Sermig

Dalla parte delle vittime

di Lucia Capuzzi - Abusi, in Cile il “metodo Francesco” produce frutti.
Il 9 febbraio 2017, papa Francesco ha indicato tre parole-guida al Collegio degli scrittori de La civiltà cattolica: inquietudine, incompletezza e immaginazione. Tali termini “catturano” – come sottolinea Riccardo Cristiano in Solo l’inquietudine dà pace (Castelvecchi) – l’essenza più profonda del magistero bergogliano. E, al contempo, con essi, il Pontefice tratteggia un metodo per quanti si sforzano di costruire ponti nel mondo, uniforme e insieme spezzato, della globalizzazione. Inquietudine, incompletezza e immaginazione sono le linee guida per “vivere insieme”. Sono moltissimi gli spunti offerti da questo discorso bergogliano che si rivolge a un pubblico molto più vasto dei “lavoratori” della rivista cattolica. Più che soffermarmi sugli aspetti teorici, però, vorrei analizzare ora un’applicazione concreta del “metodo Francesco”. O meglio, vorrei mostrare come un pensiero inquieto, incompleto e immaginifico è in grado di contribuire a risolvere anche situazioni drammatiche, come lo scandalo di abusi in Cile.

Lo scorso gennaio, avevano colpito l’opinione pubblica le affermazioni del Papa in Cile in difesa di Juan Barros, vescovo di Osorno, accusato di aver coperto le malefatte di padre Fernando Karadima. Il popolare parroco della comunità di El Bosque era stato riconosciuto, nel 2011, colpevole di abusi sui minori, commessi negli anni Ottanta e Novanta. Secondo alcune delle vittime, Barros avrebbe contribuito ad insabbiare le accuse. Per tale ragione, la sua nomina, nel 2015, a vescovo di Osorno aveva irritato una parte dei fedeli della diocesi. Francesco, da parte sua, aveva finora dimostrato di credere all’innocenza del pastore. «Il giorno che avrò una prova, parlerò», aveva risposto a un reporter a Iquique, poco prima di volare per Lima, il 18 gennaio.

L’uso della parola “prova” aveva spinto il cardinale Sean O’Malley, presidente della Pontificia commissione per la tutela dei minori, a intervenire. Tale termine può essere «fonte di grande dolore per i sopravvissuti agli abusi sessuali del clero», aveva sottolineato l’arcivescovo di Boston, città particolarmente ferita e, pertanto, attenta sulla questione.
La vicenda aveva fatto pronunciare a noti analisti giudizi molto severi sul viaggio in Cile di Francesco, definito un «sonoro fallimento».
Mentre bergogliani e anti-bergogliani si sfidavano a duello su media e blog, il gesuita dal pensiero inquieto, per nulla preoccupato dalla bagarre, si è lasciato interrogare dalla vicenda, della quale, probabilmente, non aveva avuto, fi no ad allora una corretta percezione. Bergoglio dunque, si è dunque sottoposto a un processo di discernimento. Che lo ha portato, sul volo di ritorno a Roma, il 22 gennaio, a dire ai giornalisti: «Devo chiedere scusa, perché la parola “prova” ha ferito, la mia espressione non è stata felice. Chiedo scusa se ho ferito senza accorgermi, mi fa tanto dolore».

Poi ha affermato di essere disponibile a valutare ulteriori informazioni. Una settimana dopo averle pronunciate, Bergoglio ha dato seguito alle sue parole. Inviando a Santiago, monsignor Charles Scicluna, uno dei massimi esperti sul tema della pedofilia, nonché responsabile della nuova Commissione incaricata di valutare gli abusi del clero sui minori, e padre Jordi Bertomeu, della congregazione per la Dottrina della fede. I due inviati speciali hanno consegnato al Papa un corposo dossier di 2.300 pagine. Dopo averlo letto, il Pontefice dal pensiero “incompleto” non ha preso subito decisioni, come avrebbe potuto fare. Bensì ha optato per una scelta inedita. Invitare in Vaticano e parlare a lungo, in privato, con due gruppi di vittime. Nonché convocare l’intera Conferenza episcopale cilena per un “discernimento collettivo”. Per tre giorni, dal 15 al 17 maggio, il Papa e i 34 vescovi hanno pregato e meditato insieme. Un’esperienza concreta di sinodalità, assunta in pieno, in una contingenza critica. In tal modo, Bergoglio ha mandato un messaggio all’interno Chiesa, segnando un precedente storico.

Nel caso specifico cileno, inoltre, il “metodo Francesco” sta producendo frutti. Per prima cosa, il giorno dopo i colloqui, i vescovi si sono dimessi in blocco. Non come segno polemico, come alcuni vaticanisti vorrebbero far credere. Bensì come assunzione di una responsabilità comune, come corpo episcopale, di un problema sistemico.
Di fronte al quale, i pastori hanno riconosciuto di non essere stati all’altezza delle circostanze. Al di là del caso “Karadima-Barros”, la Chiesa cilena ha mostrato, negli ultimi decenni, una disfunzione di fondo: un forte clericalismo che l’ha separata dal resto della società. Al posto di Cristo, dunque, essa ha finito per mettere i propri interri o, peggio, quelli del proprio gruppo.
Di fronte alla tentazione della autorefenzialità, Francesco ha indicato la direzione: la sinodalità. Per assumerla in tutta la sua complessità, però, sono necessarie inquietudine, incompletezza e immaginazione. Le basi di quel discernimento imprescindibile perché il “volto del Signore” e non l’ideologia sia il cuore e il fondamento della Chiesa.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO