Sermig

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A cura della redazione - Il Sermig è nato col sogno di eliminare la fame dal mondo. Impastandosi concretamente e continuamente attraverso gli amici missionari con i problemi del Terzo Mondo, subito ha capito che il commercio delle armi e gli armamenti erano la calamita che provocava guerre, ingiustizie e alimentava sete di potere di governi e di fazioni. La pace allora è diventata la priorità, un chiodo fisso.

Ancor più conficcato nella coscienza dopo che Ernesto Olivero incontra Giorgio La Pira (in quel periodo sindaco di Firenze) che gli trasmette la sua speranza in un mondo dove è possibile la pace, ricordando la frase del profeta Isaia «Forgeranno le loro spade in vomeri, le loro lance in falci». Era il 1973. L’impegno missionario del Sermig è diventato operativo nei progetti per lo sviluppo, negli aiuti umanitari, nelle missioni di pace in varie parti del mondo.

PACE NON È SOLO ASSENZA DI GUERRA In un opuscolo del 1976 si legge: «Dal Terzo Mondo comprendiamo che non dobbiamo chiuderci nei nostri piccoli problemi con un'ottica di egoismo, ma aprirci ad una educazione alla mondialità, facendo famiglia con tutti, vedendo il fratello soggetto e oggetto di amore. Emerge, così, il valore dell'uomo, lo scandalo della miseria vicina e lontana, le esigenze profonde dell'uomo, l'importanza della pace (…). Non pace solo come assenza di guerra, ma pace come difesa della vita, giustizia, pane, casa, istruzione, medicine e cure per tutti, al posto di armi sempre più sofisticate, di violenze sempre più diffuse. Il disarmo, materiale e morale, diventa fondamento per la realizzazione della giustizia. La pace, come la guerra, dipende da ognuno di noi e ognuno ne è responsabile in prima persona».

COINVOLGIMENTO Come declinare questo “chiodo fisso”? Innanzitutto con l’impegno personale e comunitario attraverso uno stile di vita adeguato. Le cene del digiuno diventano una costante. Poi con la prospettiva di attuare più giustizia attraverso gli aiuti al Terzo Mondo.

Un terzo aspetto, cercare di mobilitare le coscienze: nei primi anni ’70 il Sermig porta le sue mostre sulla pace e le armi nelle piazze. Strumento che non si lascerà da parte. La prima è del 1974: La guerra dipende da noi. E poi Un solo mondo nella pace, La pace vincerà se dialoghiamo e tante altre. Contemporaneamente stimolare il dibattito attraverso incontri e tavole rotonde, dove la pace e la frase di Isaia fanno da file rouge.

Si chiedono contributi anche a personalità di vari campi. Nasce il primo libro pubblicato dal Sermig: Costruire con la pace, in cui un capitolo è dedicato a una “proposta di riferimento”, un primo, significativo polo di aggregazione di idee ed esperienze maturate in anni di impegno, in un contatto continuo con la realtà che ci circonda, in un incontro e scontro con tante altre posizioni, speranze, proposte.

FORZE ARMATE DELLA PACE Il cammino della pace del Sermig è puntellato da molte iniziative che permettano di evidenziare e conficcare sempre più quel chiodo fisso. Dal 1975 a capodanno ci sono la marcia della pace e il cenone del digiuno, nel 1978 nasce il mensile Progetto. Il 4 novembre 1980 il Sermig dà vita alla prima Giornata delle Forze della Pace. Un evento interessante, celebrato in concomitanza con la Giornata delle Forze Armate per evidenziare che le forze della pace non possono stare nelle retroguardie. La giornata coinvolgeva anche il mondo della politica attraverso un documento con considerazioni e proposte.

In un clima caratterizzato dalla guerra fredda e dalla contrapposizione dei blocchi Est e Ovest si puntava il dito sulle spese militari e il traffico delle armi. Un grande spreco di risorse economiche, scientifiche, culturali, da indirizzare invece allo sviluppo e alla crescita dei popoli.

«A voi, uomini politici, dirigenti, uomini di cultura chiediamo lo sforzo di pensare, di realizzare, di testimoniare la pace. Ci si difende anche senza armi, se si è tutti uniti, e se si hanno alle spalle motivi validi per lottare. Come si è potuta espandere la violenza, così si potrà espandere la “non violenza”. Può darsi che le nostre proposte appaiano ingenue perché ritenute impraticabili, e perché richiedono troppo tempo. Fatene altre, ma non fate solo delle parole, fate dei fatti concreti. Non “rovinate” l'impegno per la pace con proposte puramente partitiche fatte solo per attirare l'attenzione o per conquistare voti  (…). E a tutti noi, uomini semplici e di  buona volontà, il compito di far esplodere  il desiderio di pace che portiamo  nel cuore, di unirci per parlare di pace,  per concretizzarla in noi e nella realtà  di ogni giorno. Il convergere di questi  sforzi renderà certezza la nostra speranza  di pace». 

ALTRE TAPPE  È il 1979 quando inizia la tradizione  della Carovana della solidarietà che si  trasformerà nei pellegrinaggi a piedi di  Ernesto Olivero e del Sermig (687 km  è il chilometraggio del primo pellegrinaggio  nel 1987). Nel 1981 il premio Artigiano della Pace intraprende il suo  cammino. Fra gli artigiani Sandro Pertini,  Elisa Springer, Giovanni Paolo II,  le mamme della Terra dei Fuochi… La Tenda della Pace continua ad essere  luogo di incontro e confronto, un postazione  aperta notte e giorno soprattutto  in piazza San Carlo a Torino con  lo scopo di sensibilizzare ai temi della  pace, della solidarietà, della crescita  della dignità umana in ogni angolo del  mondo. E così via. Un elemento significativo per esaminare il cammino che  il Sermig ha costruito con la pace può  essere sintetizzato da slogan (oggi potremmo  parlare di tweet) che evidenziano  i passaggi culturali e di “lotta”  portati avanti. Eccone alcuni.

Pace sì, comincio io. La pace conviene.  Voglio la pace non solo per me. Credo la pace perché ho visto la guerra. La  pace con me stesso porta alla pace. La  ontà è disarmante. L’impegno per la pace. Servire la pace. Pace, dono di  Dio, opera dell’uomo. Il dialogo inizia nella mia testa. Le armi uccidono cinque volte. Non ci sono guerre giuste,  solo la pace è giusta, solo la giustizia  è giusta. No alla guerra preventiva, sì alla pace preventiva... 

ARSENALE DELLA PACE Queste tracce di pace possono far capire la tenacia con cui il Sermig ha lottato  per trasformare l’arsenale militare  di Torino in Arsenale della Pace. È il 1983. Viene inaugurato dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini l’11 aprile 1984: «Sono a Torino ad esaltare, con i giovani, la pace che è vita e a condannare la guerra che è morte».  Nel suo intervento davanti a un folto pubblico e autorità ricordò ai presenti di aver partecipato a «due guerre e soltanto un nostro poeta decadente ha osato dire che la guerra è bella.  La guerra è un mostro, amici che mi ascoltate. Io ho partecipato alla prima quando avevo 18 anni e alla seconda, quando ne avevo un po' di più, come partigiano: ma la guerra è un mostro che bisogna bandire dall'umanità. La guerra è un mostro che bisogna bandire, se vogliamo che l'umanità viva. Da quando sono al Quirinale, ho ascoltato e incontrato duecentoventimila giovani.  I duecentoventimila giovani si sono espressi tutti per la pace, contro la guerra. E noi dobbiamo ascoltare questi  giovani, batterci finché vita è in noi,  per la pace contro la guerra». 

CONCLUSIONE  Con l’arrivo dell’Arsenale della Pace  tutto – l’impegno del Sermig per la  pace, lo sviluppo, la giustizia, la dignità  per ogni donna e uomo, i giovani al  primo posto… – assume un respiro più  ampio, un orizzonte sempre maggiore,  con azioni e iniziative che si sono accese  in tutto il mondo.    

di Mauro Palombo - Quanta povertà si può tollerare?
Il numero delle persone che vivono condizioni di povertà estrema – ossia vivono con meno di 1,9 dollari al giorno – è calato, più che dimezzandosi rispetto al 1990. Ma ne rimangono ancora circa 750 milioni! La riduzione del loro numero peraltro non è stata uniforme nel mondo, e sta complessivamente rallentando; nell’Africa Subsahariana recentemente è addirittura tornato ad aumentare ad oltre 400 milioni (dati ONU - Banca Mondiale). In tutto il mondo, la maggior parte degli “estremamente poveri” vive nelle campagne o ne è fuggito, lavora in attività agricole ed ha una scolarità molto bassa. E, ovviamente, la loro condizione è alimentata anche da conflitti interni ed esterni e da calamità naturali tra cui i mutamenti climatici più gravi. Nell’insieme inoltre, aumenta la diseguaglianza all’interno delle società. Fin qui, uno sguardo alla “povertà estrema”. Ma, sempre la Banca Mondiale, in una recentissima rielaborazione di suoi dati (riferiti al 2013), riporta la dimensione ancora immensa della condizione di povertà: sono circa 3 miliardi e mezzo le persone che vivono con meno di 5,5 dollari al giorno; poco meno della metà della popolazione mondiale (2 miliardi di loro vivono con meno di 3,20 dollari al giorno).

Anche i dati sulla malnutrizione confermano la recente recrudescenza: per il 2017, la FAO riporta che, dopo le flessioni degli scorsi anni, le persone in questa condizione sono salite a 821 milioni. 151 milioni di bambini sotto i 5 anni subiscono l’arresto della loro crescita. 50 milioni deperiscono. E questo contribuisce alle migliaia e migliaia di persone che ogni giorno muoiono. Non si tratta di essere catastrofisti. Si può anche scegliere di ignorare l’esistenza del Terzo Mondo, ma non di meno è realtà, con l’immensa sofferenza che genera e soprattutto con i tanti talenti che non trovano modo di dar il loro pieno frutto.

Quale storia desideriamo?
La storia umana resta controversa, densa di contraddizioni. Nello scenario geopolitico i rapporti tra le due porzioni di mondo non sono poi molto cambiati. Non è certo scomparso lo sfruttamento delle risorse naturali – sovente ricche nei Paesi poveri – da parte delle economie più sviluppate che le utilizzano. Nel quadro della globalizzazione sono piuttosto entrati nuovi attori – come la Cina – che offrono qualche contraccambio di infrastrutture, più o meno prioritarie per i reali bisogni locali. Allora, non c’è da stupirsi se tanti scelgono di cercar fortuna altrove, per sé e la propria famiglia, rischiando il tutto per tutto. Chiaro che una scelta razionale a livello individuale – condivisa nell’arco della storia da centinaia di milioni di uomini e donne – a livello globale, lo è assai meno.

Capaci di scegliere, di fare, di essere. Ci sono oggi comunque le migliori condizioni per restituire dignità alle vite. Ne abbiamo evidenza nelle iniziative dove crescere nella capacità di essere e di scegliere fa la differenza, e apre percorsi nel fare e diventare. Partendo da un incontro, costruendo relazioni; costruendo una comunità solidale, perché la crescita sia inclusiva, aperta a propagarsi. La chiave dello sviluppo non sono solo le risorse: sono ancora una volta e sempre di più, le competenze. Unite a passione e determinazione, sono una formula vincente. Conoscenza e tecnica, anche in uno scenario di risorse limitate, fanno crescere la produttività del lavoro umano, ridimensionandone la fatica, spesso immane. Occorrono anche soluzioni tecnologiche adatte; strumenti, non sempre reperibili “nel mercato” perché necessarie a realtà che ancora ne sono escluse. Ma i mezzi non bastano, ciò che conta sono le persone, la povertà non è solo nel misero reddito. Suscitare capitale umano. Suscitare, partendo dal piccolo, una iniziativa, una imprenditorialità, che aiuti a prendere in mano la propria vita. In maniera adatta ai diversi contesti, formale o informale, purché efficace nel venire incontro a questa necessità. E, quando finalmente i poveri riescono a produrre più di quello che è strettamente necessario, organizzarne l’accesso al “mercato” e ottenere un compenso equo per la molta fatica delle loro giornate. Ricetta sperimentata e valida anche per coloro che, dopo anni fuori dal loro Paese, desiderano rientrare, e avviare una attività, che porta benefici a tutto il contesto. Senza indugio, nella nostra esperienza, tutto parte da una condivisione efficace. Una “restituzione” di impegno, di conoscenze, di capacità, di strumenti, di mezzi. Che non può che moltiplicarsi, feconda di futuro. Di far nuove tutte le cose. Lavorare per lo sviluppo umano è, prima di tutto, crescere nella nostra umanità.

