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Nicaragua nel baratro

di Lucia Capuzzi - Le radici del fallimento del sandinismo.
i manifestanti durante i cortei che, dal 18 aprile scorso, scuotono il Nicaragua. Una frase simbolica: la pronunciò, il 15 gennaio 1970, il poeta ribelle Leonel Rugama (nell'illustrazione) mentre la Guardia nazionale di Anastasio Somoza gli intimava la resa. Quel giorno Rugama fu ucciso, ma, nel 1979, il dittatore fu destituito dai giovani rivoluzionari, riuniti nel movimento nazionalista che prese il nome dall’eroe César Augusto Sandino.

Uno di quei ragazzi, ormai invecchiato, trentanove anni dopo, è al potere: l’ex comandante Daniel Ortega, presidente dal 2007. Contro di lui, ora, per nemesi storica, combattono i “nipoti della rivoluzione”. Così li ha chiamati Sergio Ramírez, scrittore premio Cervantes, con un passato da guerrigliero e, poi, vicepresidente del citato Ortega, prima di rompere con quest’ultimo, come buona parte della vecchia guardia rivoluzionaria. Anche Ramírez è sceso in piazza numerose volte negli ultimi mesi, da quando è cominciata la maxi protesta, tuttora in corso. La scintilla è stata la riforma della previdenza da parte dell’esecutivo.

L’intervento brutale delle “turbas” contro un corteo di pensionati, a León, ha suscitato l’indignazione generale, portando in piazza migliaia di persone. Ben presto, la richiesta dei dimostranti è diventata il ritiro del duo Ortega-Murillo. Centinaia di morti e arrestati dopo, la “Primavera nicaraguense” continua. Poiché le radici del malessere sono profonde.

E riguardano le contraddizioni del sistema creato negli ultimi undici anni da Ortega. Il quale ha trasformato il sandinismo – un misto di nazionalismo intriso di ideali socialisti e cristiani – in danielismo. Un ibrido che mescola retorica populista, politiche neoliberali e reti clientelari, con la moglie, Rosario Murillo, come vice e “eminenza grigia”.
E gli 8 figli piazzati in posizione chiave della burocrazia statale.

Non sorprende, dunque, che, agli occhi della gente, sia diventato via via più simile al deposto Anastasio Somoza che all’eroe nazionale César Augusto Sandino, alla cui lotta per la libertà dalla dominazione straniera e la giustizia si richiama il movimento sandinista. Eppure il governo di Ortega è parso, per oltre un decennio, inamovibile. Grazie al sostegno del settore imprenditoriale, allettato da un mix insolito fatto di politiche neoliberali, opportunità di investimenti e silenzio imposto ai sindacati.

“Un’alleanza corporativa” l’ha ribattezzata Carlos Fernando Chamorro, militante sandinista, figlio del più noto oppositore a Somoza, e ora direttore del giornale indipendente El Confidencial. Il Paese del resto, nell’ultimo decennio, è cresciuto a tassi intorno al 4,4 per cento annuo grazie alle esportazioni di materie prime e agli investimenti esteri, abilmente sostenuti e protetti dal governo.

Il benessere è rimasto, però, concentrato in poche mani. In secondo luogo, il presidente ha creato una serie di programmi assistenziali, come Plan techo e Hambre zero, avviati con il sostegno dell’amico Venezuela. Questi hanno assicurato al governo uno zoccolo duro di sostegno fra le classi popolari. Anche se tali briciole non hanno risolto i problemi strutturali del Paese, dove il 42 per cento della gente è povera e il 79 per cento lavora in nero.

In realtà, dietro i riflettori, si aprivano crepe. Il sociologo Óscar René Vargas parla di una crisi di triplice livello. Politico, innanzitutto: alle elezioni del 2016, che hanno visto l’ennesima riconferma di Ortega, l’astensione è stata intorno al 70 per cento. Un segno non colto di sfiducia. Dalla fine di quell’anno, l’economia ha iniziato a rallentare a causa del venir meno degli aiuti venezuelani: 500 milioni di dollari l’anno. Si è ridotto, dunque, il “bottino” da impiegare per i sussidi.

La somma di questi tre fattori ha frammentato il “sistema Ortega”. Per primi si sono sfilati gli imprenditori, passati, con un tempismo sospetto, all’opposizione, insieme agli studenti e ai contadini. A provare a fare da ponte tra i due fronti, per trovare una via d’uscita non bellica alla crisi, è la Chiesa nicaraguense. La Conferenza episcopale ha accettato la richiesta delle parti di fare da testimone e garante di un difficile dialogo nazionale. E non ha rinunciato, a dispetto delle aggressioni di cui sacerdoti e vescovi sono stati vittime. Perfino il cardinale Leopoldo Brenes e il nunzio Waldemar Stanislaw Sommertag sono stati malmenati, mentre gli assalti alle chiese si sono fatti quotidiani.

Sostenuti dalla vicinanza e dagli appelli di papa Francesco, i pastori nicaraguensi si frappongono fisicamente tra le turbas e la gente, e offrono asilo a chi scappa dalle violenze. Ortega è ostinato: rifiuta di anticipare le elezioni e aumenta la violenza per stroncare la rivolta, nonostante le condanne internazionali.

L’intransigenza del governo ha bloccato il dialogo finora. Nel frattempo, la lista delle vittime aumenta. Insieme al numero dei profughi. Già 23mila hanno lasciato il Paese e si sono rifugiati in Costa Rica. Mentre il Nicaragua rischia di trasformarsi in un nuovo Venezuela.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO