Sermig

Una luce oltre il portone

di Rinaldo Canalis - È buio. Sono le 7,30 di un qualsiasi sabato dell’anno all’Arsenale. Arrivo dopo un viaggio di 40 km per passare una mattinata ad accogliere chi bussa alla porta del Sermig. Si tratta di persone in cerca di un lavoro, spesso gravate da carichi di sofferenze, tragedie, drammi esistenziali grandi come macigni ai quali è urgente dare delle risposte.

Faccio lampeggiare i fari e do un breve colpo di clacson. Chi è al centralino dalle 7, lo sa già. Mi spalanca il cancello ed io posso entrare per trovare parcheggio in un cortile interno. Di sabato è impossibile parcheggiare sulla piazza, anche a quell’ora, perché c’è il mercato, un luogo di libero scambio, una sorta di suk frequentato da poveri, da immigrati, da qualche locale, ormai sono in pochi, tutti convulsamente e chiassosamente intenti a vendere merce di svariata provenienza e qualità, il più delle volte semplicemente disposta a terra. Un’atmosfera in deciso contrasto con l’ordine sabaudo che contraddistingue l’impianto non solo urbanistico di Torino.

Oltre la porta si respira una diversa situazione esistenziale: dal caos alla pace, dal fracasso al silenzio. Un nostro amico ex terrorista parlava dell’Arsenale come di un monastero metropolitano, un luogo dove ti ritrovi dopo esserti perso. Lì il silenzio ti isola dai rumori ma non dai problemi che, anzi, sono sempre ben presenti. Nel frattempo infatti un urlo di tragedie si è ammassato nel corridoio di sinistra che costeggia il cortile principale.

Entro nella stanza della Re.Te., il luogo dove si riunisce il gruppo che porta avanti tutti i progetti e le iniziative della mondialità per il Sermig.

Alle 7,30 si svuotano le accoglienze notturne, sia maschili che femminili; qualcuno degli ospiti è stato informato dello “sportello lavoro” aperto nella porta accanto.

Alcune persone intabarrate occupano le sedie, gente dal volto scuro nella semi oscurità del corridoio. Non c’è lamentela per questo. È il proseguimento del sonno appena interrotto. Un momento di pausa, da assaporare prima che inizi una giornata dagli esiti incerti, a volte sulla strada. Sono le 7,35, si inizia: «Chi è il primo?».

Il primo è Ebrima. Viene dal Senegal. Una stretta di mano, ci presentiamo. Molte volte chi arriva ha semplicemente un bigliettino su cui c’è scritto il mio nome. Quando chiedo con chi hanno parlato, chi ha detto loro di venire da me, non lo sanno. La voce circola, è come un tam-tam che a quanto pare funziona.

Lo faccio accomodare di fianco a me, lungo il grande tavolo della sala riunioni. Quasi un gomito a gomito perché di fronte non va bene. Sa di sfida e di separazione. Ha perso il lavoro ormai da tre mesi. In Senegal ha tre figli piccoli accuditi dalla anziana madre che aspettano qualcosa da lui per vivere! Compilo la mia scheda colloquio. Un mini curriculum senza pretese, con quei pochi dati che il lunedì mi aiuteranno a ricordare, a mettere a fuoco ogni situazione, a capire come muovermi per cercare di fare qualcosa.

Gli do “4”. Il massimo è 5. Ebrima ha lavorato in molte fabbriche come addetto allo stampaggio. Sa tutto di presse e loro regolazioni. Sa quali sacchi dei granulati di plastica usare e gli fa piacere raccontare cosa sa fare anche se si esprime male con l’italiano. Questa è una pecca costante in molti degli immigrati che incontro nei colloqui del sabato mattina. Mi chiedo fra me e me come abbia potuto ottenere la licenza di terza media che dichiara di aver preso a suo tempo. Di tornare a casa non ne vuole nemmeno sentir parlare, nonostante glielo proponga. Mi racconta che gli è morta la moglie perché non ha avuto i soldi per comprarle gli antibiotici necessari per curare un’infezione intestinale. Ai suoi fi gli vorrebbe riservare qualcosa di meglio. Il colloquio termina con la frase di rito. «Non ti prometto nulla. Qui non c’è più lavoro! Cerca da ogni altra parte».

È il primo di una lunga mattinata di frustrazioni e di sconfitte. Mentre fuori, nella bolgia del mercato, qualcuno passa per pochi istanti vicino alle postazioni di vendita riempiendosi dell’odore dei poveri, ma facendo ben attenzione a non dare troppa confidenza, Ebrima esce in silenzio, accompagnato da un ascolto. Sa che non potrò fare quel miracolo che cerca, ma ha trovato una persona che, seppur per un breve tempo regolato dalla fila che nel corridoio cresce, è entrato nel suo dolore ormai coperto dalla polvere dell’indifferenza. E questo, nel buio del corridoio, gli ha fatto brillare almeno un sorriso.

Rinaldo Canalis
NPFOCUS