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Si può fare

di Mauro Palombo - Quanta povertà si può tollerare?
Il numero delle persone che vivono condizioni di povertà estrema – ossia vivono con meno di 1,9 dollari al giorno – è calato, più che dimezzandosi rispetto al 1990. Ma ne rimangono ancora circa 750 milioni! La riduzione del loro numero peraltro non è stata uniforme nel mondo, e sta complessivamente rallentando; nell’Africa Subsahariana recentemente è addirittura tornato ad aumentare ad oltre 400 milioni (dati ONU - Banca Mondiale). In tutto il mondo, la maggior parte degli “estremamente poveri” vive nelle campagne o ne è fuggito, lavora in attività agricole ed ha una scolarità molto bassa. E, ovviamente, la loro condizione è alimentata anche da conflitti interni ed esterni e da calamità naturali tra cui i mutamenti climatici più gravi. Nell’insieme inoltre, aumenta la diseguaglianza all’interno delle società. Fin qui, uno sguardo alla “povertà estrema”. Ma, sempre la Banca Mondiale, in una recentissima rielaborazione di suoi dati (riferiti al 2013), riporta la dimensione ancora immensa della condizione di povertà: sono circa 3 miliardi e mezzo le persone che vivono con meno di 5,5 dollari al giorno; poco meno della metà della popolazione mondiale (2 miliardi di loro vivono con meno di 3,20 dollari al giorno).

Anche i dati sulla malnutrizione confermano la recente recrudescenza: per il 2017, la FAO riporta che, dopo le flessioni degli scorsi anni, le persone in questa condizione sono salite a 821 milioni. 151 milioni di bambini sotto i 5 anni subiscono l’arresto della loro crescita. 50 milioni deperiscono. E questo contribuisce alle migliaia e migliaia di persone che ogni giorno muoiono. Non si tratta di essere catastrofisti. Si può anche scegliere di ignorare l’esistenza del Terzo Mondo, ma non di meno è realtà, con l’immensa sofferenza che genera e soprattutto con i tanti talenti che non trovano modo di dar il loro pieno frutto.

Quale storia desideriamo?
La storia umana resta controversa, densa di contraddizioni. Nello scenario geopolitico i rapporti tra le due porzioni di mondo non sono poi molto cambiati. Non è certo scomparso lo sfruttamento delle risorse naturali – sovente ricche nei Paesi poveri – da parte delle economie più sviluppate che le utilizzano. Nel quadro della globalizzazione sono piuttosto entrati nuovi attori – come la Cina – che offrono qualche contraccambio di infrastrutture, più o meno prioritarie per i reali bisogni locali. Allora, non c’è da stupirsi se tanti scelgono di cercar fortuna altrove, per sé e la propria famiglia, rischiando il tutto per tutto. Chiaro che una scelta razionale a livello individuale – condivisa nell’arco della storia da centinaia di milioni di uomini e donne – a livello globale, lo è assai meno.

Capaci di scegliere, di fare, di essere. Ci sono oggi comunque le migliori condizioni per restituire dignità alle vite. Ne abbiamo evidenza nelle iniziative dove crescere nella capacità di essere e di scegliere fa la differenza, e apre percorsi nel fare e diventare. Partendo da un incontro, costruendo relazioni; costruendo una comunità solidale, perché la crescita sia inclusiva, aperta a propagarsi. La chiave dello sviluppo non sono solo le risorse: sono ancora una volta e sempre di più, le competenze. Unite a passione e determinazione, sono una formula vincente. Conoscenza e tecnica, anche in uno scenario di risorse limitate, fanno crescere la produttività del lavoro umano, ridimensionandone la fatica, spesso immane. Occorrono anche soluzioni tecnologiche adatte; strumenti, non sempre reperibili “nel mercato” perché necessarie a realtà che ancora ne sono escluse. Ma i mezzi non bastano, ciò che conta sono le persone, la povertà non è solo nel misero reddito. Suscitare capitale umano. Suscitare, partendo dal piccolo, una iniziativa, una imprenditorialità, che aiuti a prendere in mano la propria vita. In maniera adatta ai diversi contesti, formale o informale, purché efficace nel venire incontro a questa necessità. E, quando finalmente i poveri riescono a produrre più di quello che è strettamente necessario, organizzarne l’accesso al “mercato” e ottenere un compenso equo per la molta fatica delle loro giornate. Ricetta sperimentata e valida anche per coloro che, dopo anni fuori dal loro Paese, desiderano rientrare, e avviare una attività, che porta benefici a tutto il contesto. Senza indugio, nella nostra esperienza, tutto parte da una condivisione efficace. Una “restituzione” di impegno, di conoscenze, di capacità, di strumenti, di mezzi. Che non può che moltiplicarsi, feconda di futuro. Di far nuove tutte le cose. Lavorare per lo sviluppo umano è, prima di tutto, crescere nella nostra umanità.

Associazione Sermig Re.Te. per lo Sviluppo
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Mauro Palombo
RE.TE.
Rubrica di NUOVO PROGETTO