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La storia infinita

di Matteo Spicuglia - La crisi dei media tradizionali, il boom della rete. L’informazione cambia, ma non muore. Non sarà mai rottamata.

Non è la fine del mondo. Ma la fine di un mondo. La decisione era nell'aria, non è stata una sorpresa. Eppure, ha un potere simbolico enorme. Dal prossimo anno, Newsweek dirà addio alla carta. Il settimanale per eccellenza degli Stati Uniti insieme al Time, sarà edito solamente in formato digitale: sito internet, versione per tablet e telefonini. Punto e a capo. La direttrice Tina Brown è stata chiarissima.

Una scelta dettata dalle trasformazioni tecnologiche, ma soprattutto dai cambiamenti del mercato. Con costi pesanti, perché comporterà diversi tagli al personale, ancora non quantificati. Newsweek ha seguito la strada di decine e decine di testate statunitensi. Nel 2009, aveva iniziato il Seattle Post del gruppo Hearst: via dalle edicole, presenza solo on line, un taglio netto di dipendenti da 160 a 20.

L'Europa non è stata da meno. In Francia negli ultimi anni, sono state cancellate le versioni cartacee de LaTribune (91mila copie giornaliere nel 2000) e France-Soir, l'emblema di un cambiamento: alla fine degli anni '60, nel giorno della morte del generale De Gaulle, il quotidiano toccò il tetto record di 2 milioni e 200mila copie.

In pochi anni è davvero cambiato tutto. Presumibilmente sarà così anche in Italia. Forse non arriveremo ancora a scelte drastiche, ma i segnali sono evidenti. Il caso del Corriere della Sera parla da solo. Nel 2006, la diffusione si attestava a 624mila copie, nel luglio 2010 a 498mila, nel dicembre 2011 a 465mila. Più o meno un crollo netto di 200mila copie in appena 5 anni.

La fuga dalla carta riguarda tutti, i grandi come i piccoli. Chi può resiste, chi non ce la fa si arrende, chi ci crede comincia a puntare sul serio sul web. All'estero lo stanno già facendo e i risultati si vedono. L'inglese Financial Times sta vivendo su internet la sua seconda primavera: 270mila abbonati digitali, 340mila copie cartacee, quasi alla pari.

Non c'è storia: il mercato va in questa direzione. E chi si ferma è perduto. Perché non è solo una questione di scelte e di consumi. Sono le dinamiche di impresa le prime ad essere coinvolte. Se vendi di meno, guadagni di meno. Se hai meno lettori, avrai meno pubblicità.

DALLA CARTA AL WEB

I dati del mercato pubblicitario del 2012 sono chiarissimi. Secondo l'istituto Nielsen, quest'anno saranno spesi 7 miliardi e mezzo, con un calo dell'8,4% rispetto al 2011. La colpa è della crisi economica. Tuttavia, è interessante notare la distribuzione tra i diversi media. La pubblicità in Tv cala del 9,5%, in radio del 5,5%, sulla stampa del 13,5. La tendenza è inesorabile: calano non solo i fatturati pubblicitari, ma anche gli spazi. Addirittura oltre il 50% sui quotidiani della freepress, dal 12 al 15 su quotidiani a pagamento, settimanali e mensili. In uno scenario simile, ecco la sorpresa: internet se la passa benone con un + 11% di pubblicità.

Certo, i numeri assoluti sono ancora bassi rispetto a quelli dei media tradizionali, ma il dato indica una direzione precisa. Non c'è da stupirsi: nel mese di agosto di quest'anno, gli internauti in Italia hanno raggiunto i 27,5 milioni (+5,7%), 11,7 milioni di persone ogni giorno che hanno consultato in media 138 pagine, per un'ora e 20 minuti. Secondo Audiweb, i siti di informazione sono tra i più cliccati, anche per i contenuti multimediali.

LE RICADUTE

Il divario tra web e carta aumenterà. È inevitabile. Cresceranno nuove opportunità, ci sarà una transizione da gestire, sicuramente servirà ancora più responsabilità. Perché non è tutto oro ciò che luccica. I primi aspetti da considerare sono quelli legati alle imprese. Un modello organizzativo ed economico al crepuscolo, si sta portando dietro crisi occupazionali gravissime. Secondo i dati Inpgi, l'istituto previdenziale dei giornalisti, in una regione come la Lombardia sono 58 le aziende che nel 2012 hanno fatto ricorso allo stato di crisi. Situazioni di emergenza fronteggiate con prepensionamenti, Cassa integrazione e Contratti di solidarietà che hanno coinvolto 1139 giornalisti.

