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Mozambico: andata e ritorno

di Lorenzo Pravato - La “restituzione tecnologica” sul campo.
Per un periodo di 15 giorni, dal 18 settembre al 3 ottobre, io e Michela Nolli della Re.Te. abbiamo intrapreso un viaggio in Mozambico, per andare a conoscere e vedere se in un futuro possa nascere una collaborazione tra la Re.Te, OAF-I, una ong di Torino e i padri gesuiti che hanno dimora nel Paese ormai da cento anni.
Siamo stati ospiti in alcune missioni nel Nord-ovest sull’altopiano di Angonia, provincia di Tete dove dal 2015 OAFI porta avanti il progetto FormAzione: proposta di sviluppo integrale della popolazione dell’Altopiano di Angònia in Mozambico in cofinanziamento con la Conferenza episcopale italiana. La nostra missione era chiara: guardare e conoscere. E così è stato.

Abbiamo potuto osservare le loro tecniche agricole e le varie tipologie di colture. Inoltre abbiamo conosciuto i responsabili degli allevamenti e in particolare la realtà di una scuola secondaria agricola, che ad oggi accoglie circa 600 alunni e ne ospita circa trecento. Il sogno è quello di poter dare posto anche ai rimanenti trecento ragazzi, che spesso, provenendo da villaggi lontani, hanno molte difficoltà negli spostamenti.
La realtà che abbiamo incontrato è ricca di potenziale, sia tecnico, che umano: infatti, le persone sono molto disponibili ad instaurare un dialogo e molto aperte ad imparare tecniche che permettano loro di migliorare la propria condizione di vita.
Abbiamo avuto modo di confrontarci con il direttore della scuola, padre Fernando Muller, che ha evidenziato un’enorme carenza dal punto di vista della padronanza della lingua ufficiale del Mozambico, il portoghese. L’obiettivo su cui bisogna puntare molto è l’istruzione e la motivazione dei ragazzi, che possano essere coscienti delle loro capacità e potenzialità.

Cultura, ritmi, lingua sono molto diversi, ma lo spirito e la forza di volontà che abbiamo trovato sono davvero più simili di quanto possiamo pensare.
Le condizioni di estrema povertà sono all’ordine del giorno e sono molto diffuse su tutto il Paese; basti pensare alla maggioranza delle costruzioni che contornano l’unica strada asfaltata che tagli il Nord del Paese: villaggi di fango e paglia. Si può e si deve voler tentare di cambiare queste situazioni, dando, per quanto è possibile, il nostro contributo con idee, tecniche e soprattutto tempo. L’enorme gap che contraddistingue la cultura locale, che forse è un fattore anche comune con altre popolazioni del continente, è il tempo. Hanno bisogno di qualcuno che cammini con loro, con i loro tempi.
Questo l’abbiamo capito sicuramente dalle testimonianze delle persone, ma soprattutto l’abbiamo vissuto in prima persona. Solo così è davvero possibile un dialogo e un cambiamento che parta da entrambi.

Lorenzo Pravato
RE.TE.
Rubrica di NUOVO PROGETTO