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Il segreto della gioia

Antonio Allegri detto il Correggio, Il Cristo trionfantedi Giuseppe Pollano – Gesù è risorto, alleluia! Non è una frase insignificante, è il ricordo di una straordinaria novità che genera comune gioia quando diventa una esperienza di comunità non superficiale o emotiva, ma profonda, che sale dallo Spirito. Ed allora “Gesù è risorto!” diventa annuncio e il centro della missione che caratterizza i cristiani.
Se Gesù non fosse risorto, che cosa sarebbe il cristianesimo? Certamente non quello che è. Sarebbe una religione allineata con tutte le altre grandi espressioni religiose che sorreggono in qualche modo lo spirito umano; i vangeli, la Parola rimarrebbero unicamente pagine sapienziali del passato, non ci sarebbero la presenza del Signore, i sacramenti, la grazia, la fede, la speranza, la carità..., niente di quello che è il cristianesimo.
Se Gesù non fosse risorto dovremmo continuare a dire, come i filosofi non credenti, che la morte continua a essere l’unica e insorpassabile nostra possibilità, che non avremmo altra possibilità al fatto che si muore. Paolo addirittura dice che se Gesù non fosse risorto, noi saremmo davvero da compiangere più di tutti gli uomini. Ma Gesù, conclude Paolo, è risorto e allora tutto si rovescia (1Cor 15,19).

Questa straordinaria novità, questo evento meraviglioso, comunica un segreto di gioia di cui tutti abbiamo molto bisogno, che non possiamo tenerci per noi. È una potenza per noi stessi, per la nostra vita personale, per la vita di tutti i giorni, per gli altri.
Non vogliamo essere una Chiesa troppo poco sostenuta e rallegrata dal fatto che Gesù è risorto. Ad essere sinceri è difficile affermare che tutto il popolo di Dio è evidentemente sostenuto da questo respiro in più. Le tristezze, le fatiche, i dolori, insomma la vita di tutti i giorni ci pesa addosso e schiaccia un po’ il senso spirituale di gioia della resurrezione. C’è il rischio di una Chiesa a cui manca il sorriso profondo dovuto al fatto che qualunque cosa accada o non accada, il Signore è risorto, è vivo, è con noi.
Ecco perché l'evento essenziale e irrinunciabile del cristianesimo è anche il punto più difficile per la missione. Siamo chiamati ad annunciare che Cristo è risorto, missione difficile se non si è sostenuti dalla fede. I primi missionari dicevano tre parole: Gesù è risorto. Erano presi da questa immensa novità. Essi lo avevano visto, noi però abbiamo lo Spirito Santo e la fede.

Cristo è risorto non è una etichetta pubblicitaria da attaccare dappertutto, si deve annunciare al momento e nel modo giusti. È bene contemplare prima di tutto con umiltà la nostra missione.
Innanzitutto valutiamo se c’è una certa distanza tra il come la Bibbia parla della resurrezione e il nostro pensare abituale. Il grande invito che Paolo ci propone (cfr Col 3,1-3) è che se siamo risorti con Cristo – per lui questo è certissimo, il se che usa non è un se ipotetico, equivale a visto che – allora dobbiamo cercare le cose di lassù, dove si trova Cristo. Con il termine lassù non si intende un luogo spaziale, è uno stato diverso, un lassù rispetto al quaggiù, quindi è un invito a pensare alle cose di lassù e non a quelle della terra, perché siamo morti e la vita è ormai nascosta con Cristo in Dio. Non sono frasi figurate, esprimono la realtà, cioè che siamo morti a tutto quello che di negativo avremmo potuto essere.
Se Gesù è vivo, io sono con lui, lo sento, mi fa vivere, mi ispira il pensiero, mi muove la volontà, mi dà un amore diverso: sono proprio vivo, ma sono io che vivo nascosto in lui.
Gesù vivente ricorda gioiosamente che il Signore ha eliminato morte, lutto, lamento (Ap 21,4), nella vita definitiva e felice che Gesù ci ha preparata (Gv 16,20) e nella quale ci aspetta.
Tutti abbiamo dolori, dubbi, incertezze, ma non disperiamo se guardiamo di più questo Signore che c’è, se aspiriamo di più a questa vita definitiva che è la Vita rovesciando la prospettiva che la vita sia quella che stiamo vivendo. Questa non è altro che un momento penultimo, come diceva Bonhoeffer, di un ultimo che è poi quello vero, quello di cui ha parlato Gesù quando usava la parola vita e che poi ha confermato lasciando il sepolcro vuoto dietro a sé.

Quando si prega è importante tornate sulle frasi della Scrittura che annunciano la nostra eternità, concedere lo sguardo a Gesù, aprire una fessura per guardare il Cielo, perché è lì la vita, e lasciare che questa luce, questa consolazione, questo stimolo motivino ad essere veri cristiani adesso quando si deve faticare, patire, soffrire, perché è vero che non è qui il paradiso, però c’è. Non è egoistico coltivare questa gioia per stare un po’ tranquilli, è bello perché è proprio la verità, perché, come ha detto Gesù, la nostra gioia sia piena.
Non dobbiamo pertanto lasciarci prendere dai mille pensieri, dai mille affanni, soprattutto non dobbiamo avere l’ingenuità di credere che le nostre più belle gioie siano sufficienti per vivere, non sono che un’ombra della grande gioia che ci aspetta, perché Gesù è risorto.

Anche tutto il bene che si fa non è l'essenza della nostra missione. La differenza tra cristianesimo e filantropie umane – ad esempio amare e avere la compassione dell’altro è un bellissimo sentimento che è radicato nel buddismo – è che il cristianesimo compie eccome atti di amore e compassione, ma come segni di qualcosa che è molto più grande ancora, segni di un Amore che andrà molto oltre e che aspetta di abbracciarci in una gioia completa. Infatti il cristiano non si limita mai a fare il bene, ma ci mette sempre dentro in un modo o nell’altro l’annuncio che poi c’è un’altra gioia.
L’annuncio cristiano, che diventa la missione cristiana, ha come centro Gesù risorto, per cui è importante riempire di Speranza tutto il bene che si fa agli altri in questa vita quando andiamo incontro alle speranze umane della gente (Gv 6,26). Riempiamoci di questa Speranza anche tra noi quando soffriamo, quando sentiamo di dover consolare, diciamocelo che noi abbiamo un Paradiso, non sono frasi fatte o devote o giaculatorie, sono annunci che non si programmano, devono venire dal cuore. E consideriamo Gesù come l'Amico (Lc 24,13-32, i discepoli di Emmaus) che c’è in tutto e sempre, per un’esistenza rinnovata e lieta già in questo mondo.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore