Misericordia dietro le sbarre

di Chiara Genisio - Solo 63 carceri italiane su 193 non devono fare i conti con il sovraffollamento.

In cima alla lista, intese come le peggiori, sono le realtà di Brescia, Vigevano, Bergamo e Chieti. Nonostante gli sforzi compiuti soprattutto dall'attuale ministro della Giustizia Andrea Orlando, per migliorare la situazione degli istituti penitenziari, sono ancora troppo numerose le criticità. Da un’indagine di Openpolis emerge che in effetti negli ultimi anni un miglioramento c’è stato, ma l’Italia resta il sesto sistema penitenziario più affollato d’Europa. Peggio del nostro Paese ci sono l’Ungheria (in testa per sovraffollamento) seguito dalla Macedonia, Albania, Francia e Spagna. In alcuni casi i detenuti sono quasi il doppio dei posti letto disponibili. Un disagio pesante che spesso si accomuna a quello dei suicidi, un dramma che coinvolge sia i detenuti che gli agenti di custodia. Tra il 2009 e il 2011 si sono suicidati una media di 60 carcerati all'anno, nel 2015 sono scesi a 39. Celle superaffollate portano ad un’altra emergenza, quella della salute.

Quasi l’80% dei reclusi soffre di una situazione patologica (per molti ha natura psichiatrica), e il sistema carcerario non riesce a garantire una cura adeguata per tutti. Da segnalare che rispetto agli inizi degli anni Novanta, quando oltre la metà della popolazione carceraria era rappresentata da imputati (cioè privi di una condanna definitiva), ora sono circa il 30%, di cui la metà persone in attesa del primo giudizio e che non hanno ricevuto alcuna condanna. Quindi oggi i 2/3 dei detenuti sono in carcere con una condanna definitiva. Maglia nera per l’Italia anche sul versante delle misure alternative, tra i grandi Paesi europei siamo all’ultimo posto: nel nostro Paese riguarda il 45% dei condannati contro oltre il 70% di Germania e Francia, e il 64% di Inghilterra e Galles.

Non è rosea neppure la situazione sul versante della rieducazione. La quota di detenuti che lavorano rimane molto bassa, inferiore al 30%, e le mansioni offerte difficilmente daranno la possibilità di un reinserimento una volta usciti dal carcere. La partecipazione ai corsi professionali si è dimezzata rispetto ai primi anni ‘90: era all’8% mentre oggi è al 4%. In compenso è aumentato il numero di promossi tra i partecipanti, dal 36% del 1992 a oltre l’80% attuale. Sovraffollate, poche cure sanitarie, scarso lavoro e pure costose. Questa in sintesi la fotografia delle carceri italiane. Il nostro sistema penitenziario ha un costo giornaliero per detenuto superiore a quello degli altri stati: 141,80 euro contro 100,47 della Francia, 109,72 di Inghilterra e Galles e 52,59 della Spagna.

Nel 2013, solo il 7,5% del budget dell’amministrazione penitenziaria è servito al mantenimento dei detenuti, mentre l’82% ha coperto le spese per il personale. Un quadro non certo esaltante. Sono scese allora come un balsamo, su questa realtà sofferente, le parole di papa Francesco pronunciate lo scorso 6 novembre in occasione del Giubileo dei carcerati. Forse tra i più significativi di questo anno dedicato alla Misericordia. Hanno riempito piazza San Pietro quattromila persone tra ex-carcerati, famigliari, operatori, agenti, cappellani provenienti da 12 Paesi del mondo, a loro si devono aggiungere i mille detenuti italiani. Tra cui un gruppo del carcere di Padova che ha vissuto l’emozione unica, con il loro cappellano don Marco Pozza, di essere ricevuti da papa Bergoglio.

“Il Papa – ha raccontato il giorno dopo ai microfoni di RadioinBlu don Pozza – ha voluto sapere della situazione e delle condizioni nel nostro carcere. Ha voluto anche che gli raccontassimo delle belle iniziative della nostra realtà di Padova. Abbiamo visto il volto del Papa molto serio quando quattro ergastolani gli hanno chiesto aiuto. Mi ha colpito che alla fine dopo la benedizione ha ringraziato i poveri perché gli avevano rallegrato la giornata. Il guadagno più bello è stato vedere il sorriso sui volti di queste persone”. Il Giubileo dei carcerati è stato l’occasione per papa Francesco per rivolgere un appello “in favore del miglioramento delle condizioni di vita nelle carceri in tutto il mondo, affinché sia rispettata pienamente la dignità umana dei detenuti”. Il Papa ha inoltre ribadito “l’importanza di riflettere sulla necessità di una giustizia penale che non sia esclusivamente punitiva, ma aperta alla speranza e alla prospettiva di reinserire il reo nella società. In modo speciale, sottopongo – ha detto – alla considerazione delle competenti Autorità civili di ogni Paese la possibilità di compiere, in questo Anno Santo della Misericordia, un atto di clemenza verso quei carcerati che si riterranno idonei a beneficiare di tale provvedimento”. Una prima risposta è già arrivata. In Pakistan 69 detenuti del carcere centrale di Faisalabad sono stati liberati e molti altri saranno rilasciati, a breve, in altri tra gli 88 istituti di detenzione che ospitano una popolazione carceraria di oltre 80mila persone rispetto ad una capienza ufficiale della metà.

Un segno forte di speranza, in linea con quanto ricordato dal Papa in piazza San Pietro: “La speranza è dono di Dio. Dobbiamo chiederla. Essa è posta nel più profondo del cuore di ogni persona perché possa rischiarare con la sua luce il presente, spesso turbato e offuscato da tante situazioni che portano tristezza e dolore. Abbiamo bisogno di rendere sempre più salde le radici della nostra speranza, perché possano portare frutto”.







Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie.

E' possibile modificare le opzioni tramite le impostazioni del Browser. Se vuoi saperne di più o negare il consenso clicca su informazioni.