Al momento, nella regione capofila dell'editoria italiana, i giornalisti colpiti dagli stati di crisi sono 720. E sempre più spesso, per chi lavora, – specie per i giovani – aumentano i fenomeni di precariato, di rapporti di lavoro parasubordinato, di compensi che calpestano la dignità della professione. Non è normale un Paese in cui esistono giovani giornalisti che arrivano ad essere pagati anche 2 euro ad articolo per un giornale locale. Non è possibile!

E queste tendenze rischiano di aggravarsi.

Il web è flessibile, affascinante, ricco di risorse, ma se viene considerato solamente come un modo per pagare di meno, allora rischia di perdere tutto il suo valore. E sia chiaro: giornalisti sottopagati, in balia del vento, del potere dell'editore di turno, di fatto sono alla mercé del più forte, mettono in pericolo la loro indipendenza e anche il rigore della loro professionalità. Un danno per tutti, per se stessi, per i lettori, per l'informazione. Il web avrà vinto se sarà in grado di riqualificare la forza lavoro, creare nuove professionalità, far crescere le competenze.

Il ragionamento si porta dietro anche un altro spunto. Se posso navigare liberamente, cercarmi le informazioni che mi piacciono, costruirmi la mia agenda di notizie, a cosa mi serve avere ancora un giornalista tra i piedi, o meglio tra mouse, dito o schermo? Non è una domanda banale. Perché è vero: internet è una miniera di informazione, offre percorsi di conoscenza immensi. Proprio per questo, diventa ancor più importante la figura di un mediatore professionista: una persona formata per questo, in grado di discernere, selezionare, definire la bontà o meno di una fonte, darti degli strumenti per ragionare con la tua testa. Naturalmente, dovrà avere un'onestà intellettuale assoluta.

La mediazione era evidente nel caso dei giornali di carta, dove una semplice scelta di impaginazione rendeva chiara la gerarchia delle notizie. È più sottile sul web, ma esiste ancora, è necessaria. Con un elemento in più: il coinvolgimento dei lettori, ora non più passivi. Da questo incontro, nasce una mediazione partecipata, il sale di chi ama informare ed essere informato.

MEDIA ROTTAMATI?

In tutto questo, i media tradizionali moriranno? Saranno ridotti a reperti da museo? Assolutamente no. La storia dei mezzi di comunicazione ha smentito le visioni millenaristiche. La logica è quella dell'accumulazione, non della sostituzione. Nel 1844, il debutto del telegrafo mise in crisi il modello informativo dell'epoca, creando tuttavia le basi per l'età d'oro del giornalismo di fine secolo. Così l'arrivo della radio, sicuramente più tempestiva dei giornali, eppure non così forte da cancellarli. Stesso ragionamento per la televisione. La radio è ancora lì, con il suo fascino, mai scalfito dall'assenza di immagini.

Sarà così anche con i media digitali. La carta rimarrà e rimarranno anche i giornali. Certo, non saranno più come siamo abituati a vederli. Forse diventeranno qualcos'altro, saranno ridimensionati, daranno più spazio all'approfondimento, alimenteranno una nicchia. Anche la televisione e i telegiornali, per come li conosciamo, cambieranno pelle, dovranno percorrere strade nuove per rispondere al calo degli ascolti. Tutti però, lotteranno ancora insieme a noi. Perché il giornalismo e l'informazione non moriranno mai, cambieranno forma, sembianze, ma non la sostanza.

È quello che fanno da sempre. Iniziò Giulio Cesare nel 59 a.C. con la pubblicazione degli Acta diurna del senato e del popolo, continuò la dinastia Sung cinese (960 - 1279 d.C.) con la diffusione regolare di una sorta di gazzetta ufficiale sull'attività dell’amministrazione statale. Poi, l'Europa: i Canard e i Broglietti dei mercanti del '500, i Courant olandesi del '600, i primi quotidiani legati alla passione politica delle rivoluzioni inglese (1644), americana (1776) e francese (1789). L'800 si porta dietro l'odore della stampa, un entusiasmo che avvicina le due sponde dell'Atlantico: i quotidiani da un penny come il The Sun di New York, i miti di fine secolo come il The world di Pulitzer e il The journal di Hearst. Milioni di copie verso il '900 della radio, della TV, il 2000 del web: la terza rivoluzione epocale dopo parola scritta e parola stampata. Il futuro con tutto quello che porterà. Il tassello sempre nuovo di una storia affascinante. Una storia infinita.

Speciale - Dentro le notizie 2/9

Nuovi media, nuovi mercati, nuove opportunità. Il mondo dell’informazione è al centro di una svolta. Cambia tutto, ma non le ragioni di fondo, le esigenze di chi informa e di chi è informato. Andare dentro una notizia, oggi più di ieri, significa farsi carico di questa responsabilità. Perché la buona informazione deve essere semplicemente a servizio. Dell’uomo e di nessun altro.