Associazione Sermig Re.Te. per lo Sviluppo
IBAN: IT73 T033 5901 6001 0000 0001 481
Banca Prossima

Mauro Palombo
RE.TE.
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Chiara Vitali - Lo sviluppo parte dalla scuola.
Un ponte tra Italia e Guinea Conakry, un "aiutiamoli a casa loro" concretizzato, una storia di amicizia: questi gli ingredienti di un significativo progetto che coinvolge gli Istituti della Cittadella di Mirano, le Acli di Venezia, Cesvitem Onlus e l’Università di Labé, in Guinea. L’inizio è un incontro tra una classe dell’ISS Levi-Ponti e Mamadou Kairaba Diallo, studente guineiano attualmente residente in Italia. Mamadou condivide la sua esperienza di migrante raccontando, in particolare, le difficoltà della Guinea nello sviluppo di un sistema di istruzione efficace.

In molti luoghi della Guinea manca l’elettricità: studiare dopo il tramonto può essere pericoloso. Mamadou racconta di un caro amico, morto vittima di incendio causato da una candela, unico strumento utile per studiare. Gli studenti che lo ascoltano decidono di dover fare qualcosa: nel 2014 nasce Energy for Africa.

Si procede con raccolte fondi e progettazione di un impianto fotovoltaico che viene realmente installato nella biblioteca e nella sala insegnanti dell’Università di Labé. Poi, dal 2016, un nuovo progetto: da Energy for Africa a Energy with Africa, da un trasferimento di tecnologie ad un trasferimento di competenze. Si progettano gli Scholar, piccoli impianti fotovoltaici capaci di caricare un computer e illuminare un tavolo. Ulteriore obiettivo è la formazione di docenti guineani tramite un percorso ideato dagli Istituti della Cittadella, che utilizza Scholar come strumento di formazione pratica. Mamadou sa cosa può aiutare realmente il suo Paese: «La chiave di volta è l’istruzione.

Dobbiamo creare delle opportunità per i giovani, fare in modo che chi viene in Europa per studiare possa tornare.
Oggi non è così: chi te lo fa fare di tornare in Guinea con una laurea per guadagnare qualche centinaio di euro al mese? E così ci impoveriamo ancora di più». Progetti come Energy with Africa sono una reale speranza, sia per chi è aiutato che per chi aiuta: si sveglia la voglia di incontrarsi, di partire dai giovani, di credere nella scuola.

Chiara Vitali
PUNTI DI PACE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

di Lucia Capuzzi - Le radici del fallimento del sandinismo.
i manifestanti durante i cortei che, dal 18 aprile scorso, scuotono il Nicaragua. Una frase simbolica: la pronunciò, il 15 gennaio 1970, il poeta ribelle Leonel Rugama (nell'illustrazione) mentre la Guardia nazionale di Anastasio Somoza gli intimava la resa. Quel giorno Rugama fu ucciso, ma, nel 1979, il dittatore fu destituito dai giovani rivoluzionari, riuniti nel movimento nazionalista che prese il nome dall’eroe César Augusto Sandino.

Uno di quei ragazzi, ormai invecchiato, trentanove anni dopo, è al potere: l’ex comandante Daniel Ortega, presidente dal 2007. Contro di lui, ora, per nemesi storica, combattono i “nipoti della rivoluzione”. Così li ha chiamati Sergio Ramírez, scrittore premio Cervantes, con un passato da guerrigliero e, poi, vicepresidente del citato Ortega, prima di rompere con quest’ultimo, come buona parte della vecchia guardia rivoluzionaria. Anche Ramírez è sceso in piazza numerose volte negli ultimi mesi, da quando è cominciata la maxi protesta, tuttora in corso. La scintilla è stata la riforma della previdenza da parte dell’esecutivo.

L’intervento brutale delle “turbas” contro un corteo di pensionati, a León, ha suscitato l’indignazione generale, portando in piazza migliaia di persone. Ben presto, la richiesta dei dimostranti è diventata il ritiro del duo Ortega-Murillo. Centinaia di morti e arrestati dopo, la “Primavera nicaraguense” continua. Poiché le radici del malessere sono profonde.

E riguardano le contraddizioni del sistema creato negli ultimi undici anni da Ortega. Il quale ha trasformato il sandinismo – un misto di nazionalismo intriso di ideali socialisti e cristiani – in danielismo. Un ibrido che mescola retorica populista, politiche neoliberali e reti clientelari, con la moglie, Rosario Murillo, come vice e “eminenza grigia”.
E gli 8 figli piazzati in posizione chiave della burocrazia statale.

Non sorprende, dunque, che, agli occhi della gente, sia diventato via via più simile al deposto Anastasio Somoza che all’eroe nazionale César Augusto Sandino, alla cui lotta per la libertà dalla dominazione straniera e la giustizia si richiama il movimento sandinista. Eppure il governo di Ortega è parso, per oltre un decennio, inamovibile. Grazie al sostegno del settore imprenditoriale, allettato da un mix insolito fatto di politiche neoliberali, opportunità di investimenti e silenzio imposto ai sindacati.

“Un’alleanza corporativa” l’ha ribattezzata Carlos Fernando Chamorro, militante sandinista, figlio del più noto oppositore a Somoza, e ora direttore del giornale indipendente El Confidencial. Il Paese del resto, nell’ultimo decennio, è cresciuto a tassi intorno al 4,4 per cento annuo grazie alle esportazioni di materie prime e agli investimenti esteri, abilmente sostenuti e protetti dal governo.

Il benessere è rimasto, però, concentrato in poche mani. In secondo luogo, il presidente ha creato una serie di programmi assistenziali, come Plan techo e Hambre zero, avviati con il sostegno dell’amico Venezuela. Questi hanno assicurato al governo uno zoccolo duro di sostegno fra le classi popolari. Anche se tali briciole non hanno risolto i problemi strutturali del Paese, dove il 42 per cento della gente è povera e il 79 per cento lavora in nero.

