Sermig

ARTICOLI

di Stefano Ravizza - Black Friday, letteralmente Venerdì Nero, negli Stati Uniti è il giorno che dà il via agli acquisti natalizi. Il nome sembrerebbe fare riferimento alle annotazioni sui libri contabili dei commercianti che tradizionalmente passavano dal colore rosso (perdite) al colore nero (guadagni). Ma non finisce qui, ancora poco conosciuto da noi, il Cyber Monday, ossia il “lunedì cibernetico”, è il primo lunedì successivo al Black Friday e negli Stati Uniti è dedicato agli sconti sui negozi online.

Questa giornata di sconti fu pensata per i consumatori che non hanno potuto utilizzare il Black Friday per usufruire delle promozioni.

Sicuramente Amazon è stato il più grosso tramite di questa ricorrenza in Italia, anche se quest’anno i negozi “fisici” si sono allineati. Se vi recate di persona non posso aiutarvi, ma se volete comprare online dovete sapere che esistono dei servizi che ci permettono di controllare se le offerte sono vere o sono specchietti per le allodole.

Ad esempio Camel Camel Camel, un sito che tiene traccia delle variazioni nei prezzi per i prodotti venduti nello store. È come leggere la storia di ogni prodotto, per capire se lo sconto è proprio un affare da non perdere, evitando i rischi dell’acquisto compulsivo.

Oppure Keepa, altra piattaforma che traccia un grafico con l’andamento dei prezzi nel tempo. Chi si registra ha la possibilità di ricevere una notifica a ogni variazione di prezzo. Sul sito si possono anche trovare alcune delle migliori offerte del momento. Insomma offerte sì, ma non facciamoci raggirare.

Stefano Ravizza
CYBERNOLOGY
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Carlo Degiacomi - Le tante attenzioni che un Paese, una città, le singole persone possono dare ai temi ambientali sono determinanti per produrre lavoro e miglioramento della qualità della vita. Bisogna conoscere bene un territorio, avere sottomano tempestivamente le rapide trasformazioni a cui è sottoposto, per poter influire sulle tendenze. L’unico punto di riferimento abbastanza credibile e nello stesso tempo impietoso – che in questi mesi ha finalmente detto in modo chiaro e ad alta voce quanto chi vive a Torino e nell’area metropolitana avverte e conosce direttamente – è la relazione della Fondazione Rota.

UNA SINTESI E QUALCHE COMMENTO
Torino fa fatica a rimanere dentro ad un’area geografica che da Milano si prolunga a Bologna e poi scende lungo la linea di Firenze – una specie di 7 – economicamente dinamica e motore dell’attuale sviluppo. Il triangolo industriale non c’è più, con il rischio che Torino, uno dei vertici, sia sempre più simile ad un’area urbana del Mezzogiorno.

Il rapporto mette in evidenza i punti critici e nello stesso tempo avvisa che non pare esserci nei vari livelli del tessuto sociale e dirigente della città una consapevolezza. Cito testualmente:
«C’è il rischio che diversi preoccupanti segnali sociali ed economici che stanno galoppando, vengano considerati effetti temporanei della crisi, problemi comuni a tutte le città e le aree del Paese, complice una certa retorica auto celebrativa basata sulla parola d’ordine della città migliorata, delle esemplificazioni sulle piazza e salotti del centro, su alcuni eventi, sulle code dei turisti ai musei, sulla movida…». In realtà purtroppo i segnali e i dati negativi prevalgono sui punti di forza o su alcuni aspetti positivi.

IL TESSUTO PRODUTTIVO
Rispetto al 2008, Torino, con Genova, fa parte del gruppo di città in cui si sono registrati i peggioramenti più significativi (per valore aggiunto prodotto e per produttività). Il rilievo della manifattura nella produzione di ricchezza continua a declinare. Nascono meno imprese. Negli ultimi cinque anni, oltre al turismo, l’unico comparto con andamento positivo è quello dei servizi alle persone (imprese culturali, di pulizia, assistenza, sicurezza). Nell’area torinese si contano ben poche società di capitali (società strutturate per stare sul mercato): in Italia Torino precede solo Reggio Calabria.

IL TESSUTO SOCIALE
Vi sono categorie che più di altre sono in sofferenza, con una possibile crescente emarginazione. Si presentano in forme più accentuate del livello nazionale. In una città con sempre meno giovani, i giovani hanno un tasso di esclusione dal lavoro molto elevato, simile a zone del Sud. Gli stranieri in numero crescente sono in condizione di povertà e di precarietà. Nella grande Torino, in molte zone sono addensati e stratificati problemi socio economici prodotti dalla crisi.

