della vita che in origine rivestivano significato religioso sono stati privati di tale significato. Il movente fondamentale di tale processo è costituito dalla progressiva affermazione dello Stato moderno, una concentrazione di potere sconosciuta al mondo tradizionale, che non tollera più alcun condizionamento da parte della sfera religiosa. Altri moventi sono l’avvento dell’economia capitalistica e la rivoluzione scientifica: cioè l’imporsi di modi di agire e di visioni della realtà in contrasto coi modelli etici e conoscitivi della tradizione.

Secolarizzazione non vuol dire cancellazione del passato, giacché le tracce depositate da millenni di vicenda umana non possono scomparire nel nulla; ma piuttosto il loro riaffiorare in forme nuove, inconsapevoli di essere in rapporto con la tradizione e quindi spesso in conflitto con essa. È questo il caso delle ideologie moderne, dall’illuminismo al comunismo, in cui hanno preso forma aspetti della tradizione ebraico-cristiana non percepiti come tali, ma anzi vissuti come frattura col passato. Ad esempio nel comunismo confluiscono il messianismo ebraico e il senso cristiano della comunità, ma in termini del tutto scissi dalla trascendenza, così da incrementare il conflitto con la tradizione.

Ebbene, è il caso di pensare che processi analoghi siano avvenuti e stiano avvenendo in altre parti del mondo, come effetto della modernizzazione. Il discorso è particolarmente significativo per l’Asia, non solo per l’enorme importanza che essa riveste negli scenari attuali, ma per il fatto che la penetrazione occidentale non è riuscita a scalzare le sue grandi tradizioni religiose. Islam, induismo e buddhismo si presentano oggi come interlocutori del cristianesimo nel confronto interculturale, mentre non può essere altrettanto per le tradizioni originarie dell’Africa, delle Americhe e dell’Oceania.
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Nell’ambito poi del mondo asiatico diventa particolarmente interessante l’elemento buddhista, per qualche singolare affinità con quanto rappresentato in Occidente dal cristianesimo. Mentre infatti islam e induismo, sia pure in modi completamente diversi, si sono identificati con un certo tipo di organizzazione sociale, tant’è vero che la modernizzazione dell’India e del mondo islamico non mette in primo piano la secolarizzazione ma sottolinea anzi la necessità di non rompere i legami col passato, le aree dove prevalente è l’elemento buddhista sono quelle in cui la secolarizzazione è stata più imponente. Circa le ragioni di questa differenza sarà opportuna una digressione storica.

Il fatto stesso che l’istituzione che più identifica il buddhismo sia quella monacale, cioè un ambito separato dal resto del corpo sociale, ha lasciato in genere quest’ultimo più libero di organizzarsi autonomamente, traendo dalla sfera religiosa i riferimenti ultimi ma non i criteri specifici dell’etica sociale. Questo è all’origine della grande adattabilità manifestata dal buddhismo ai diversi contesti socio-culturali, e anche del fatto che la sua affermazione coincida con quella di sistemi statali forti, che riconoscono all’ordine monacale un alto prestigio morale senza farsi troppo vincolare dal punto di vista dell’organizzazione sociale. Tant’è vero che in India l’ascesa del buddhismo accompagna, con Aśoka, l’affermarsi dello Stato unitario; come poi il suo declino e infine la scomparsa, un millennio e mezzo dopo, coincidono con il frantumarsi dell’unità statale.

In questa luce quello che oggi chiamiamo induismo non è che la ripresa delle tradizioni pre-buddhiste, conservatesi nell’epoca buddhista in rapporto agli ambiti più locali per poi ripresentarsi in forma dominante una volta disgregato il contesto più ampio. La storia successiva dell’India può infatti essere letta come tensione tra il persistere dell’elemento locale, in cui la tradizione manifesta un’inesauribile creatività, e il proporsi di nuove istanze centralizzatrici, provenienti questa volta dall’esterno: dapprima dall’islam, il quale però è portatore di un proprio modello di organizzazione sociale, poi dagli inglesi. La conquista dell’indipendenza rappresentò per l’India un passaggio delicato, dovendo essa costituire uno Stato centralizzato sulla base della tradizione che ne era più lontana, e in opposizione a quegli elementi che l’avevano rappresentata.

Di fatto il passaggio fu reso possibile soprattutto dal ruolo svolto dalla figura di Gandhi, il quale seppe conciliare il modello statale anglosassone, in cui la secolarizzazione era spinta a un grado meno estremo rispetto alle varianti “continentali”, con un richiamo agli aspetti più aperti, universalistici e compassionevoli della tradizione indù, in cui si è anche conservata traccia dell’antico substrato buddhista. Quello che ne è derivato è un modello che risulta oggi interessante, in cui la modernizzazione non è esente da costi sociali anche rilevanti, ma senza quella distruzione dei legami tradizionali quale si è verificata ad esempio in Cina.

di Claudio Torrero
da Nuovo Progetto agosto-settembre 2008
(versione integrale)
[fine prima parte]         [seconda parte: La modernizzazione della Cina]