In realtà, dietro i riflettori, si aprivano crepe. Il sociologo Óscar René Vargas parla di una crisi di triplice livello. Politico, innanzitutto: alle elezioni del 2016, che hanno visto l’ennesima riconferma di Ortega, l’astensione è stata intorno al 70 per cento. Un segno non colto di sfiducia. Dalla fine di quell’anno, l’economia ha iniziato a rallentare a causa del venir meno degli aiuti venezuelani: 500 milioni di dollari l’anno. Si è ridotto, dunque, il “bottino” da impiegare per i sussidi.

La somma di questi tre fattori ha frammentato il “sistema Ortega”. Per primi si sono sfilati gli imprenditori, passati, con un tempismo sospetto, all’opposizione, insieme agli studenti e ai contadini. A provare a fare da ponte tra i due fronti, per trovare una via d’uscita non bellica alla crisi, è la Chiesa nicaraguense. La Conferenza episcopale ha accettato la richiesta delle parti di fare da testimone e garante di un difficile dialogo nazionale. E non ha rinunciato, a dispetto delle aggressioni di cui sacerdoti e vescovi sono stati vittime. Perfino il cardinale Leopoldo Brenes e il nunzio Waldemar Stanislaw Sommertag sono stati malmenati, mentre gli assalti alle chiese si sono fatti quotidiani.

Sostenuti dalla vicinanza e dagli appelli di papa Francesco, i pastori nicaraguensi si frappongono fisicamente tra le turbas e la gente, e offrono asilo a chi scappa dalle violenze. Ortega è ostinato: rifiuta di anticipare le elezioni e aumenta la violenza per stroncare la rivolta, nonostante le condanne internazionali.

L’intransigenza del governo ha bloccato il dialogo finora. Nel frattempo, la lista delle vittime aumenta. Insieme al numero dei profughi. Già 23mila hanno lasciato il Paese e si sono rifugiati in Costa Rica. Mentre il Nicaragua rischia di trasformarsi in un nuovo Venezuela.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

di Claudio Monge - Gli ebrei usano una parola molto co­nosciuta e significativa, shalom, che troviamo in 250 ricorrenze in forme verbali e nominali nel solo Antico Te­stamento, con non meno di quattordici significazioni diverse, sebbene tutte ri­mandino ad un significato fondamenta­le: un augurio di pienezza o benessere in tutti i settori della vita. Il senso è sia religioso che secolare.

Shalom (come del resto l’arabo salām che condivide la stessa radice semi­tica, ripetuto decine di volte nei saluti quotidiani), non veicola, quindi, sempli­cemente un concetto negativo: assen­za di aggressione, di violenza o guerra! Pace è una nozione positiva, “perfor­mativa”, che ha un suo proprio conte­nuto. Quando qualcuno dice “Shalom” o “Pace su di te”, non significa “spero che tu non abbia problemi” ma “spero che tu sia gratificato dai beni più gran­di!”. È una vera “benedizione” o bera­khah, che porta sicuramente frutto solo se proviene da Dio: un Dio che non si stanca di “dire bene” delle sue creature e del mondo da lui creato, malgrado le molteplici ferite inferte a questa crea­zione, ferite inferte dagli uomini, talvol­ta anche in nome delle religioni di cui dicono di essere perfetti interpreti. Ora, bisogna diffidare della facile identifica­zione tra violenza e religioni, perché se le religioni nella storia hanno legit­timato atroci violenze, hanno altresì rappresentato una radicale contesta­zione della violenza. Ma là dove han­no talvolta fallito in questa missione, è quando hanno ceduto alla paradossale convinzione di essere portatrici di pace e di bene e che il male, o Satana in persona, appartenesse esclusivamen­te agli altri. Quando si è convinti di incarnare “il bene”, ci si sente au­torizzati a ostacolare e combattere con qualunque mezzo tutto quello che si ritiene sia contrario ai propri principi.

I mistici ricordano alle religioni che la loro finalità è trascendente, e che de­vono indicare Dio e non annetterselo trasformandolo in un idolo, magari usando anche strumentalmente la me­moria di gravi sofferenze del passato per autorizzarsi qualsiasi nefandezza nel presente! Ora, tornando a quanto dicevamo in apertura, la vera pace è un dono gratuito dell’Onnipotente. Le religioni, coscienti di questa realtà, orientano ad un percorso di comunione con questa Sorgente della pace, e pro­pongono, prima di tutto, dei percorsi di costruzione ed esperienza di una pace interiore, che passano per il “disarmo del cuore”: un vertice del combattimen­to spirituale.

Solo così si capisce che la pace è glo­bale e relazionale: tra sé e sé, tra sé e gli altri, tra sé e la natura. Il pluralismo religioso è un contributo indispensabile alla pace, che non potrà mai concre­tizzarsi senza le religioni e senza un dialogo tra di esse, dove i credenti sia­no impegnati nelle loro relazioni e nella loro vita sociale. Certo, il dialogo spi­rituale è ancora più esigente e richie­de una maggiore libertà: è rifiuto della stigmatizzazione dell’altro, è capacità di mettersi in ascolto, è consapevolez­za di aver bisogno della fede dell’altro per crescere nella propria. Il vero dialo­go spirituale apre all’ospitalità spiritua­le che è abbandono frutto della fiducia, quando, come diceva frère Christophe di Tibhirine, che presto sarà beatificato insieme ai compagni martiri d’Algeria, la nudità del “Ti amo” di Dio, ci denu­da.

Claudio Monge
Levante
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Gianfranco Cattai - L'impegno dei cristiani nelle "arene" social.
Leonardo Becchetti, economista, all’Agenzia Sir del 10.07.2018 dichiarava «Non basta fare le cose, ma dobbiamo comunicarle in maniera adeguata perché oggi le sorti politiche e culturali si giocano nell’arena dei social... servono immagini che smontino i luoghi comuni: viviamo una bolla speculativa della comunicazione con la gente che crede a cose che non ci sono».

Facendo propria questa consapevolezza i 20 movimenti nazionali che compongono Retinopera hanno deciso di dare vita ad un processo di riflessione con un seminario il primo di ottobre.

Infatti la storia recente del nostro Paese testimonia che i luoghi in cui si formano consensi ed opinione pubblica sono cambiati. Un tempo le parrocchie, le famiglie e le sezioni di partito intermediavano contenuti e valori per la stragrande maggioranza della popolazione. Oggi i social sono diventati le moderne “arene virtuali” nelle quali gran parte di contenuti ed idee, valori e (dis) valori circolano, in un contesto naturalmente meno favorevole al dialogo e allo sviluppo di relazioni umane integrali.

Come cristiani non possiamo però rifiutare la sfida solo perché essa si svolge in un luogo che non ha tutte le caratteristiche ideali che desidereremmo, ma i “social” sono uno dei luoghi nei quali dobbiamo incontrare gli uomini del nostro tempo e per farlo dobbiamo diventare comunicatori più efficaci. Nella rete lo sfogo, la rabbia, l’inventiva hanno bisogno di essere controbilanciati da dialoghi, inviti alla riflessione, empatia e trasmissione di contenuti e di testimonianze positive, e per fare questo tutti gli uomini di buona volontà sono convocati!

Hanno assicurato il loro intervento Bruno Mastroianni, giornalista e manager social media; Pier Cesare Rivoltella, direttore del Cremit, centro di ricerca sull’educazione ai media all’informazione e alla tecnologia dell’Università Cattolica di Milano e Antonio Spadaro, direttore della rivista La Civiltà Cattolica.
Sono programmati contributi da parte di Avvenire con Gigio Rancilio social manager; Famiglia Cristiana con Luciano Regolo; Mauro Monti capo ufficio web di Tv2000; Pierino Martinelli direttore di Unimondo. In che consiste la buona pratica?

Venti movimenti nazionali che decidono di interrogarsi confrontandosi con esperti di forte rilevanza e con i media cattolici è già degno di nota. Ma forse dal “laboratorio” potrebbero nascere nuove prospettive nel fare rete, sistema, per far più cultura di quei valori umani che per molti sembrano non avere significato.

Gianfranco Cattai
BUONE PRATICHE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

di Lucia Capuzzi - Le incognite delle presidenziali sul futuro del Paese.
«Haddad è Lula». L’equazione è apparentemente assurda. Fernando Haddad, (foto) pacato docente universitario, ex ministro dell’Educazione ed ex sindaco di San Paolo, a prima vista, ha poco in comune con l’ex operaio-sindacalista, spina nel fianco dei generali all’epoca della dittatura. Su tale slogan, però, il Partido dos trabalhadores (Pt) ha deciso di puntare la campagna in vista delle presidenziali del 7 ottobre.

In realtà, secondo gli analisti, la battaglia si protrarrà fino al 28, data del ballottaggio. La prima scelta del centro- sinistra brasiliano è fuori gioco. Luiz Inácio Lula da Silva è dietro le sbarre dal 7 aprile: nella stazione di polizia di Curutiba sconta una condanna di oltre dodici anni per corruzione passiva e riciclaggio. Il carcere non ne ha scalfito la popolarità. O Lula, come lo chiama il popolo dei fedelissimi, godeva del 39 per cento dei consensi prima che, l’11 settembre, i giudici gli imponessero di lasciare.

Ora la sfida è “trasferire” il suo bottino di voti – in tutto o in parte – all’erede, da lui stesso insignito: Haddad. Una mossa complessa, sperimentata in Argentina da Juan Domingo Perón durante gli anni di esilio in Spagna: per riuscire, l’ex presidente deve continuare a competere attraverso la sua assenza. Per tale ragione, ha atteso fino all’ultimo per comunicare la “sostituzione”. Lula era fuori dalla corsa già dal 31 agosto, quando il tribunale elettorale ne aveva respinto la candidatura.

La “battaglia dei ricorsi”, però, faceva acquistare consensi all’ex leader incarcerato. Quest’ultimo ha passato la palla al “delfino” con una toccante lettera in cui ha proclamato ancora una volta la propria innocenza e ha chiesto i sostenitori di “dare fiducia ad Haddad, in nome della continuità”. I brasiliani lo ascolteranno? Di certo, queste sono le elezioni più imprevedibili della giovane democrazia brasiliana.

Haddad, partito con a malapena il 9 per cento, nelle ultime settimane ha recuperato, arrivando secondo. A precederlo il leader dell’ultradestra, Jair Bolsonaro, a quota 33 per cento dopo l’attacco di uno squilibrato. L’incremento di Haddad, la cui aspirante vice è Manuela D’Avila, è parallela all’erosione del radicale Ciro Gomes e al crollo dell’ambientalista Marina Silva, rispettivamente al 10 e al 5 per cento. Geraldo Alckim, esponente del centro-destra, non riesce a sfondare la soglia dell’8 per cento.

Si profila, dunque, un ballottaggio Bolsonaro- Haddad. E, secondo vari analisti, il leader dell’ultradestra avrebbe maggiori chanches del rivale di vincere al secondo turno. Un fatto impensabile fino a qualche anno fa in Brasile. Jair Bolsonaro, 62 anni, una carriera da capitano dei paracadutisti prima di entrare in politica, non è solo un politico “anti-sistema”. I suoi discorsi pubblici e i post sul profilo Facebook – seguito da quasi cinque milioni di persone – sono infarciti di affermazioni “forti”, tanto da far impallidire il suo modello, il presidente Usa Donald Trump.

Il leader difende apertamente la dittatura, la libera circolazione delle armi, la tortura, la pena di morte e le esecuzioni extragiudiziali da parte della polizia. Sarebbe un errore liquidare il “fenomeno-Bolsonaro” come puro folclore. Il candidato della piccola formazione Partido social liberal potrebbe “conquistare” il Palazzo di Planalto grazie, in primo luogo, al sostegno dei settori più conservatori della potente comunità evangelica. Bolsonaro, inoltre, è riuscito a catalizzare la delusione profonda di ampi settori per le «promesse tradite» in 33 anni di stagione democratica, la più lunga della storia del Brasile.

