Sermig

Per non ricadere nel baratro

di suor Dalmazia Colombo - Mozambico. Trascorsi ventitré anni di “quasi pace”, dopo i venti della terrificante guerra civile, la guerra si affaccia di nuovo all’orizzonte; e la gente semplice, che la soffre sulla sua pelle, cerca di fare tutto il possibile per impedirlo.

La situazione è in stallo da fine 2014, le ultime elezioni: il Frelimo ha mantenuto la maggioranza assoluta in Parlamento, ma la Renamo ha riguadagnato terreno. E siccome l’opposizione ha ampia base in alcune regioni del Paese, ne minaccia la secessione. Da allora la guerra civile è nuovamente divampata, con gravi conseguenze.

La Missione dove mi trovo è quella di Muliquela Ile, nella Zambesia; all’apertura della Casa, le nostre stesse sorelle erano cadute nel fuoco incrociato, uscendone vive per miracolo.
Il primo dell’anno ero a Maputo, la capitale. Avviandomi verso la parrocchia per la Santa Messa, canticchiavo: “Tu scendi dalle stelle al freddo e al gelo…”; sorrisi, ma, ancora dopo 50 anni di missione, mi afferró la nostalgia delle colline innevate della mia Brianza, negli anni dell’infanzia. Ed ecco che, ad una svolta incrociai due persone vestite di bianco. Medici? Camerieri? Non indagai, ma quel “bianco” mi fece piacere. Sul piazzale della chiesa altre apparizioni: una “nonna” con calzoni e camicetta bianca, una famigliola biancovestita… La sorpresa aumentò nel trovarmi di fronte ad una assemblea “chiazzata di bianco”. Non solo giovani, ma anche nonne con calzoni e camicetta bianca.

È che a Maputo, il “bianco”, è diventato il simbolo della pace con cui la gente comune, dice no alla guerra; spettro che continua a minacciarla. Era il primo dell’anno, il giorno dedicato alla Pace.
È la reazione sofferta di un popolo che si sente impotente e disperato. Ma rifiuta di esserlo.
Nelle marce di protesta si indossa qualcosa di bianco, anche solo una maglietta col marchio di qualche sponsor. Il bianco, è divenuto il colore della pace. Lo è nel quotidiano, anche quando non ci sono manifestazioni organizzate, ma dal solo passaparola nasce un segnale comune di volontà e di azione.

La gente parla molto della Pace, e, come può, si impegna ad impedire che riscoppi la guerra; vestendo di bianco e pregando. Ma ancora esiste davvero questo pericolo?
Credo proprio di sì, se i Vescovi del Mozambico, hanno ascoltato le sofferenze delle famiglie che hanno perso i loro cari nei combattimenti, degli sfollati in fuga nella foresta, dei ragazzi e giovani nell’abbandonare la scuola, degli agricoltori impediti a produrre, degli impoveriti per la paralisi commerciale, la perdita dei posti di lavoro, l’aumento dei prezzi, la perdita di valore della moneta.. Di conseguenza hanno deplorato l’incoerenza fra ciò che si dice e si fa per la pace, e fanno appello “al Governo e alla Renamo affinché abbandonino le armi e si riprenda il dialogo efficace tra le parti in conflito coinvolgento altre forze vive della società”.

Fanno appello anche ai cittadini, alle organizzazioni, ai cristiani in particolare per “impegnarsi nella costruzione della pace con gesti di riconciliazione, di convivenza civile e democratica, di rispetto delle differenze”. L’appello si concludeva indicendo una giornata di preghiera nella domenica di ottobre festa di Cristo Re, príncipe della pace. La giornata fu celebrata fin nelle più piccole comunità dove la gente ha gridato in preghiera il no alla guerra, la volontà di pace, implorando con speranza e impegnandosi per tempi migliori senza il fragore delle armi. Ma anche per tempi di elezioni non truccate, di vere libertà civili, di beni e servizi minimi per tutti, di dialoghi che producano effetti di giustizia e pace.

E come può, continua, ogni giorno. Con fede.

Jambo - rubrica di Nuovo Progetto