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Ebrei e cristiani quale dialogo?

di Piero Stefani - In un suo libro Nathan Ben Chorin (persona che ha svolto un ruolo fondamentale nel rendere possibile l'accordo diplomatico tra Santa Sede e Stato d'Israele del 1993) ha avuto occasione di proporre un'acuta osservazione: «Ci troviamo di fronte a un problema intrinseco alla mentalità cristiana, abituata a vedere nella Chiesa solo una comunità religiosa senza un'identità etnica, né culturale, né geografica specifica. Risulta quindi molto difficile per un cristiano poter concepire che gli ebrei non costituiscano solo una parallela comunità religiosa, una specie di Chiesa senza Gesù, ma sono un'entità etnico-religiosa-culturale con una sua propria storia e natura precise.» (Nuovi orizzonti tra ebrei e cristiani, Messaggero, Padova 2011, pp. 100s).

L'osservazione rimanda ad alcune realtà di fondo. Ci sono due vie principali per essere ebrei: nascere come tali (e in questo caso la discendenza è matrilineare) o convertirsi alla religione ebraica, fatto che comporta, accanto a un atto di fede, la scelta di aggregarsi al popolo ebraico. Per provarlo basti dire che una convertita all'ebraismo genera figli ebrei. Per la fede cristiana la situazione è radicalmente diversa: si nasce sempre non cristiani. Il venire al mondo non ci rende di per sé membri di alcuna Chiesa; si diviene parte della comunità dei credenti solo in virtù del battesimo. La Chiesa è infatti una comunità di fede e non già un popolo in senso etnico-culturale.

Ma se il popolo ebraico e la Chiesa sono così strutturalmente diversi tra loro per quale motivo dovrebbero dialogare? A qualcuno, specie da parte ebraica, l'osservazione sembra pertinente; infatti, almeno sul piano propriamente teologico, tra ebrei e cristiani non ci sarebbe nulla su cui discutere. Ovviamente molto dipende dalle prospettive assunte. Per esempio all'osservazione di Ben Chorin si può replicare dicendo che la Chiesa cattolica romana non è semplicemente una Chiesa con Gesù, essa infatti ha anche un versante territoriale (non importa se minuscolo), istituzionale e statuale. L'accordo fondamentale con lo Stato d'Israele si giustifica solo perché la Santa Sede non è semplicemente una comunità religiosa. Tuttavia è vero che nel preambolo dell'accordo ci si richiama alla natura unica delle relazioni tra la Chiesa cattolica e il popolo ebraico e al processo storico di riconciliazione e di crescita nella comprensione reciproca e nell'amicizia tra cattolici ed ebrei. Il nostro compito ora non è però quello di esaminare le relazioni tra Santa Sede e Stato d'Israele.

La nostra preoccupazione consiste infatti nel chiederci perché due realtà così differenti debbano dialogare tra loro. In quest'ambito non di rado si fa ricorso all'espressione asimmetria del dialogo; essa, in sostanza, è riassumibile nei seguenti termini: i cristiani hanno bisogno degli ebrei per autodefinirsi ma non viceversa. Ciò, in effetti, era paradossalmente vero quando imperava la cosiddetta «teologia della sostituzione» in base alla quale la Chiesa definiva se stessa come vero e nuovo Israele. Allora senza dubbio avveniva che i cristiani definissero se stessi in confronto agli ebrei e non viceversa. Tuttavia quanto più si dichiara erronea questa teologia, tanto più diviene problematico sostenere che gli ebrei possano autodefinirsi senza tener conto della presenza di comunità che accolgono Gesù Cristo come messia d'Israele. Ciò non comporta affatto che i cristiani siano tenuti a compiere un'azione proselitistica nei confronti degli ebrei. Opzione quest'ultima destituita di fondamento anche da recenti documenti ufficiali di parte cattolica.

Nella ricerca attuale emerge sempre più che non solo Gesù fu ebreo ma che furono ebraiche molte delle comunità primitive, a cominciare dalla cosiddetta Chiesa madre di Gerusalemme. In altri termini: il primo annuncio dell'evangelo fu compiuto da ebrei. Tuttavia la Chiesa nel suo complesso è “ebraica” non solo per la sua origine storica ma anche per il fatto che il Padre di Gesù Cristo è il Dio di Israele. Fin dal principio nelle comunità dei credenti in Gesù Cristo furono presenti sia ebrei sia non ebrei. Ciò costituisce la peculiarità in base alla quale la Chiesa si distingue in modo definitivo dal popolo d'Israele. Questa caratteristica iniziale comporta, tanto per la Chiesa quanto per Israele, la legittimità della presenza di ebrei credenti in Gesù Cristo, prospettiva il più delle volte non accettata da parte ebraica, anche a motivo della massiccia presenza nella storia di un antiebraismo cristiano. Tuttavia la realtà come sempre si sviluppa sulle proprie gambe.

Al giorno d'oggi, come è noto, esistono molti cristianesimi, forse meno conosciuto è il fatto che ci sono pure vari ebraismi. Tanto più si avvierà un processo “ecumenico” tra le varie componenti che contraddistinguono l'ebraismo odierno (sviluppo per ora non all'ordine del giorno) tanto più verrà legittimata l'esistenza di ebrei che, appunto perché tali, credono, in varie forme e modi, in Gesù Cristo.
Questo processo, sull'altro versante, trova il suo corrispettivo nella frase del grande teologo riformato Karl Barth (pronunciata negli anni sessanta del secolo scorso) stando alla quale per le Chiese cristiane esiste un unico, vero problema ecumenico, vale a dire il loro rapporto con il popolo ebraico.

Piero Stefani