Ci pensa la politica?

Di Monica Canalis - La disattenzione della politica italiana per i giovani ha origine in un semplice dato di realtà: i giovani sono demograficamente una minoranza, in larga parte non votano ed essendo poco organizzati hanno scarsa capacità di fare lobbying per affermare politicamente i propri diritti ed interessi. Inoltre, nei primi decenni della Repubblica Italiana, gli elevati tassi di sviluppo economico garantivano in modo naturale ai giovani l’ingresso nel mondo del lavoro e quindi si è arrivati tardi alla necessità di formulare delle politiche in loro favore. Oggi che i baby boomers (i nati tra il 1945 e il 1964, notoriamente molto numerosi) stanno andando in pensione, emerge inoltre con maggiore cogenza la necessità di ingrossare le file di coloro che lavorano e che con i propri contributi pagano le pensioni.

Le politiche per i giovani in questi ultimi anni si sono concentrate su alcuni filoni: il lavoro ed il servizio civile innanzitutto.

Per quanto riguarda il lavoro, i provvedimenti più significativi sono stati il Jobs Act, la decontribuzione sulla stabilizzazione a tempo indeterminato e la Garanzia Giovani (Youth Guarantee). Il Jobs Act mira a ridurre la dicotomia del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da forti differenze tra lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e lavoratori precari. Il provvedimento riprende il principio del contratto a tutele crescenti puntando ad avvicinare gradualmente il neo assunto al contratto a tempo indeterminato, con garanzie via via crescenti, ma senza tutele come l’articolo 18 (in caso di licenziamento senza giustificato motivo è previsto un indennizzo economico ma non il reintegro nel posto di lavoro). L’incremento dell’occupazione giovanile di questi ultimi anni è però forse maggiormente correlato ad un’altra misura: la decontribuzione della stabilizzazione a tempo indeterminato che ha reso conveniente per le imprese stabilizzare i contratti precari, contribuendo altresì a far emergere molto lavoro nero. Tuttavia, sia il jobs act sia quest’ultima misura più che creare nuovo lavoro hanno stabilizzato quello esistente. Gli interventi normativi di diritto del lavoro facilitano infatti la creazione di un ecosistema favorevole al lavoro di buona qualità, ma per creare nuovo lavoro sono necessarie politiche di sviluppo, in particolare industriali, di cui l’Italia è stata particolarmente carente.

Discorso a parte va fatto per la Garanzia Giovani, che ha recepito a livello italiano l’iniziativa dell’Unione Europea Youth Guarantee approvata nell’aprile del 2013 per venire incontro a tutti quei Paesi europei che hanno una percentuale di disoccupazione superiore al 25%. Si tratta di un programma che mira a far acquisire ai giovani tra i 15 e i 29 anni nuove competenze e a farli entrare nel mondo del lavoro. Obiettivo, almeno sulla carta, è di fare in modo che questi ragazzi possano ottenere un’offerta valida entro 4 mesi dalla fine degli studi o dall’inizio della disoccupazione. Il programma prevede una serie di azioni a livello nazionale, ma ogni regione, in base alle proprie esigenze, può scegliere quali interventi e quali opportunità mettere in campo e con quale modalità. Un ragazzo o ragazza al di sotto dei 29 anni, iscritto a Garanzia Giovani, può ricevere: uno uno stage oppure un ulteriore corso di studi o di formazione in base alle sue esigenze lavorative e professionali. I soldi investiti in Italia su Garanzia Giovani sono stati un miliardo e mezzo di euro. Il programma è stato recentemente finanziato con ulteriori 2 miliardi di euro dalla commissione europea per il triennio 2017-2020, con una somma più bassa rispetto alla dotazione iniziale per l’intero continente: il che ha scatenato delle critiche visto che il piano stava iniziando a ingranare, sebbene molto a rilento e al di sotto delle aspettative. All’interno del programma garanzia giovani è stato finanziato un bando straordinario del servizio civile nazionale che ha prodotto risultati significativi: in sei mesi un giovane su tre trova lavoro, tra questi, il 22,5% ha trovato lavoro attraverso gli enti dove ha prestato servizio.

Il 10 febbraio 2017 il Servizio Civile Universale è diventato una legge dello Stato Italiano, dimostrando con forza un aumento dell’attenzione verso i giovani. Si è trattato di una pagina storica per il mondo del volontariato, con grandi novità rispetto al passato:

1 Il servizio civile è universale, per tutti. Tuttavia i fondi non sono ancora certi… Nel 2017 ci sono risorse per far partire solo 50mila giovani (a fronte dei 15mila del 2014).

2 Più flessibilità nella durata (da 8 a 12 mesi) e minimo 25 ore mensili al posto delle 30 (maggiore possibilità di conciliare con le attività di studio).

3 Possibilità di svolgerlo anche in un altro Paese europeo per due-tre mesi.

4 Ampliato il raggio degli ambiti interessati: nuovi settori di intervento, capaci di rispondere non solo ai bisogni delle persone più deboli e delle diverse comunità territoriali del Paese, ma anche alle possibili ambizioni di crescita professionale dei giovani, come ad esempio il patrimonio storico artistico e culturale, l’educazione e la promozione culturale e dello sport, l’agricoltura sociale, la promozione della pace e la tutela dei diritti umani, la cooperazione allo sviluppo e della cultura italiana all’estero. Meno efficaci sono stati gli interventi una tantum come il bonus per la cultura che garantisce a chi compie 18 anni 500 euro da spendere in servizi culturali (difficilmente tracciabili e monitorabili).

Insomma, se la politica italiana sembra essersi svegliata da un lungo torpore verso i giovani, non si può ancora parlare di interventi che prendano di petto l’emergenza. Perché di emergenza si tratta se i giovani disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono ancora il 40%. Una cifra drammatica che comporta il rischio di una generazione perduta.



FOTO: MAX FERRERO

 

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