Sermig

Copenaghen

di Michelangelo Dotta - Fedeli al programma vacanze che ci siamo dati, usare solo vettori low cost e partire e ritornare dal viaggio usando sempre come base l’aeroporto di Caselle, ci apprestiamo a lasciare Budapest, con i suoi 40 gradi costanti, alla volta del nord: Copenaghen. Percorriamo per l’ennesima volta uno degli immensi ponti sul Danubio e, come tutti i fiumi che attraversano le grandi città, non possiamo non notare il caratteristico colore dell’acqua: quell’inquietante verdognolo-marroncino che puntualmente allontana ogni ipotesi di balneazione. Ricordiamo però di averlo visto “bleu” in una romantica passeggiata al tramonto, per riflesso di un cielo terso e meraviglioso in grado di cancellare (pura e momentanea illusione) il degrado costante generato dall’uomo.

Agli scanner per il controllo dei passeggeri prima dell’imbarco fermano a campione mia moglie per poi lasciarla proseguire dopo una perquisizione più accurata operata da una agente donna armata di guanti e rivelatore manuale di metalli. Per il resto, la solita galleria di negozi esentasse in cui bighellonare senza meta in attesa del volo. In perfetto orario planiamo sull’acqua fino all’orlo della pista di atterraggio. L’aeroporto internazionale è vicinissimo alla città (9 chilometri), moderno, efficientissimo e “freddo” come a queste latitudini sanno essere molte architetture. Nessun posto di blocco, nessuna divisa all’orizzonte ma molto ordinato silenzio controllato ovunque dagli occhi elettronici delle telecamere. La tecnologia pare regnare incontrastata in ogni ambito, cambio valuta, biglietteria automatica, indicazioni luminose...

Nella stazione sottostante della metropolitana chiediamo aiuto ad una giovane coppia per scegliere la giusta direzione. Fuori, scopriamo subito di essere passati da 40 a 18 gradi, dal sole pieno alle nuvole con pioggerellina fastidiosa che ci accoglie fuori dalla stazione centrale. Optiamo quindi per un taxi anche se l’hotel è molto vicino, occorre cambiare abbigliamento e adeguarsi ad un agosto fuori dai nostri stereotipi. Viste le previsioni, decidiamo di camminare in città quando il tempo ce lo concede e di usare i battelli turistici abbinati ai bus quando piove.

Essendo Copenaghen costruita sull’acqua, lo sviluppo architettonico che si coglie percorrendo i canali, ci rivela le tipiche quinte di case coloratissime, tutte allineate a formare quasi un’unica variopinta facciata sormontata da tetti spioventi e spezzettata da lunghissime teorie di finestre bianche per godere al massimo del sole (quando c’è) e della luce; non ci sono balconi (servirebbero a poco) né panni stesi né vasi di fiori sbilanciati sulla strada, un grande affresco composto in ordine rigoroso. Nelle strade interne che hanno nel tempo ricoperto e sostituito la fitta ragnatela di canali minori, un mare di gente, turisti soprattutto, percorre instancabile le vie dello shopping e della movida. Neanche qui polizia o controlli, così come sono totalmente assenti venditori ambulanti, accampamenti di migranti allo sbando, poveri che chiedono l’elemosina.

Quando cala la sera si svuotano le vie e si riempiono i locali dei quartieri di tendenza come Vesterbro, un tempo totalmente a luci rosse. A noi mediterranei questo pare un altro mondo, lontano dai nostri fragori, in qualche modo algido, di certo poco propenso al contagio umano e al coinvolgimento. Il sabato notte alle 23, sul cielo di Tivoli, uno dei parchi divertimenti più antichi del mondo (qui trasse ispirazione Walt Disney), le esplosioni assordanti dei fuochi d’artificio fanno sobbalzare dallo spavento l’ignaro turista; in piena città, con l’eco e il rimbombo dei palazzi circostanti, sembrano bombe (visti i tempi uno è subito portato a pensare al peggio)... ma è solo un sano divertimento che non ti aspetti!

Michelangelo Dotta
MONITOR
Rubrica di NUOVO PROGETTO