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Il sultano ritorna

di Claudio Monge - Poche settimane fa, intervenendo ad una commemorazione del sultano Abdulhamid II, al palazzo imperiale di Yıldız ad Istanbul, il presidente turco Erdoğan ha dichiarato, con la consueta enfasi retorica dei suoi discorsi, che la repubblica di Turchia è una continuazione dell’impero ottomano, pur con frontiere diverse.

Per la cronaca, Abdulhamid II, al potere tra il 1876 e il 1918 anno della sua morte, tentò disperatamente di salvare un Impero in crisi, minacciato dalle mire politico-strategiche delle potenze occidentali. Utilizzò a tale scopo l’islam per imporre la propria autorità e proclamarsi protettore dei musulmani, ma l’accento posto sulla religione contribuirà, invece, a rinforzare gli antagonismi fra le diverse comunità dell’Impero, ad accelerare le forze centrifughe di disgregazione, oltre che a radicare negli occidentali l’idea di un Islam reazionario. Gli armeni pagheranno un drammatico tributo in questo frangente storico. Questi precedenti inquietanti non impediscono, tuttavia, il recupero della figura del 34° Sultano della dinastia degli Osman trasformato, postumo, addirittura in uno statista visionario e in un impareggiabile stratega.

Il grande successo di una serie tv del canale nazionale TRT intitolata Payitaht Abdülhamit (lett. dove posa il trono di Abdülhamid e cioè la capitale), riguardante gli ultimi anni di potere del “Sultano rosso”, ha preparato il terreno per un tale tributo. Sicuramente il presidente e fondatore dell’AKP, si ispira al sultano in questione ma fingendo di ignorare la totale diversità di quel periodo storico rispetto all’attuale. A n d ü l h a m i d avrebbe voluto prolungare nel tempo l’esistenza di un impero multiculturale e religioso, non accettando la sua fine ormai imminente con l’accelerarsi del processo di creazione degli Stati nazione.

Tra il Sultano e Erdoğan c’è la rivoluzione kemalista che, constatata pragmaticamente la fine dell’impero, inventa lo Stato nazionale turco: un progetto repubblicano (condotto con metodi autoritari), nazionalista (volto alla creazione artificiale di un’identità inesistente), laicista (non nel senso della separazione di poteri ma di un totale asservimento della religione a fini politici), statalista e populista. Elementi, quest’ultimi, che ritornano in buona parte nel progetto dell’ultimo Erdoğan, che tuttavia, nella sua ricerca di consenso alternativo al kemalismo, si riappropria a modo suo della tradizione ottomana, glorificando la mitologia imperiale ma in salsa nazionalista: una sorta di “ossimoro storicopolitico”.

Questo lavoro di riparazione della memoria collettiva è, infatti, molto superficiale: gli slogan inibiscono un approccio critico alle vere ragioni della fine dell’Impero, accelerata dalla repressione delle minoranze e dell’espressione del dissenso. Non basta autoproclamarsi uomo della provvidenza, moltiplicando i riferimenti religiosi islamici, o mettere sapientemente in scena i propri presunti successi politici, per cancellare le ambiguità di un autoritarismo che si dice democratico, o di un liberismo economico che pretende di andare a braccetto con il conservatorismo eticosociale.

Claudio Monge
Levante
Rubrica di NUOVO PROGETTO