Sermig

Il clima cambia, altri no

di Carlo Degiacomi - Il nuovo presidente degli Stati Uniti Donald Trump in campagna elettorale ha detto che “i cambiamenti climatici sono pura fantasia e sono gonfiati contro l’economia americana“. Ha espresso una linea negazionista, promettendo di smantellare i maggiori passi compiuti finalmente da Obama su questo terreno negli ultimi anni. Sarà una frase dimenticata dopo l’elezione o sarà invece un freno alla lotta al surriscaldamento mondiale?

Al contrario, in questi ultimi 5 anni quasi tutti si sono convinti che il problema è serio e quasi più nessuno mette in discussione le analisi principali. Lo dicono anche i numeri ufficiali: il riscaldamento globale non è un problema del futuro, ma del presente. “Siamo entrati già in una nuova era climatica”. L’Organizzazione Meteorologica Mondiale (WMO) ha appena avvisato che nel 2015 si è per la prima volta superato di 1 grado (che saranno 1,2 nel 2016) le temperature pre epoca industriale. Inoltre ha presentato i dati relativi all’aumento innaturale dei fenomeni estremi: ondate di calore, piogge violente, alluvioni, uragani e tornadi, siccità prolungate… 11mila eventi estremi tra il 1996 e il 2015 (vent’anni!), con 530mila morti come risultato diretto. La distribuzione degli eventi estremi non è equa: nove su dieci Paesi più colpiti hanno reddito basso e medio-basso e poche infrastrutture utili a mitigare le conseguenze.

L’avvertimento dell’IPCC (massima autorità sul tema) è chiaro: per evitare di sconvolgere il clima oltre il gestibile la quantità di anidride carbonica presente in atmosfera deve stabilizzarsi entro il 2030. Avete guardato il documentario di Leonardo Di Caprio Before the flood? La stazione di monitoraggio di Mauna Loa, nelle Hawaii, ha registrato per la prima volta nel 2015 una quantità di anidride carbonica nell’atmosfera stabilmente superiore (nel 2014 lo sforamento era stato sporadico) alla soglia psicologica delle 400 parti per milione. Il 2016 è stato l’anno più caldo da quando si possono comparare le misurazioni. Stando al quarto Rapporto dell’IPCC, ad una quantità di CO2 in atmosfera pari a 450 parti per milione consegue un aumento della temperatura pari da 2,1 a 3,1 gradi nell’ipotesi peggiore, mentre per bloccarsi ad un solo grado di riscaldamento lo stop avrebbe dovuto avvenire a quota 350 ppm. La mole di CO2 prodotta negli ultimi anni ha iniziato a rallentare, ma non a sufficienza perché possa essere assorbita dai serbatoi naturali della Terra, come oceani e foreste capaci di catturarla e di rimuoverla dall’atmosfera. Nello stesso tempo nel 2015, per il secondo anno consecutivo è sicuro e certificato che l’economia mondiale sia cresciuta senza produrre un aumento delle emissioni globali di anidride carbonica. Dati positivi e incoraggianti? Il ricorso alle fonti rinnovabili per l’energia sta crescendo: ogni ora si montano 2 turbine e mezzo e 30.000 nuovi pannelli solari: Usa, Cina e India sono i Paesi trainanti. In Europa si è invece rallentato. In Italia l’impronta di CO2 di ogni abitante è in media di 9,2 tonnellate annue: troppo!

Si sono appena conclusi i lavori della Conferenza sul Clima (COP 22) di Marrakech (Marocco), l’appuntamento di 197 Paesi firmatari dell’accordo a carattere volontario di Parigi. Al 4 novembre 2016, data dell’entrata in vigore dell’accordo, sono 111 i Paesi che lo hanno siglato, tra cui Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Italia. Di questi, 55 sono responsabili di circa il 57% delle emissioni totali. Il COP 22 si è tenuto in Africa, il continente con più problemi, aggravati anche dagli effetti dei cambiamenti climatici.

Un tema determinante è rappresentato dai finanziamenti. Con quali fondi pagare gli ingenti costi necessari per adottare la transizione energetica e ambientale del pianeta? Sono stati confermati i 100 miliardi di dollari l’anno fino al 2020, da destinare soprattutto alle nazioni del Sud del mondo. Al termine della conferenza africana si è consolidata l’opinione generale che bisognerà aumentare gli impegni appena presi con l’Accordo di Parigi, perché insufficienti per avere modifiche sostanziali; si sono quindi anticipate al 2018 le verifiche degli effettivi impegni presi da ogni Stato. La posizione degli USA preoccupa perché il Congresso americano non ha ancora ratificato l’Accordo di Parigi.

Negli ultimi mesi si è riunita in Ruanda la Conferenza del Protocollo di Montreal (Accordo mondiale del 1987, che ha salvato la fascia stratosferica dell’ozono, e quindi la Terra, minacciata dai gas CFC, i clorofluorocarburi, e dai raggi ultravioletti) per decidere sulla messa al bando di sostanze chimiche (gas HFC) altamente nocive per il clima.

L’Europa si è già dotata di una norma comunitaria che ha fissato obiettivi molto ambiziosi, a partire da una riduzione degli HFC dell’80% entro il 2030. Anche i sindaci delle principali megalopoli del pianeta, raccolti nell’apposito organismo C40, si sono impegnati a ridurre, ogni anno di qui al 2030, di 3,7 giga tonnellate le emissioni di gas a effetto serra.

Concludiamo con un appello di James Lovelock (autore di Gaia e scopritore del buco dell’ozono): “Per evitare che la Terra diventi insostenibilmente troppo calda, è necessario ridurre le emissioni. Mi rivolgo agli abitanti di tutto il mondo (e in particolare ai Paesi del Nord del mondo e ai Paesi in veloce sviluppo): nessun passo avrà grandi effetti se ciascuno di noi non rivoluzionerà i propri comportamenti”. La prossima sede per la COP 23 sarà Bonn in Germania.






Rubrica di Nuovo Progetto