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Brasile imprevedibile

di Lucia Capuzzi - Le incognite delle presidenziali sul futuro del Paese.
«Haddad è Lula». L’equazione è apparentemente assurda. Fernando Haddad, (foto) pacato docente universitario, ex ministro dell’Educazione ed ex sindaco di San Paolo, a prima vista, ha poco in comune con l’ex operaio-sindacalista, spina nel fianco dei generali all’epoca della dittatura. Su tale slogan, però, il Partido dos trabalhadores (Pt) ha deciso di puntare la campagna in vista delle presidenziali del 7 ottobre.

In realtà, secondo gli analisti, la battaglia si protrarrà fino al 28, data del ballottaggio. La prima scelta del centro- sinistra brasiliano è fuori gioco. Luiz Inácio Lula da Silva è dietro le sbarre dal 7 aprile: nella stazione di polizia di Curutiba sconta una condanna di oltre dodici anni per corruzione passiva e riciclaggio. Il carcere non ne ha scalfito la popolarità. O Lula, come lo chiama il popolo dei fedelissimi, godeva del 39 per cento dei consensi prima che, l’11 settembre, i giudici gli imponessero di lasciare.

Ora la sfida è “trasferire” il suo bottino di voti – in tutto o in parte – all’erede, da lui stesso insignito: Haddad. Una mossa complessa, sperimentata in Argentina da Juan Domingo Perón durante gli anni di esilio in Spagna: per riuscire, l’ex presidente deve continuare a competere attraverso la sua assenza. Per tale ragione, ha atteso fino all’ultimo per comunicare la “sostituzione”. Lula era fuori dalla corsa già dal 31 agosto, quando il tribunale elettorale ne aveva respinto la candidatura.

La “battaglia dei ricorsi”, però, faceva acquistare consensi all’ex leader incarcerato. Quest’ultimo ha passato la palla al “delfino” con una toccante lettera in cui ha proclamato ancora una volta la propria innocenza e ha chiesto i sostenitori di “dare fiducia ad Haddad, in nome della continuità”. I brasiliani lo ascolteranno? Di certo, queste sono le elezioni più imprevedibili della giovane democrazia brasiliana.

Haddad, partito con a malapena il 9 per cento, nelle ultime settimane ha recuperato, arrivando secondo. A precederlo il leader dell’ultradestra, Jair Bolsonaro, a quota 33 per cento dopo l’attacco di uno squilibrato. L’incremento di Haddad, la cui aspirante vice è Manuela D’Avila, è parallela all’erosione del radicale Ciro Gomes e al crollo dell’ambientalista Marina Silva, rispettivamente al 10 e al 5 per cento. Geraldo Alckim, esponente del centro-destra, non riesce a sfondare la soglia dell’8 per cento.

Si profila, dunque, un ballottaggio Bolsonaro- Haddad. E, secondo vari analisti, il leader dell’ultradestra avrebbe maggiori chanches del rivale di vincere al secondo turno. Un fatto impensabile fino a qualche anno fa in Brasile. Jair Bolsonaro, 62 anni, una carriera da capitano dei paracadutisti prima di entrare in politica, non è solo un politico “anti-sistema”. I suoi discorsi pubblici e i post sul profilo Facebook – seguito da quasi cinque milioni di persone – sono infarciti di affermazioni “forti”, tanto da far impallidire il suo modello, il presidente Usa Donald Trump.

Il leader difende apertamente la dittatura, la libera circolazione delle armi, la tortura, la pena di morte e le esecuzioni extragiudiziali da parte della polizia. Sarebbe un errore liquidare il “fenomeno-Bolsonaro” come puro folclore. Il candidato della piccola formazione Partido social liberal potrebbe “conquistare” il Palazzo di Planalto grazie, in primo luogo, al sostegno dei settori più conservatori della potente comunità evangelica. Bolsonaro, inoltre, è riuscito a catalizzare la delusione profonda di ampi settori per le «promesse tradite» in 33 anni di stagione democratica, la più lunga della storia del Brasile.

La corruzione della classe politica d’ogni schieramento – messa in luce dallo scandalo Petrobras-Lava Jato – viene vista, non a torto, come il cancro che impedisce lo sviluppo della nazione. E la correzione dei suoi problemi atavici: diseguaglianza e violenza. Il punto è che la campagna anti- mazzette si è in breve trasformata in offensiva contro la politica tout court.

L’equazione tra sistema e corruzione ha un fondo di verità. La legge elettorale nazionale costringe il partito vincitore a una serie di alleanze per governare. Il che favorisce – quasi istituzionalizza – lo “scambio”, non sempre lecito, di favori. In breve, però, l’eterogeneo movimento di piazza, incapace di produrre alternative, s’è lasciato sedurre dagli slogan populisti. La crisi della politica rischia, così, di trasformarsi in crisi della democrazia. Questo spiega perché venga idealizzata l’ultima dittatura (1964-1985), presentata come l’epoca del miracolo economico e dell’ordine.

Poco importa che al termine il debito estero avesse raggiunto livelli record, la diseguaglianza fosse cresciuti, l’iperinflazione galoppasse. La retorica “militarista”, abilmente cavalcata sul Web dagli strateghi della “controinformazione”, impazza. Per la prima volta, al voto di ottobre, partecipa una novantina di veterani. Un fatto preoccupante in una nazione in cui la tentazione “pretoriana” – l’intervento dei militari in politica – ha segnato, in modo drammatico, la storia recente.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO