Sermig

Trasfigurazione

Gesù un giorno prende tre dei suoi discepoli e li porta in disparte, su una montagna. All’improvviso i loro occhi vedono qualcosa di straordinario. Il loro maestro si illumina, diventa sfolgorante, bellissimo e pieno di luce e appaiono vicino a lui due colossi della storia del loro popolo, Mosè ed Elia, che si mettono a parlare con lui. I tre apostoli sono sconvolti, Pietro è felice e frastornato, balbetta qualcosa tipo: stiamo qui per sempre, facciamo delle tende… Gli altri ammutoliti, nell’icona assumono posizioni strane con il corpo, addirittura a testa in giù.

Che succede? Gesù si mostra in una realtà che va oltre il visibile, che va oltre lo spazio e il tempo, che va oltre i sensi normali dell’uomo. Entra in comunicazione con l’eternità, ma quel che più è strano è che i suoi apostoli sono ammessi a questa situazione, ne sono spettatori, la possono vedere.

Nell’icona il cuore è proprio questo: vuole rappresentare l’incontro tra le due realtà, visibile ed invisibile, terrena e celeste, finita ed eterna.

Gli apostoli si trovano nella dimensione terrena, sconvolti. Mosè ed Elia, che rappresentano la legge e i profeti, cioè tutta la storia della salvezza, sono insieme a Gesù, nella parte superiore.

Gesù, luminoso, le vesti bianchissime, sta nel centro, all’interno di un cerchio che rappresenta la nube intorno a Gesù da cui esce la voce di Dio: “Questo è il mio figlio amato, ascoltatelo”, ricordo della nube che proteggeva il popolo eletto. Disegnata così, come fosse un tunnel, ci dà il senso dell’apertura su di una dimensione misteriosa, un vero e proprio passaggio raffigurato con cerchi concentrici che si estendono in lontananza ed emanano luce.

Gesù stesso è il vero passaggio, il vero mediatore, è lui che unisce il qui e l’ora con l’eternità. Questa è la nostra infinita speranza: che Dio non è lontano da noi, non si fa i fatti suoi, ma è presente, è una presenza di luce e, come la luce, non fa male, non fa violenza, non urta ma può illuminare tutte le cose, illuminarle di bene, di amore. Il suo spazio e il suo tempo entrano in comunicazione con i nostri spazi e il nostro tempo.

I tre raggi che partono dal ventre di Cristo indicano proprio questo: il ventre è la sede della misericordia, ed è proprio la sua misericordia che ammette gli apostoli a questa visione, che vuole comunicarsi a noi in tutta la sua bellezza, cioè in tutto il suo essere, essere Amore. Vivere in questa luce è vivere alla sua presenza. È vivere già nel regno di Dio, dove l’unica legge che vige è quella dell’Amore, e dove l’unica logica funzionante non è quella del potere, del successo o di vincere sugli altri, ma è quella creativa dell’amore, dove la diversità è motivo di gioia e di riconoscenza, dove ognuno trova il suo posto perché amato e può amare, dove non nessuno ha bisogno di sentirsi più o meno degli altri per esistere, ma cerca gli altri per amarli, dove si ha la passione di far camminare gli zoppi, di essere occhi per i ciechi, di essere casa per chi è solo...

Lc. 9,28-36; Mt. 17,1-9, Mc 9, 2-10

Uova e colori - Rubrica di NP Marzo 2013