Sermig

Robin Hood... per forza

di Alberto Brigato - Rubare, di per sé, era già considerato sbagliato ai suoi tempi, ma il fatto che i beni fossero equamente ridistribuiti lo ha reso celebre, anzi un giustiziere fai-da-te che suscita anche una since­ra simpatia. Oggi possiamo dire che c’è un esercito di fantomatici Robin Hood, sì, forse hanno perso un po’ di smalto, per fortuna non hanno tutti la calzamaglia e di sicuro non hanno lo spirito umanitario iniziale, adesso lo fanno per forza.

Sono anni ormai che ogni mattina si aggirano per l’Arsenale della Pace odierni Arsenio Lupin, uomini e don­ne che per i motivi più disparati han­no avuto qualche piccolo o grande problema con la legge e come pena sostitutiva devono restituire un po’ del loro tempo ai poveri.

L’Arsenale in questo è maestro, nessuno è cosi povero, così lon­tano dalla nostra mentalità da non poter restituire, soprattutto se è obbligato.

Così abbiamo conosciuto Lorenzo, un porto d’armi non registrato, dimenti­cato, per fortuna, perché l’arma non è mai stata usata, ma un po’ di sfortuna e disattenzione lo hanno reso il centro di una diatriba legale che lo ha portato qui. Per un anno, tre giorni a settima­na, con giacca e cravatta è venuto a pulire il centro di accoglienza notturno maschile, non si è mai lamentato, non una volta che abbia detto «lei non sa chi sono io» anche se avrebbe potu­to, e cosi si è affezionato, si è legato agli ambienti e soprattutto alle perso­ne che grazie a lui hanno trovato un posto caldo, pulito e accogliente. Ora fa il volontario e alla sera accoglie i nostri ospiti.

Carlo e Sandra hanno ereditato dal­la vecchia un corno di elefante, non sapevano o non si sono informati sul fatto che fosse illegale venderla e in un attimo si sono presentati alla no­stra porta.

Non avevano voglia, non avevano tempo e hanno sempre pensato che fosse ingiusto. Hanno iniziato con lo smistamento dei materiali che ci ven­gono portati alla porta, con il piegare magliette, selezionare coperte usate, sacchi e sacchi di vestiti da control­lare… Ma la cosa più bella era la loro faccia, poco per volta sono cambiati, si sono distesi, ancora adesso vengo­no a preparare i vestiti per le famiglie che aiutiamo e hanno coinvolto la loro figlia nel nostro oratorio; possiamo dire che si sono un po’ riconciliati, hanno accolto in modo diverso questa pena!

Perché di questo si tratta, di una pena! Forse diversa, più leggera, sostitutiva, per usare un termine tecnico, ma comunque resta una pena, non cambia se non la affronti tu in un modo diver­so! Puoi portarti il carcere dentro se vivi tu con le sbarre addosso.

Quando ho conosciuto Luca e Ric­cardo ho pensato proprio questo, due ragazzi incattiviti dalla sentenza, bloc­cati dentro un provvedimento che limi­tava la loro libertà, che, anche se non fisicamente dentro, vivevano le loro ore in Arsenale come in un carcere. Forse è stata l’unica volta che mi sono arrabbiato, vedevo tante possibilità di bene buttate lì, senza voglia, senza cura, con uno sforzo sproporzionato; dire tutto e subito, far capire il fine umanitario del loro stare qui, risveglia­re un po’ il famoso Robin Hood che sapevo o forse speravo avessero nel cuore… e ne è valsa la pena! Questi due ragazzi, nonostante i figli piccoli e un lavoro molto impegnativo, si sono messi in gioco. Luca ci aiuta a gestire la provvidenza di frutta e verdura che ogni venerdì riempie l’Arsenale e Ric­cardo una notte a settimana la passa con i nostri ospiti, fa famiglia, non su­bisce più il tempo “rubato”, ma crea con esso!

Ovviamente non ci sono solo storie a lieto fine, c’è chi non cambia, c’è chi non si lascia toccare da tutta que­sta umanità, c’è chi preferisce resta­re nella foresta di Sherwood, latitante nelle proprie emozioni, senza uscire allo scoperto, dietro gli alti alberi del­le proprie convinzioni; la penombra lascia spazio ad altro, i tanti impegni improvvisati, le scuse più o meno plausibili lasciano sempre una via d’u­scita facile, ma per fortuna loro nessu­no di noi veste i panni dello sceriffo, anzi cerchiamo di passare un’idea di restituzione, proviamo a coinvolgere, a valorizzare, a ridare un’opportunità, un pretesto per cambiare, la vecchia gioia un po’ demodé di far felici gli altri, ma questa è tutta un’altra storia.