Sermig

Pinocchio ascoltò la coscienza e diventò un bambino vero

di Ernesto Olivero -

Cari amici,

stiamo vivendo uno dei momenti più difficili della storia. La tragedia bussa ogni giorno alla porta della nostra umanità, del nostro cuore, della nostra intelligenza. Intorno a noi, abitano un odio e un’indifferenza molto più forti di mille bombe atomiche.

È un paradosso. Siamo capaci di andare sulla Luna, su Marte, di fabbricare missili chiamati intelligenti che colpiscono un ago in un pagliaio a mille e mille chilometri di distanza. Siamo in grado di debellare malattie fino a ieri incurabili, di creare dispositivi informatici di pochi millimetri che indicano la strada o mettono in contatto con l’altra parte del mondo. Eppure, noi uomini non siamo ancora capaci di riconoscere nell’altro il nostro volto. È follia. Oggi un bambino, una bambina non sono sicuri in alcun posto, possono essere preda di qualcuno che può farne quello che vuole. Impuniti, senza scrupoli, quasi mai identificati. E quanti impuniti in mezzo a noi stanno osservando i nostri figli!

Quando ero ragazzo, un contadino mi raccontava che serviva un quintale di grano per vestirsi da capo a piedi. Oggi con un quintale al massimo ci compri un paio di scarpe e nemmeno di prima scelta. Allo stesso tempo, dall’Europa alla Cina, dalla Russia agli Stati Uniti e al Medio Oriente, individui avidi come non mai comandano in modo palese o nascosto. Ma comandano.

In un mondo così, è difficile sperare. Difficilissimo! Ma l’oggi è ancora nelle nostre mani. Proprio nei momenti più bassi, la speranza si intestardisce a credere che quello che non è stato finalmente può essere. Ed è proprio adesso il tempo per cantare un inno alla speranza e risvegliare il buono che c’è in tanti. Forse in tutti. Lo stupore bussa alla porta della storia.

È vero: la misura è uscita di misura. Ma non dobbiamo arrenderci, non dobbiamo smettere di chiederci: “Esiste una misura dell’amore? Della giustizia? Esiste?”. Sì, esiste. In una parola di saggezza, ce la indica il profeta Samuele, in un passo della Bibbia. Era il presidente dei presidenti della sua epoca, un uomo di potere. Prima di ritirarsi, prima di andare in pensione diremmo oggi, Samuele chiamò a raccolta il suo popolo e chiese: “Chi ho derubato? Chi ho trattato con prepotenza? Chi ho offeso? Da chi ho accettato un regalo per chiudere gli occhi su un’ingiustizia? Se l’ho fatto, sono qui per restituire!”.

Lasciatemi sognare: questa non è una favola. No! Questa è la misura. Sono un illuso? Chi vuol pensarlo, lo pensi pure. Ma la misura è questa.

Potrei puntare il dito in alto, scandalizzarmi, fare polemiche e nomi e cognomi. Sarebbe facile! Da tempo però ho capito che è molto meglio puntare il dito su se stessi, per chiedersi cosa siamo disposti a fare noi in prima persona. Puntare il dito anche in basso, su ciascuno di noi, sui giovani, su chi è imprigionato dai falsi miti, su chi ha paura di alzare la testa della coscienza e capire che i piccoli sono stati inventati per fare cose grandi. Solo dai piccoli può venire l’autorità morale di dire basta, un’autorità capace di organizzare proteste di milioni di persone, senza caschi, senza bastoni, senza violenza.

Solo così questo basta può entrare nei palazzi della politica, dell’economia, dei centri di potere, della Chiesa e di tutte le altre confessioni religiose e portare a una svolta, alla rivoluzione di chi vive il potere come un servizio.

Momenti difficili come quelli che stiamo vivendo possono essere il terreno di dittature o derive autoritarie, oppure la terra buona per far nascere una nuova primavera.

Noi ci crediamo e sogniamo un mondo nuovo. Lo vediamo già e lo stiamo già vivendo. Possibile solo se si dà voce alla coscienza, in ogni età della vita, cominciando da quando si è piccoli e dalle piccole cose. Il risveglio della coscienza comincia all’asilo, alla scuola elementare, alle superiori. Poi, nella vita adulta.

Coscienza è non copiare mai un compito per avere un falso vantaggio sugli altri, perché è un imbroglio.
Coscienza è pagare le tasse, dare e ricevere il giusto salario.
Coscienza è fare politica per servire la propria comunità e basta.
Coscienza è accettare con serenità la fine di un mandato e tornare a fare il proprio lavoro, senza aspettarsi nulla o passare da un consiglio di amministrazione all’altro.
Coscienza è non ritenere normale sottrarre per fini personali soldi pubblici, tolti alla comunità e al bene comune.
Coscienza è pensare che il carcere possa essere un’occasione di redenzione, gli ospedali luoghi dove si può guarire.
Coscienza è credere che possa esserci un lavoro per tutti, magari lavorando e guadagnando tutti un po’ di meno.
Coscienza è fare pace con la natura.
Coscienza è la saggezza di capire che qualcosa può cambiare solo se la generazione dei padri, degli adulti che hanno una responsabilità, sa riconciliarsi con se stessa. E sa chiedere scusa a tutti, in particolare alla generazione dei figli, ai giovani, come dice il profeta Malachia.
Coscienza è credere che i giovani possano prendere il buono del passato e renderlo presente e futuro.

Non mi piace fare retorica. La coscienza non fa chiacchiere. Fa e fa essere. Essere noi gli occhi di un cieco, gli orecchi di un sordo, il pane dell’affamato. Perché non si può dormire al caldo se un altro passa la notte fuori. Non ci si può mettere a mangiare se alla porta c’è qualcuno che ha fame. Lavorare e guadagnare se un altro non ha nulla.

Non è un sogno. Io ci credo. È per questo che mi rivolgo alla coscienza degli assopiti, convinti che darsi da fare non serva a nulla. Non è vero: il mondo può cambiare, abbiamo dentro la forza interiore per farlo, una forza che ribolle e geme in noi. Ci sono scandali, è vero. È inutile nascondersi e voltarsi dall’altra parte, ma gli scandali non possono farci paura. La paura è l’esatto contrario della coscienza. Chi crede nell’uomo non ha paura di cambiare. Gli amici di Dio non hanno paura. Mosè non ne ha avuta e, quando è successo, ha agito con più coraggio. La paura ci fa avvitare su noi stessi, sui nostri problemi, ci paralizza. E così, rannicchiati e nascosti, vediamo solo gli alberi che cadono e non quelli che silenziosamente continuano a crescere e a fare foreste, dove chi ha paura non ha spazio.

Scrivo alla coscienza di chi ha voglia di ascoltare perché sono un poveruomo e parlo ai poveri uomini come me. Sono convinto che per fare nuovo il mondo serva la mia e la vostra debolezza. Serve la debolezza dei giovani senza potere, i più poveri di tutti, i più sfruttati, perché Dio ama fare miracoli con i più piccoli. Dio è il primo a sapere che il mondo è nelle nostre mani. È il primo a credere che con il cuore, l’intelligenza e la sapienza sia possibile fare nuove tutte le cose, imparando dagli errori. Dio lo chiede soprattutto ai giovani. Ama senza misura il nuovo che i giovani si portano dentro e che sono in grado di fare.

Un miracolo che può esplodere solo se la coscienza si risveglia in loro, in noi, in tutti.