Sermig

Il violino muto di Bariş

di Claudio Monge - Abbiamo fatto una tragica abitudine al bollettino quotidiano di cadaveri re­cuperati in fondo al Mediterraneo, o meno poeticamente, in fondo ad una chiatta del mare, alla deriva. Poi ogni tanto, una storia con un nome, un volto, come quella del piccolo Aylan riverso sulla spiaggia, ci risveglia per un attimo dal torpore: qualche giorno di ipocrita commozione collettiva (pure quella spesso violentata dal cinico op­portunismo del politico di turno), poi tutto ritorna come prima, senza alcuna scelta coraggiosa capace di interveni­re alle radici del dramma. La storia di Barış Yazgı (“pace” e “destino”, in tur­co), 22 anni, violinista morto nel Mar Egeo con altri 15 compagni di sven­tura stringendo fino all’ultimo l’astuc­cio con il suo violino, è una di quelle immagini che ci rifanno sussultare per un momento.

Barış viveva nel quartie­re popolare di Fatih, ad Istanbul, con suo fratello Cengiz, anche lui musicista e aveva un fratello maggiore che vive in Belgio, a cui aveva reso visita, poco tempo prima, durante i sette mesi del suo visto: quanto basta per sognare un futuro diverso prima di rientrare nel suo Paese di origine. Barış suonava nel gruppo Ensemble, con Caner Sırtmaç e sperava di ritornare in Belgio per perfezionare la sua arte e diventare un virtuoso del violino. Aveva per que­sto chiesto un nuovo visto che però gli era stato rifiutato in quanto non poteva giustificare un lavoro sufficientemente remunerato e coprire le spese assicu­rative. Un tempo la Turchia era terra fertile anche per i virtuosi della musica classica (basti pensare a grandi nomi come il pianista Fazil Say o il violinista Alican Süner) ma ultimamente il pote­re pretende di dettare anche gli spartiti musicali, in questo precipitare senza fine della cultura turca, storicamente nota per la sua vivaci­tà e ricchezza.

L’arte imbrigliata diventa una caricatura di sé stessa e molti artisti perdono speranza, preferendo tentare la strada dell’esilio. Ma non tutti hanno i mezzi economici per un’uscita di scena con tappeto rosso. Il sogno di Barış si è infranto tra la penisola di Sivrice, a Çanakka­le, e l’isola greca di Lesbo. L’ultimo suo palcoscenico è stata una fredda stanza dell’obitorio dell’ospedale di Ayvacık. Identificarlo è stato relativamente fa­cile a causa del suo inseparabile violi­no, che neppure cadavere ha lasciato. Ma la musica, per una volta, è stata di sua madre, che ha intonato per lui uno struggente ağıt (letteralmente “la­mentazione”), secondo una tradizione culturale straordinariamente ricca che si allaccia ai dengbêj o “canti dei bardi” che raccontavano storie di eroi morti in circostanze spesso tragiche. Con la sua lamentazione per Barış, la madre ha saputo trasformarlo in un eroe per la memoria dei vivi: espressione subli­me dell’arte che sa mettere in parole e in canto il dolore dell’assenza.

Levante – Rubrica di NP