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Martiri senza carnefice

Di MichaelDavide Semeraro* - Nel nord-Africa dove si conservano le prime testimonianze di martiri per il Vangelo quali furono Cipriano, Felicita e Perpetua e molti altri sono caduti, come seme nel solco della storia, i fratelli trappisti di Notre-Dame de l’Atlas a Tibhirine. Sono ormai passati vent’anni. A Tibhirine si è verificata la stessa cosa che avvenne a Charles de Foucauld esattamente un secolo fa. Si trattava di scegliere fra queste due soluzioni: essere presenti come un bastione occidentale che dura fino a quando le condizioni sono se non favorevoli almeno sicure, oppure restare per assicurare una presenza di Vangelo che, in modo del tutto naturale, mette in conto non solo il rifiuto, ma pure il fatto di dover subire violenza. Il padre priore della comunità trappista dell’Atlas – p. Christian – aveva maturato la sua vocazione monastica proprio in Algeria come militare dove aveva vissuto una profonda amicizia con un musulmano che rischiò la vita per salvare la sua. Quindi p. Christian era tornato in Algeria con questa semplice consapevolezza: “La mia vita la devo a questo musulmano, per cui come posso io mettere delle condizioni a dare la mia vita per questi fratelli?”. Questa consapevolezza iniziale maturò e si amplificò fino alla decisione di restare nonostante tutto, così come viene documentato dal suo testamento spirituale:

La mia vita non ha più valore di un’altra. Non ne ha neanche meno. In ogni caso non ha l’innocenza dell’infanzia. Ho vissuto abbastanza per sapermi complice del male che sembra, ahimè, prevalere nel mondo, e anche di quelli che potrebbero colpirmi alla cieca. Venuto il momento, vorrei avere quell’attimo di lucidità che mi permettesse di sollecitare il perdono di Dio e quello dei miei fratelli in umanità, e nel tempo stesso di perdonare con tutto il cuore chi mi avesse colpito.

La comunità trappista di Tibhirine era una realtà normale di vita monastica con tutte le gioie e le fatiche di una qualsiasi comunità. Al cuore del combattimento spirituale della esigente quotidianità monastica è maturata la disponibilità, condivisa infine da tutti i fratelli, di restare al proprio posto fino all’ultimo e di farlo insieme. L’icona monastica della preghiera corale che ritma la vita di ogni monastero, di giorno e di notte, è stata vissuta fedelmente fino al rapimento e, ci piace pensare, fino alla morte. Si tratta certo di martirio, ma è un martirio senza il consueto alone di eroismo. Il dono della vita fino al sangue è stato il frutto della semplice stabilità nel mistero della vita scelta fino ad abbracciarne serenamente tutte le conseguenze. Per i fratelli di Notre Dame de l’Atlas, la sfida è stata quella di accogliere la morte come l’ultimo sigillo di una vita condivisa, in tutto e fino all’ultimo, nell’ordinarietà della vita dei propri vicini di casa. La loro è stata un’esistenza scelta e coltivata giorno dopo giorno, rifuggendo da ogni eroismo e da ogni sopravvalutazione di se stessi e della propria testimonianza. Nella morte dei monaci trappisti, se c’è il segno inconfondibile del dono totale di una vita fino alla morte, manca ogni elemento di eroismo e, soprattutto, di contrapposizione in particolare tra fedi ed etiche diverse.

Padre Christian e i suoi fratelli, dei quali ho avuto la gioia di conoscere frère Christophe e frère Paul personalmente, sono stati vittime dell’ingranaggio di giochi di potere in cui l’aspetto religioso rischia di essere solo una comoda maschera dietro alla quale si nascondono poteri e interessi talora insospettabili e insospettati. Eppure, proprio in questo modo, si è aperta la possibilità di un nuovo modello di martirio in cui l’elemento più forte non è quello dell’essere vittime, ma di essere testimoni capaci di seguire “l’Agnello dovunque va” (Ap 14, 4). Questo comporta la capacità di accettare di contestualizzare il proprio vissuto in ogni situazione particolare senza cedere a nessuna tentazione di straordinarietà. Entrare in un simile processo testimoniale significa accettare un coinvolgimento con la vita di tutti, rinunciando al crisma dell’eroismo elitario per scegliere quello della condivisione e della solidarietà.

Nell’intuizione di padre Christian, priore di Tibhirine, così com’è attestato nel suo testamento troviamo una dichiarazione di innocenza non per se stesso e i suoi fratelli, ma per la mano che lo avrebbe fatto morire, pensando di rendere onore a Dio. La via del martirio diventa così quella della disponibilità a dare la vita fino in fondo, accettando che l’altro non comprenda fino a calpestare il dono dell’amore unilaterale e assolutamente esposto persino all’incomprensione. Alla luce di quello che viviamo ai nostri giorni, soprattutto nel confronto talora così duro con alcune frange estremistiche, la testimonianza dei Trappisti di Tibhirine diventa profezia di un modo di vivere fino a morire senza fare troppo rumore e senza guardarsi troppo allo specchio della storia. La loro esperienza diventa così anticipazione profetica di un modo di essere martiri nel post-cristianesimo e nel post-moderno più come spoliazione che come offerta da vittima che ha bisogno di dichiarare qualcuno come carnefice. Tutti siamo interpellati e forse destabilizzati da questo modo nuovo di essere testimoni fino al sangue senza essere affatto sanguinolenti. La sfida è di essere amorevoli in ogni gesto e, persino, nel consenso ad una morte violenta senza cedere a nessuna forma di aggressività, neppure quella di essere vittime da onorare.

*Monaco osb

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