Sermig

La strada del cuore

di Ernesto Olivero - I frutti della compassione per cambiare il mondo.
Alcuni anni fa, in un mio viaggio in Brasile, ho visitato insieme a Dom Luciano Mendes la Febem, all'epoca carcere minorile di San Paolo: mille giovani stipati nello spazio costruito per ospitare trecento persone, una dozzina e anche più di ragazzi ammucchiati in ogni piccola stanza, su materassi o addirittura per terra. Già catalogati come “cattivi”, chiusi dietro le sbarre con l’unico scopo di lasciare tranquilli i ricchi di San Paolo, destinati in futuro a diventare veramente “cattivi”, o, meglio, incattiviti dalla vita. È un ricordo che non mi abbandona più.

Ben lontana da essere esperienza di recupero, il Febem è soltanto una scuola di delinquenza. Ecco perché sono grato alla Provvidenza per aver voluto come sede del Sermig l’Arsenale della Pace, perché è stata anche per noi un’esperienza di recupero, a partire dalla riconversione delle mura; abbiamo incontrato persone che prima non conoscevamo o che tenevamo un po’ ai margini: carcerati, stranieri, uomini e donne di strada, malati. Ci hanno fatto capire che i primi da recuperare eravamo noi stessi, e che poteva- mo insieme ritrovare un modo di vivere più umano. E siamo cambiati.

Abbiamo capito che un contesto che non giudica aiuta la persona a miglio- rare, a riscoprire il bello che ha dentro. Anche i recenti reiterati episodi di bullismo e di cyberbullismo ci aiutano a capire che a volte non basta la famiglia e la scuola ad educare, a prevenire il disagio di molti giovani. Occorre una comunità che si faccia prossima, che agisca come rete di protezione.
Che offra ambienti, contenuti, progetti, che riempiono la vita, che restituiscono la capacità di sognare. Chi ha avuto la vita segnata da un errore ha bisogno di una famiglia-villaggio che la accolga con un metodo cui accetta di aderire.

Oggi tendiamo sempre più ad essere individualisti, ad avere paura del di- verso, a non valorizzare la differenza come ricchezza. Per questo attiviamo delle difese, e rimaniamo isolati. Il tessuto sociale non tiene quasi più, manca l’incontro vero tra persone, non c’è custodia dei più gracili. Non ci sono più spazi dove si possa fare esperienza di essere accolti e ascoltati. Nessuno ascolta più. Tutti hanno troppe parole da dire, troppe cose da fare. Nessuno dice più all'altro: ti ascolto, perché ne vale la pena, la tua vita mi interessa.

E se io sono un po’ luce, ascoltandoti ti do luce e il buio magari non entra. Questo non significa minimizzare lo sbaglio che ha segnato la vita di una persona. Significa offrirle la possibilità di voltare pagina e ricominciare. La stessa possibilità che io vorrei per me. Dobbiamo ricordarci sempre che l’altro non è quello che vorrei incontrare, non è quello che immagino o desidero, l’altro è quello che ho davanti, con la sua storia e i suoi limiti.

Non giudicare significa saper scendere dal proprio cavallo, trovarsi a terra, mettersi in discussione, farsi guardare e trovare dagli altri, far entrare in gioco la ragione che semina domande e dubbi lì dove abbiamo troppe sicurezze, troppe risposte già pronte. Saper comprendere, compatire non significa cedere all'emotività, significa capacità di cogliere il dramma dell’altro mettendomi nei suoi panni.

La compassione procura un coinvolgimento che spaventa chi è abituato a risolvere ogni cosa in una sequenza veloce di domanda-risposta, bisogno- soluzione. Oggi però avvertiamo che questa sequenza non tiene più, davanti alla complessità dei problemi ci sono sempre meno risposte preconfeziona- te. E questo ci sconcerta, ma può an- che aprirci la strada del cuore, la strada di risposte nuove. Se lasciamo che il cuore illumini l’intelligenza troveremo risposte adeguate anche nella complessità di oggi e vie per dare un senso alla vita di ciascuno. Penso agli uomini della strada di San Paolo in Brasile, all'iniziativa che portano avanti, la Foresta che cresce. L’obiettivo non è togliere le persone dalla strada ma togliere loro la strada da dentro.

Ernesto Olivero
EDITORIALE
Maggio 2018