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La stagione dei populismi

di Lucia Sali - I risultati delle ultime elezioni in Europa: l’inizio di una deriva?
Non solo non è finita, ma sembra vivere una seconda fase più insidiosa e pericolosa per l’avvenire dell’Ue, che si prepara a fare le riforme: la stagione dei populismi in Europa. Lo dimostrano i risultati delle elezioni in Austria e Repubblica ceca, nonché in Germania. E il referendum, anche se di natura diversa, in Catalogna. Ultimo in ordine di tempo, il voto in Repubblica ceca di ottobre, dove si è concretizzato il peggior scenario possibile. Non solo ha stravinto Ano, il partito del “tycoon” populista Andrej Babis. Ma ha visto un grande successo anche l’Spd, il partito anti-islam ed euroscettico del ceco-giapponese Tomio Okamura che con quasi l’11% dei consensi, più o meno alla pari con i Pirati antisistema e la destra di Ods, ha spazzato via i socialdemocratici del premier uscente Bohuslav Sobotka, crollato a poco più del 7%.

«Non voglio l’euro, non voglio farmi garante dei debiti greci, delle banche italiane », e «non è possibile che Bruxelles ci dica chi deve vivere nel nostro Paese », ha detto in campagna elettorale Babis, sostenuto anche dal presidente ceco Milos Zeman. Ora il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker lo ha invitato a formare un governo «in grado di posizionare la Repubblica ceca come un partecipante importante negli sforzi per rendere l’Ue più unita e democratica».

Un appello simile a «formare una coalizione pro-Ue» è quello rivolto sempre da Juncker al vincitore a mani basse delle elezioni austriache del 15 ottobre, il “Wunderkind” Sebastian Kurz, 31 anni e oltre il 31% delle preferenze, il più giovane in assoluto a trovarsi alla guida di un Paese Ue. Grazie a una campagna elettorale spostata sempre più a destra, con toni accessi contro i migranti, ora il partito popolare austriaco si troverà a governare con la destra estremista del Fpoe di Heinz-Christian Strache. Proprio quel partito che fu del defunto Joerg Haider, e che nemmeno un anno fa con sollievo di Bruxelles venne battuto dai Verdi – ora rimasti per la prima volta fuori dal parlamento austriaco – alle presidenziali con l’elezione di Alexander Van der Bellen.

Intanto in Germania la cancelliera Angela Merkel naviga a vista nel tentativo di formare una coalizione di governo con l’Fdp, liberali ma vincitori delle elezioni grazie ai toni anti-Ue e soprattutto di pugno duro sull’euro. Una “guerra” a suon di voto popolare – e per alcuni osservatori a carattere in parte populista – ha colpito anche la Catalogna. Il primo ottobre il 90% del 42% del corpo elettorale che è riuscito o ha voluto recarsi alle urne ha chiesto l’addio alla Spagna per formare un nuovo stato indipendente. Bruxelles si è finora rifiutata di intervenire, ritenendola una questione interna e ponendosi giuridicamente dalla parte del governo spagnolo.

Una tematica questa del voto popolare diretto che esprime scontento, sebbene declinata sul fronte Ue, all’origine anche del successo del referendum sulla Brexit in Gran Bretagna di giugno di un anno fa. Questa è infatti – fa notare lo studio di Epicenter – una delle caratteristiche chiave che accomuna il successo dei partiti populisti in Europa, insieme alla “lotta anticasta”, insofferenza verso lo Stato di diritto, promozione di uno Stato forte contro globalizzazione, migranti, libero commercio e in parallelo forte critica verso le organizzazioni e le istituzioni internazionali come Ue, Nato, Onu, Wto. È così che il numero totale di elettori europei che hanno scelto una forza anti-sistema alle ultime elezioni politiche nei diversi Paesi sino ad agosto 2017 era pari al 21,4%. Ora, con gli ultimi risultati, il trend si rafforza ancora di più. In attesa che anche l’Italia, nel 2018, vada alle urne.

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO