Sermig

Non ho capito, ho trovato

Sentirsi a casa, conoscersi, comunicare. È la chiave dell’incontro.

Scorrendo le pagine dei Vangeli incontriamo tante persone che per un tratto breve o lungo della loro vita hanno camminato con Gesù. Nessuno lo ha fatto perché ha capito un concetto o ha ascoltato un’idea brillante, ma tutti lo hanno seguito perché hanno trovato qualcosa: un gesto di accoglienza, uno sguardo d’amore, una parola viva, una guarigione, un’attenzione, una carezza... Anche il regno dei cieli ci viene raccontato come qualcosa di prezioso che si trova (è simile a un tesoro nascosto che un uomo trova e a un mercante che trova una perla di grande valore (cfr. Mt 14,44-45). È la consapevolezza di aver trovato qualcosa di prezioso che mette in moto la vita, suscitando anche il desiderio di capire, di conoscere, di incontrare sempre più nel profondo. Non per farsi una cultura, ma per vivere il più appieno possibile in quella bellezza che hai trovato.

Questa è la strada di Gesù, e questa è la strada che cerchiamo di seguire negli Arsenali per comunicare con ogni persona che ci avvicina, in particolare con i giovani, nel desiderio intimo di fargli incontrare lui. Ed è una strada che funziona a qualsiasi latitudine, anche qui all’Arsenale dell’Incontro in Giordania, dove la cultura, la lingua, la mentalità sono tanto tanto diverse dalle nostre. Ernesto Olivero ci ha detto fin dal primo giorno e ci ripete continuamente: “Le persone che entrano all’Arsenale devono trovare una parola buona, uno sguardo buono, devono sentirsi accolte. Allora capiranno chi siamo”. Con i giovani che camminano con noi – con i quali condividiamo anche le idee, la nostra spiritualità e la filosofia del Sermig – è stato e continua ad essere così.
Fares (20 anni), qualche giorno fa ci ha raccontato: “Quando ho cominciato a venire al Sermig l’ho fatto solo per occupare un po’ del mio tempo libero, ma un po’ alla volta nel servizio e soprattutto stando con le persone ho trovato una felicità che non avevo più sentito da un sacco di tempo... ho trovato quello per cui voglio impegnarmi”. Gli ha fatto eco Teline (15 anni): “Aiutare gli altri e vedere il sorriso sui loro volti mi ha fatto scoprire qualcosa di grande dentro di me”. E ancora Yaroub (26 anni): “Venivo all’Arsenale per giocare a calcio, poi 9 anni fa la gioia e l’amore che respiravo in mezzo ai giovani volontari mi ha attratto e questo ha cambiato la mia vita perché quando doni qualcosa agli altri alla fine aiuti te stesso a cambiare”.

È proprio così che con i giovani abbiamo cominciato a capirci veramente: quando qualcuno di loro all’Arsenale si è sentito a casa, e per questo ha desiderato conoscere più da vicino chi eravamo, da dove veniva ciò che di buono avevano trovato qui. Allora abbiamo iniziato a cercare insieme la strada per capire e poi comunicare agli altri anche quelle idee che non avevano parole per essere tradotte, come ad esempio il concetto di restituzione o di ironia, e quei valori che erano più difficili da comprendere perché tanto lontani dalle abitudini quotidiane, come ad esempio il non spreco o il gioco di squadra.

Tante volte non sono servite le parole, ma gesti, esempi, vita vissuta insieme. Karem (20 anni) ricorda sempre quando ha capito che cos’era l’ironia, durante un incontro con Ernesto: lui ha fatto un esempio in italiano, ma il suo sguardo ha comunicato con loro che hanno sorriso e capito prima che noi traducessimo... e lei ha esclamato: “Ecco, questa è l’ironia di cui parla la Regola!”.

Tante altre volte la chiave è il servizio condiviso. Kholoud (17 anni) racconta spesso: “Il valore più grande che ho scoperto qui al Sermig è l’io che è già noi. L’ho capito veramente durante la festa di fine anno della scuola l’anno scorso: io avevo il compito di aprire e chiudere il sipario, una cosa molto semplice... ma sapevo che insieme stavamo facendo una cosa grande e quindi ci ho messo tutto il mio impegno, come se la riuscita della festa dipendesse da me. E alla fine, quando quasi mille persone sono andate via felici dall’Arsenale ho capito che insieme possiamo fare veramente qualsiasi cosa, e che anche le cose più difficili insieme diventano più facili”.

Jude (16 anni) in questi giorni quando arriva sa che ha un compito speciale, telefonare alla gente e offrire loro i pomodori ciliegini che la nostra serra in questi mesi estivi produce in grande quantità; l’altro giorno ci ha detto: “A me non piace telefonare alle persone, ma lo faccio volentieri perché penso che ogni scatola di pomodorini che vendiamo aiuta i bambini che vedo qui all’Arsenale e anche perché ho fiducia nel messaggio che vogliamo portare come Sermig alla gente”.

Ma il passaggio più importante e più commovente è quando i giovani riescono a far tesoro di questo bagaglio di idee e di spiritualità per leggere ciò che accade – in particolare le vicende dolorose – in chiave di speranza e responsabilità. Un martedì di qualche mese fa, poco prima dell’incontro di preghiera, abbiamo saputo di un ragazzo di 23 anni che aveva fatto tanto male non molto lontano da qui, e Samia (23 anni) introducendo il momento della restituzione ha detto con forza: “Quello che ha fatto questo ragazzo deve far crescere ancora di più la nostra responsabilità di essere un segno di bene, sempre! Ha la nostra età, e magari se sulla sua strada avesse incontrato qualcuno che gli voleva bene non avrebbe fatto quello che ha fatto... A noi oggi il compito di mettere nel sacchetto della restituzione l’impegno deciso di essere segno di bene, perché magari c’è qualcuno che aspetta un gesto da noi per cambiare la sua vita e scegliere di non fare il male...”.

Ed è così che si diventa costruttori di pace, quella pace vera, che ti tocca sul vivo e ti chiede di metterti in gioco e di continuare a crederci nonostante tutto, come ci ha insegnato Yousef (15 anni), uno dei giovani iracheni che per un anno e mezzo nel tempo della sua permanenza in Giordania ha camminato con noi. Prima di ripartire ci ha scritto: “Se hai bisogno di qualcosa donalo agli altri”. Questa frase è una parte importante di quello che ho scoperto accettando di camminare con voi: così la pace è stato qualcosa che ho sentito giorno per giorno di dover offrire agli altri anche se nello stesso tempo ne avevo bisogno per me. E di questo sono molto felice”. Continuiamo a camminare, credere, cercare e trovare insieme. Felici di fare felici gli altri.

Fraternità dell'Arsenale dell'Incontro