Paura di cambiare

Paesaggio naturaledi Cesare Falletti - Tutta la Scrittura termina con una promessa a cui rischiamo di non fare attenzione: Ci saranno cieli nuovi e una terra nuova. Una novità non è sempre bene accetta, non la si accoglie volentieri, perché destabilizza, toglie le sicurezze di una situazione, che forse era criticabile e scomoda, ma nella quale si sa come muoversi. È una malattia dell’uomo l’essere più tranquillo con un passato che non ha dato frutto, che rischiare un futuro, che non può dare garanzie, ma che deve stimolare l’impegno e sostenere la speranza in un mondo migliore.

Altre volte, però, la novità che si presenta dà l’occasione di una fuga nell’illusione, senza stimolare una presa di responsabilità, o l’impegno di essere attore nella storia. La frase spesso ripetuta nel libro Il Gattopardo: “Bisogna che tutto cambi, perché nulla cambi”, è rivelatrice di qualcosa che c’è nel profondo dell’uomo: la paura di una vera novità. Si può pensare che questo sia dovuto alla paura che ogni uomo ha di perdere, dalla monetina alla vita, da un pochino di tempo al potere. Anche le rivoluzioni più eclatanti, hanno avuto spesso come risultato solo un apparente cambiamento, e hanno lasciato le cose come stavano, forse cambiando le persone, ma non i mali. Questo ci fa comprendere la difficoltà che la Buona Novella, la vera novità, che non vuole lasciare l’umanità nella situazione di degrado in cui l’ha trovata, ha fatto fatica e tuttora fa fatica a mettere radici nei cuori degli uomini e delle società.

L’annuncio della vittoria dell’Amore fa paura. Come non rimanere stupiti di questo fatto? Eppure anche la frase dell’Apocalisse che ho citato non è riuscita a dare un senso positivo alla ricezione di tutto quel libro, libro di speranza, ma il cui titolo è diventato sinonimo non di apertura alla speranza della vita nuova e vincitrice, ma di un grande disastro. Se amiamo e accogliamo una novità, il più delle volte è perché aspettiamo una distrazione, una emozione, non un vero mutamento che ci chiederebbe di cambiare noi stessi per primi. L’uomo vincitore non è quello che ha un glorioso passato, ma quello che sa scommettere sul futuro, che guarda un orizzonte lontano che sta davanti a lui e si impegna per poterlo raggiungere. Il tempo passa; lo vediamo scivolare fra le nostre dita. Un ragazzo lo trova lento perché aspetta dalla vita una grande realizzazione, un vecchio lo sente sfuggire con timore, se non con angoscia. Una persona all’apice della sua maturità lo vorrebbe immobile. Nessuno lo guarda come la migliore cosa che si può vivere, perché è l’unica reale.

Se non sappiamo vivere il presente come una occasione di vita, anche il futuro non avrà il volto di una realtà che ci dà sicurezza e il passato, anche se è stato difficile, è l’unica cosa che dà certezza. Non c’è più e non possiamo neanche cercare di ricostruirlo, come invece dobbiamo fare per il futuro. La promessa di un cielo nuovo e una terra nuova ha lo scopo di liberarci da ciò a cui siamo attaccati, che possediamo già, anche se non ci rallegra. Porta anche con sé una promessa e una richiesta: richiesta di fede, di fiducia e di vera speranza, che è un dono di Dio, del Dio attento e buono con noi. Promessa di un evolversi della storia verso un continuo superamento dei limiti della nostra condizione umana. Non è l’ottimismo del positivismo, unicamente basato su le forze e le capacità umane. Di questo abbiamo già dolorosamente subito la delusione, anche se non dobbiamo abbassare le braccia e mettere a riposo la nostra intelligenza; ma il futuro vero su cui appoggiamo la speranza è la venuta del Regno di Dio, la trasfigurazione del nostro mondo in un mondo che è voluto dal Signore e per cui il Signore si è immerso nella pasta umana e del mondo per dare nuova vita e un dinamismo verso il bene.







Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

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