La corruzione della classe politica d’ogni schieramento – messa in luce dallo scandalo Petrobras-Lava Jato – viene vista, non a torto, come il cancro che impedisce lo sviluppo della nazione. E la correzione dei suoi problemi atavici: diseguaglianza e violenza. Il punto è che la campagna anti- mazzette si è in breve trasformata in offensiva contro la politica tout court.

L’equazione tra sistema e corruzione ha un fondo di verità. La legge elettorale nazionale costringe il partito vincitore a una serie di alleanze per governare. Il che favorisce – quasi istituzionalizza – lo “scambio”, non sempre lecito, di favori. In breve, però, l’eterogeneo movimento di piazza, incapace di produrre alternative, s’è lasciato sedurre dagli slogan populisti. La crisi della politica rischia, così, di trasformarsi in crisi della democrazia. Questo spiega perché venga idealizzata l’ultima dittatura (1964-1985), presentata come l’epoca del miracolo economico e dell’ordine.

Poco importa che al termine il debito estero avesse raggiunto livelli record, la diseguaglianza fosse cresciuti, l’iperinflazione galoppasse. La retorica “militarista”, abilmente cavalcata sul Web dagli strateghi della “controinformazione”, impazza. Per la prima volta, al voto di ottobre, partecipa una novantina di veterani. Un fatto preoccupante in una nazione in cui la tentazione “pretoriana” – l’intervento dei militari in politica – ha segnato, in modo drammatico, la storia recente.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

di Chiara Vitali - I laboratori nati dopo il terremoto del 2016.
Il 24 agosto 2016 il centro Italia è stato dilaniato dal terremoto che ha provocato 300 morti, centinaia di feriti e migliaia di sfollati. Una tragedia che, sin da subito, ha richiamato azioni di solidarietà da tutta Italia. Tra le realtà di aiuto nate sul territorio, alcune si sono strutturate in modo stabile, portando avanti con costanza la propria missione.
Un esempio è quello dell’associazione Laboratorio della Speranza Ascoli Piceno, che opera nelle comunità di Arquata del Tronto, Montegallo, Roccafluvione, Venarotta, Acquasanta Terme.

L’associazione si è impegnata su più livelli: immediatamente nel post sisma l’attività era di supporto agli sfollati, con interventi rivolti in particolare a bambini e giovani; attualmente le attività portate avanti coinvolgono le comunità nel tempo libero, puntano alla ricostruzione sociale e all’attivazione, anche economica, del territorio.

L’associazione lavora in un contesto complesso sia a causa del sisma che per condizioni peculiari del territorio, già presenti in precedenza: possibilità lavorative ridotte, frammentazione dei centri urbani, mancanza di luoghi aggregativi. La situazione è particolarmente difficile per i giovani: proprio da loro si è deciso di ripartire, sognando in grande. «Il futuro dei giovani deve essere anche qui. Per questo motivo ogni progetto che riguarda i giovani terremotati deve permettere la costruzione di luoghi che rendano vivibile la città anche per loro» si legge sul sito dell’associazione.

Ecco, quindi, l’idea delle “Botteghe della speranza”: luoghi di aggregazione giovanile che puntano alla formazione professionale.
Partendo dallo studio dei mestieri tipici della tradizione, ai giovani vengono fornite competenze tecniche utili e all’avanguardia. L’obiettivo principale è la creazione di possibilità lavorative sul territorio, con una cultura del lavoro basata sui principi di eticità, solidarietà e rispetto del creato. Con la convinzione che l’incontro tra tradizione e innovazione possa essere la chiave per la ripresa.

Chiara Vitali
PUNTI DI PACE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Gianfranco Cattai - Una tavolata di amicizia e fratellanza nel cuore della città.
Nei prossimi giorni si terrà a Roma, promossa da alcuni enti con la co-progettazione del Municipio I Centro Storico, un'iniziativa in Via della Conciliazione, nel tratto che va da Via San Pio X a Via Rusticucci, dal titolo Tavolata romana senza Muri.

Ispirata all'iniziativa svoltasi lo scorso giugno a Milano al Parco Sempione, organizzata dal Comune del capoluogo lombardo e fortemente voluta dall'Assessore Pierfrancesco Majorino, Assessore alle Politiche Sociali, Salute e Diritti Umani, la Tavolata era la conclusione del programma di eventi previsti dal mese "Insieme senza muri". A questa iniziativa, ideata e realizzata dall'Associazione Kamba, hanno aderito oltre 5.000 cittadini, ognuno dei quali ha portato un piatto legato alla propria infanzia e alla propria origine familiare da condividere con gli altri, e vi hanno collaborato 500 volontari che hanno reso il tutto possibile.

La Tavolata è un modo, partendo dai cittadini, per sensibilizzare e ribadire come Roma e le nostre città abbiano da sempre avuto la capacità di accogliere, integrare, includere, mescolare, usi, tradizioni, lingue, storie anche a partire dal cibo.
Roma, e più in generale l'Italia, ha bisogno di ritrovare le radici di una cultura millenaria dove l'accoglienza e l'inclusione era un punto di forza per la crescita sociale, politica ed economica, così come nella civiltà etrusca, prima, e nell'antica Roma. È grazie a questa capacità che Roma divenne punto di riferimento in Europa, per tutti i Paesi del Mediterraneo e dell'Oriente.

Tutti potevano diventare cittadini romani, secondo le regole sancite sin dagli albori di questa città. Tutti potevano aspirare alle più alte cariche, purché ve ne fossero le condizioni. A questo proposito si potrebbero citare, ad esempio, i re etruschi, che da vinti arrivarono al massimo ufficio della Roma monarchica; oppure gli imperatori Traiano, Adriano, Germanico, tanto per ricordarne alcuni dell'epoca imperiale.

Più tardi la Chiesa fece proprio questo modo di mescolare culture e persone con un messaggio di fratellanza tra tutti gli uomini. La città eterna se non avesse avuto questa capacità di essere tollerante verso lo "straniero" non sarebbe stata luogo di pellegrinaggio per secoli, travolta e forse dimenticata dallo scorrere della storia.

I promotori – Focsiv, Ferpi, Masci in primis – ritengono che sia urgente dare un segnale: invertire la rotta per evitare derive gravi verso le quali ci stiamo dirigendo; dobbiamo ripartire dalle lunghe esperienze di chi ha costruito ponti, di chi quotidianamente è nelle periferie del mondo a fianco dei più poveri e vulnerabili, di chi cerca di realizzare un futuro possibile per tutti in quel grande progetto disegnato da papa Francesco nella Laudato sì.

