Sermig

Attenzione, veglia, vigilanza

di Giuseppe Pollano – Gesù ci invita alla veglia, alla vigilanza, allo stare attenti. La vita è fatta di attenzioni, quello a cui non sono stato attento scorre. È interessante capire quali sono le mie attenzioni più importanti, quelle su cui torno sempre dopo che ho fatto quello che dovevo fare.

Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!". (Marco 13,33-37)


Vegliate, Marcello CerratoL'attenzione essenziale

Noi abbiamo moltissime attenzioni, ma dobbiamo cogliere quella essenziale. Se la perdiamo, cadiamo in quello che Gesù definisce il sonno, il dormire, perché non si vede Dio.
L'attenzione più pericolosa, se diventa dominante, è l'attenzione a se stessi, quella egocentrica, perché continuiamo a preoccuparci di noi, a pensare a noi, a farsi problemi su di noi, a pensare a quello che piace a noi. È istintivo, ma bisogna controllarla, perché altrimenti non so dare più di tanto attenzione all'altro, chiunque esso sia, a cominciare da Dio.
Un'altra attenzione che diventa pericolosa, quando non ben canalizzata, è l'attenzione alla vita. L'incarico serio di vivere, perché Dio ci lascia nel mondo per darci da fare in modo serio e non per aspettare chissà che cosa, non è più importante del dovere di attendere. Ma dobbiamo dare il senso giusto alla serietà.
C'è una serietà maledetta, perché diventa un assoluto della vita e non un relativo: è quella che riscontriamo in gente considerata seria, molto seria, che vive ad esempio la propria professione come un assoluto, come tutto. Mai un sorriso! Noi dobbiamo avere il coraggio di dire che una serietà così vissuta è maledetta da Dio perché lo nasconde a noi.
La serietà dovrebbe invece essere Dio, poi le altre. Se diventi così serio che se io ti parlo di Dio ti pare una cosa assolutamente ridicola e superflua, vivi la serietà maledetta che si è guadagnata Adamo con il peccato: faticherai, ti guadagnerai il pane, farai diventare il tuo pane il tuo mondo, e questo è maledetto perché, facendo così, ti staccherai da Dio e, non avendo più Dio, non avrai più il senso della vita. Quando si è in un ambiente di lavoro, nell'ideologia del lavoro, si è assorbiti, o almeno condizionati, da questa serietà maledetta del mondo. Bisogna essere attenti a non lasciarsi contaminare. Questa è una serietà che ci vuole, anzi bisogna essere i primi e di esempio, ma non è l'attenzione di fondo. La serietà è un'altra, cioè distinguere tra il relativo e l'assoluto.
Le persone più serie, umanamente parlando, non possono stare senza assoluto. Chi lascia Dio non diventa per questo un vagabondo, può anzi diventare estremamente serio e allora non può fare a meno di un assoluto: si inventa quelli che si possono definire i piccoli assoluti, il dio con la d minuscola, ma importanti come Dio. Non possiamo dimenticare che Gesù ha definito il dio generico mammona, la ricchezza. Come siamo terribilmente seri nelle nostre faccende economiche! Il conto in banca diventa il proprio tabernacolo, un assoluto, mentre dovrebbe essere un relativo.

Esistere invece vigilando vuol dire, ed è l'unico modo, vivere dedicandosi all'altro. Se vuoi evitare questo terribile pozzo in cui ti sprofondi, che sei tu stesso e che quindi l'unico a cui sei attento sei tu, non hai altra strada che prendere l'altro come punto di riferimento. È vivere una dedicazione, una dedizione. Non c'è via di mezzo. Infatti si può sentirsi già aperti, dedicati a, oppure sostanzialmente ancora affezionati a se stessi e con qualche episodio di dedicazione agli altri.
Bisogna cercare di rovesciare la situazione un poco alla volta: non si tratta di dimenticare se stessi, perché si ha il dovere di mantenersi in buona salute ad esempio, però è fondamentale vivere una dedicazione. Chi ama una persona, chi si sta dedicando ad un malato della famiglia, sa cosa vuol dire vivere per gli altri, sa benissimo che questo diventa dominante e che il pensare a sé si è ridotto, è diventato ordinato, anzi, che il pensare troppo a sé fa sentire un senso di vergogna, di egoismo. E questo, a maggior ragione, per Dio, perché con Dio non è questione di uno a cui mi dedico, è l'essenza della vita.
Questo vuol dire che ogni cristiano è un consacrato a Dio. Il battesimo fa sì che io viva dedicandomi a Dio e agli altri, e allora si è sicuri che la propria attenzione si dirige al punto giusto. Il binomio Dio e gli altri è infrangibile, non possiamo dividerlo. Sono pertanto sicuro che se io sono consacrato a Dio e agli altri, sarò sempre attento nella maniera perfetta, avrò gli occhi limpidi, e sarò automaticamente salvato dai miei egoismi. Quando comincio ad essere egoista, infatti mi accorgo che non ho più voglia né di Dio né del prossimo, e questo non vuol dire che cambio religione, vuol dire che la mia religione diventa un'abitudine, un guscio, e non sono più io. O ci si dedica o si è perduti.


Il contesto culturale da cui partiamo

La ricerca, l'attenzione perfezionatissima, è uno dei nostri vanti, regola la nostra cultura. Siamo molto attenti, ma in parallelo con la questione della tecnica. L'attenzione della tecnica nei laboratori è stupenda, qui l'uomo ha un'intelligenza mirabile perché giunge a stupendi risultati. Però la ricerca scientifica e tecnica diventa un enorme punto interrogativo quando diventa ricerca sull'altro. Le scienze umane non ci fanno scoprire l'uomo. L'altro, quello che incontro, chi è? Questa è la grande indagine che, non essendo calcolabile con la matematica, diventa molto difficile. Di fronte alla moltissima ricerca sull'uomo fa riscontro una poca attenzione a Dio, perché Dio dove è, cosa fa, in quale modo agisce, interessa molto meno.
I cristiani, che devono essere attenti a tutte le cose, devono dare prova che sono attenti a Dio: "A me importa anche di Dio". Devo cioè dire che cerco di essere attento a tutti, compresi i miei fiori a cui do acqua tutti i giorni perché non appassiscano, però che la mia attenzione centrale è a Dio e che mi sento in ordine così. Questa è una frase che si può dire a chiunque, e il chiunque, che sia d'accordo o no, ci capisce di sicuro, perché il paradigma dell'attenzione è molto moderno, è di oggi.

Giuseppe Pollano
tratto da un incontro all’Arsenale della Pace
testo non rivisto dall'autore