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Iraq, mine nostre

di Aldo maria Valli - «Migliaia di mine anticarro e antiuomo di fabbricazione italiana sono state scoperte dai corpi del genio delle Forze popolari di mobilitazione irachene nei pressi di Bassora. Durante la guerra tra l’Iran e l’Iraq queste mine erano utilizzate lungo il confine». Lo scrive l’agenzia irachena al Sura, con tanto di fotografia, e così noi italiani scopriamo che armi costruite dal nostro Paese continuano a seminare morte.
Gli ordigni scoperti dalle milizie filo-sciite sono mine anticarro Valmara Vs 2.2 e mine antiuomo Valmara 69, prodotte dalla Valsella tra gli anni Ottanta e Novanta, nel periodo della guerra Tra Iran e Iraq.

Oggi quelle mine non sono più prodotte, perché la Valsella ne cessò la fabbricazione già prima del Trattato di Ottawa, che le mise al bando, grazie alle operaie che a Castenedolo, nel bresciano, dissero basta alla costruzione di ordigni di morte. In tutti questi anni però migliaia e migliaia di mine sono rimaste sepolte in molte aree del mondo e continuano a costituire un pericolo.

«Non è un caso – scrive Giorgio Bernardelli su Mondo e missione – che dal Golfo Persico la notizia venga fuori proprio ora e che a diffonderla sia una milizia sciita. Le armi della Valsella erano infatti state vendute negli anni Ottanta all’Iraq di Saddam Hussein in funzione anti-iraniana. E la bonifica di quel confine rimasto di fatto impraticabile dai tempi della grande guerra degli anni Ottanta è anche un segnale politico preciso in un Iraq dove realtà come le Forze popolari di mobilitazione vogliono far pesare sempre di più l’asse con Teheran a scapito dei sunniti, i grandi sconfitti. Dunque anche le mine italiane diventano oggi un facile simbolo nella lotta di potere in corso a Baghdad».

Il dato di fatto è comunque che le mine made in Italy, anche se non più prodotte, possono ancora uccidere e mutilare, come ricorda il Landmine Monitor 2017, il rapporto che di anno in anno fa il punto in vista dell’obiettivo di un mondo finalmente senza mine, che è stato fissato per il 2025 ma che in troppe aree del mondo resta ancora lontano. Sono infatti sessantuno i Paesi nei quali si ritiene che vi siano ancora mine antiuomo. E nel 2016, l’ultimo anno sul quale si hanno dati, le vittime di questi ordigni sono addirittura aumentate: 8.605 persone colpite e 2.089 morte.

«Tutto questo ci ricorda quanto siano nefasti gli effetti a lungo termine degli affari generati dalla vendita delle armi». Non si può dimenticare poi la produzione di bombe in Sardegna da parte dell’azienda tedesca Rwm, che le vende all’Arabia Saudita e che il Paese arabo impiega contro i civili nello Yemen. Così come la classifica stilata dal Sipri, centro studi di Stoccolma, che conferma come Leonardo (fino al 2016 Finmeccanica) sia stabilmente ai primi posti tra i grandi produttori internazionali di armi.

Aldo maria Valli
THE INSIDER
Rubrica di NUOVO PROGETTO