Gianfranco Cattai
BUONE PRATICHE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

di Gabriella Delpero - Non si può essere felici da soli: neanche in famiglia.
Se si leggono interviste e sondaggi sulla famiglia, sul suo ruolo nel mondo di oggi, sulla percezione che ne hanno ai nostri giorni adulti e ragazzi, non si potrebbe che dirsi ottimisti: la famiglia è ancora sentita dalla maggioranza come il luogo della sicurezza, del rifugio, del sostegno per la propria vita. È per eccellenza il luogo dell’amore. Eppure è altrettanto vero che mai come oggi la famiglia è apparsa così fragile: i legami vanno a pezzi, le rotture coniugali sono sempre più frequenti, le tensioni aumentano, le conseguenze negative sui figli dilagano. Uno studioso di statistiche – Roberto Volpi – ha inoltre messo in evidenza che «c’è una sola tipologia di famiglia, in Italia, che cresce: quella unipersonale, costituita da una sola persona. Più di otto milioni di persone vivono da sole, e rappresentano il 32% delle famiglie italiane». Come spiegare questi dati così contrastanti?

Forse oggi il prevalere di ogni forma di individualismo, il diritto alla realizzazione immediata di ogni desiderio, la dimenticanza dei doveri, la ricerca insaziabile del proprio tornaconto personale, stanno semplicemente trasformando la famiglia in “cellula base per l’individuo” (più che “cellula base della società”, come era considerata in passato). Le singole persone ritengono cioè che la famiglia continui ad avere un grande valore, ma fino a quando esaudisce le richieste e risponde alle attese dell’individuo. Sembra rimanere il luogo della sicurezza e del rifugio, ma dell’Io, non del noi.

Pare restare una forma di sostegno, ma per individui sempre meno solidi. Insomma, la famiglia «appare sempre più come un insieme di individui, ciascuno dei quali decide per proprio conto il suo percorso di vita. E tiene fino a che i singoli percorsi di vita restano compatibili fra di loro» (V. Paglia, Il crollo del noi, Laterza). Sono infatti sempre più frequenti i casi in cui una divergenza di coppia, un’incomprensione, un differente modo di intendere il ruolo genitoriale, diventano rapidamente fratture insanabili, voragini in cui precipitano rovinosamente sogni e progetti, promesse e speranze. Incompatibilità è spesso il termine con cui si definisce una comunicazione difficile, un chiarimento faticoso, un irrigidimento rabbioso.

L’idea della rinuncia, anche solo temporanea, alle proprie posizioni o alle proprie ragioni appare incompatibile con la felicità del singolo (…di qui alla decisione di sciogliere i legami per riacquistare la propria libertà il passo è breve…). Il problema è che questa corsa alla felicità personale è oggi destinata al fallimento, semplicemente perché la felicità non è mai una faccenda privata. L’uomo per sua natura è un essere sociale, portato a vivere con gli altri. Questa caratteristica vale anche per l’uomo che cerca di essere felice: non può sperare di divenirlo da solo. Felicità e solidarietà, felicità e amicizia sono strettamente legate. Niente più delle parole di una bimba di soli quattro anni lo possono dimostrare.

Un mattino, alla domanda di una coetanea della scuola materna sul perché del suo “muso triste” ha risposto: «E come faccio ad essere contenta se la mia mamma è sempre buia?». «E perché la tua mamma è buia?». «Non lo so… forse non ha messo gli occhiali come quelli di papà». «E come sono fatti gli occhiali di tuo papà?». «Sono rossi e sembrano palloncini, ma io non li posso toccare perché se cadono si rompono… da grande li metto anch’io, così vedo bene la luce e divento contenta ».

Gabriella Delpero
PSICHE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

di Bernardo Cervellera - L'analisi sull'intesa che segna una svolta nella storia della Chiesa.
Il sobrio annuncio della Sala stampa vaticana – mentre tutti i giornalisti erano impegnati altrove, nel viaggio in Lituania di papa Francesco – è stato accolto con acceso ottimismo e buio pessimismo.

Fra gli ottimisti, l’aggettivo “storico” è stato usato fino allo spreco, dimenticando che l’accordo è definito “provvisorio”, soggetto a “valutazioni periodiche”, e che lo stesso direttore della Sala stampa ha parlato di “inizio” di “un processo” e non della sua “fine”. Per i pessimisti, esso è “l’inizio” di una consegna totale della Chiesa cinese nelle mani dello Stato che, come già avviene, ne farà ciò che vuole, ossia uno strumento del Partito, e puntano il dito al silenzio sulle sofferenze che cattolici ufficiali e non ufficiali subiscono da 70 anni.
Già altre volte abbiamo detto che noi di AsiaNews non siamo né ottimisti, né pessimisti, ma realisti. E tale realismo ci permette di vedere il positivo e il negativo presente in questo fragile e “provvisorio” accordo.
In esso c’è in effetti una novità: in qualche modo – che non sappiamo, perché il testo dell’accordo non è stato reso pubblico, e non lo sarà – la Santa Sede sarà implicata nelle nomine dei vescovi. Questo, almeno sulla carta, significa la fine della Chiesa “indipendente” tanto sbandierata in tutti questi anni, e il riconoscimento che il legame col papa è necessario anche a un vescovo cinese per esercitare il suo ministero.

Secondo l’accordo non sarà più possibile nominare e ordinare un vescovo senza il mandato papale, anche se il governo, o l’associazione patriottica, o il consiglio dei vescovi potranno proporre il loro candidato. E questa è la parte ottimista.
Ma vi è anche un lato pessimista: cosa succederà se il candidato proposto dalla Cina viene rifiutato dal papa? Fino ad ora si era parlato di un potere di veto temporaneo del pontefice: il papa, cioè doveva dare le motivazioni del suo rifiuto entro tre mesi, ma se il governo valutava inconsistenti le motivazioni papali, avrebbe continuato con la nomina e l’ordinazione del suo candidato.
Non avendo il testo dell’accordo, non sappiamo se questa clausola è stata mantenuta, se davvero il pontefice avrà l’ultima parola sulle nomine e ordinazioni, o se invece si riconosce la sua autorità solo in modo formale. Un mio amico canonista è “sicuro” che il papa avrà un potere permanente sulla scelta ultima dei candidati “perché la Chiesa non può fare altrimenti”. In ogni caso, questo è uno dei punti che – in mancanza del testo sull’accordo – bisognerà verificare nei prossimi mesi, con le possibili nomine e ordinazioni che attendono da anni.

Un altro elemento positivo è la cancellazione della scomunica a sette vescovi, ordinati senza mandato papale dal 2000 fino al 2012. È un fatto positivo perché almeno in via di principio aiuterà i cattolici cinesi a fare più unità.
Questi vescovi scomunicati erano usati dall’Associazione patriottica per dividere la Chiesa, facendoli presenziare con la forza della polizia a cerimonie e ordinazioni episcopali. Va pure detto che diversi di loro hanno compiuto un cammino di pentimento e da anni chiedono di essere riconciliati con Roma.
L’eliminazione della scomunica non fa parte del “pacchetto” dell’accordo, ma è un gesto interno alla Chiesa, sebbene – forse con furbizia politica un po’ ingenua – sia stato dato l’annuncio della riconciliazione lo stesso giorno della notizia dell’accordo.
Ma fra i fedeli cinesi – parte di quel “santo popolo fedele di Dio” che il papa ci chiede di ascoltare – vi è avvilimento e tristezza perché alcuni di questi vescovi riconciliati sono noti per avere amanti e figli e per essere “collaborazionisti”.

Molti altri si domandano se i vescovi riconciliati esprimeranno una domanda pubblica di perdono davanti al popolo che essi hanno scandalizzato con il loro agire “indipendente”. Proprio il card. Pietro Parolin, nel suo commento all’accordo, ha chiesto che si pongano «dei gesti concreti che aiutino a superare le incomprensioni del passato, anche del passato recente».
Un altro elemento tutto positivo dell’accordo è il suo carattere “pastorale” e “non politico”. E in effetti l’accordo è stato firmato senza che la Cina esiga come condizione previa la rottura dei rapporti diplomatici con Taiwan. Per decenni e perfino negli ultimi anni di dialogo ai tempi di papa Francesco, il ritornello della Cina era che se il Vaticano voleva migliorare i rapporti con Pechino, doveva anzitutto interrompere le relazioni con Taiwan e non intromettersi negli affari interni della Cina.

Con l’accordo “pastorale” queste due condizioni sono saltate: il Vaticano viene introdotto nelle nomine dei vescovi e non c’è alcuna rottura con Taiwan, con tanto di apprezzamento del ministero degli esteri dell’isola e dell’ambasciatore presso la Santa Sede.
Ma un altro elemento è tutto negativo: né nella notizia dell’accordo, né nelle sue spiegazioni vi è un minimo accenno alla persecuzione che i cattolici e tutti i cristiani stanno sostenendo in questi tempi. Come testimoniato tante volte sull’agenzia, in nome della “sinicizzazione”, in Cina vengono bruciate e distrutte croci, demolite chiese, arrestati fedeli e ai giovani sotto i 18 anni è vietata la partecipazione alle funzioni e l’educazione religiosa. In più ci sono vescovi e sacerdoti scomparsi nelle mani della polizia; vescovi agli arresti domiciliari; vescovi non ufficiali considerati come criminali; controlli d’ogni tipo nella vita delle comunità. A tutto ciò si aggiungono le persecuzioni a cui sono sottoposte le altre comunità religiose (buddiste, taoiste, musulmane …), che manifestano la visione negativa che la Cina ha delle religioni, e il suo progetto di assimilarle o distruggerle.

Questo fa guardare all’accordo provvisorio come a un risultato strano, un po’ insperato, provvisorio, ma senza futuro, perché getta un’ombra di sospetto sull’interlocutore con cui la Santa Sede ha deciso di dialogare. Dalla Cina ci giungono appunto commenti che esprimono contentezza per l’accordo, ma anche tristezza perché i cinesi non si fidano delle loro autorità politiche.

A questo proposito, mesi fa in un’intervista papa Francesco ha detto che «il dialogo è un rischio, ma preferisco il rischio che non la sconfitta sicura di non dialogare». È quindi meglio iniziare un dialogo anche con un interlocutore "non fidato", che rimanere fermi. Da questo punto di vista, l’accordo, anche se provvisorio, rappresenta senz’altro una pagina nuova. Rimane il fatto del silenzio sulle persecuzioni. In tutti questi anni la Santa Sede ha taciuto su qualunque fatto di persecuzione: l’uccisione di sacerdoti; le chiese distrutte; i vescovi arrestati… Questo ha dato a molti l’impressione che il dialogo fosse più “politico” che “pastorale”. Proprio ieri papa Francesco, a Vilnius, ricordando le vittime del genocidio nazista e comunista, ha espresso una preghiera in cui egli chiede al Signore che non diventiamo «sordi al grido di tutti quelli che oggi continuano ad alzare la voce al cielo». Ed è proprio quanto i cattolici cinesi domandano.

Mi sono chiesto come mai la Santa Sede abbia voluto comunicare la firma dell’accordo proprio mentre papa Francesco a Vilnius ricordava la grande testimonianza dei cattolici lituani sotto il comunismo, la loro resistenza e fede sotto le torture, il loro essere stati seme di una società più libera e più accogliente. Anche allora i cattolici discutevano e si dividevano fra la denuncia e la resistenza e l’Ostpolitik vaticana. Se si guarda l’accordo solo come una cosa negativa, allora la memoria dei martiri lituani potrebbe dare adito a un’interpretazione dei “due pesi e due misure” che la diplomazia spesso attua e le celebrazioni dei martiri a Vilnius sarebbero una presa in giro delle sofferenze dei cristiani cinesi. Ma se nell’accordo, pur provvisorio, si vede un briciolo di positività, allora le celebrazioni lituane sono un segno di speranza: il comunismo, “il delirio di onnipotenza di quelli che pretendevano di controllare tutto”, non ha vinto. E questo fa sperare anche per la Cina.

Fonte: Asianews.it

Bernardo Cervellera
UNIDIALOGO
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