Ci sono aspetti su cui, se si vuole parlare chiaro, bisognerebbe interrogarsi: al di là della sempre citata eccellenza Politecnico, quali sono i livelli scolastici e professionali presenti sul territorio? Perché non ci si è occupati di una forte strategia e strutture di divulgazione scientifica? Qualcosa non deve aver funzionato nel campo dell’imprenditoria e del ricambio generazionale, anche quando si trattava di pensare al dopo Fiat con la creazione di un territorio competitivo per la collocazione di imprese. Le stesse aziende terziarie private non sono all’altezza delle sfide prossime. L’informatizzazione, specie nelle aziende di manifattura, non è così sviluppata come il mercato richiederebbe. Perché non si sono incentivati settori innovativi come la genomica, l’intelligenza artificiale, la robotica e l’uso dei Big Data? L’attenzione stanca ai principali temi ambientali… facendo leva sulle competenze presenti ieri.

SEGNALI POSITIVI
Pur non essendo troppo estesi, vengono dall’export, specialmente nel settore auto motive, dagli investimenti nella ricerca e innovazione in alcuni settori dell’informatica… L’apparato organizzativo sembra reggere, ma non si era attrezzati per crisi di così lungo periodo senza veri segnali di controtendenza almeno in alcuni ambiti.

L’immagine di una Torino capovolta, che cade verso il Meridione (con alcune situazioni affatto arretrate) non fa piacere a nessuno, ma almeno potrebbe essere una spinta a ridiscutere, a chiedersi soprattutto perché dal 2000, quando molte questioni erano già evidenti, non si sono concentrati gli sforzi di intervento pubblico e privato in forme di coordinamento, di squadra, per affrontare con qualche maggiore base solida il futuro a cui siamo già arrivati. Siamo quasi nel 2020! «Il clima da derby con Milano che sembra rivitalizzare periodicamente qualcuno, specie i media, non serve», scrive sempre la Fondazione Rota.

Carlo Degiacomi
AMBIENTE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Guido Morganti - L’ultimo rapporto di Oxfam Un’economia per il 99% evidenzia che il divario tra ricchi e poveri aumenta sempre più. Due dati emblematici: gli otto più ricchi del mondo possiedono la stessa ricchezza (426 miliardi di dollari) di oltre metà della popolazione mondiale, quindi di 3,6 miliardi di persone; l’1% della popolazione mondiale ha una ricchezza superiore al restante 99. Ed ancora, il rapporto Working for the Few del 2014 denunciava che gli individui più ricchi e le aziende nascondono migliaia di miliardi di dollari al fisco in una rete di paradisi fiscali in tutto il mondo.

Si stima che 21.000 miliardi di dollari non siano registrati e siano offshore; in Africa, le grandi multinazionali – in particolare quelle dell’industria mineraria/ estrattiva – sfruttano la propria influenza per evitare l’imposizione fiscale e le royalties, riducendo in tal modo la disponibilità di risorse che i governi potrebbero utilizzare per combattere la povertà.

Non ci può essere pace senza giustizia. L’economia finanziaria è sotto accusa per la sua capacità di generare povertà ed esclusione sociale. Ne ha parlato padre Giulio Albanese, ospite dei Giovedì dell’ottobre missionario promossi dalla diocesi di Torino. Ha evidenziato che un sistema economico che legittima l’esclusione, la divaricazione tra gli estremi, è inaccettabile. Naturalmente le ragioni sono molteplici. Siamo passati da una morale in cui quel che contava era la relazione tra le persone ad una di tipo utilitaristico per cui oggi le relazioni sono tra le persone e le cose.

Assistiamo a una crescente mercificazione della stessa vita umana in cui l’omologazione risponde al diktat dell’interesse. Padre Albanese cita l’ultimo rapporto del Bri (Banca dei regolamenti internazionali) secondo cui i volumi di 4 giornate di negoziazioni in borsa sono pari al volume di affari di un anno di economia reale. Il sopravvento dell’economia finanziaria ha le radici quando Bill Clinton nel 1999 promulga la legge Gramm-Leach-Bliley che sostituisce la Glass Steagall Act, una legge della presidenza Roosevelt che imponeva alle banche la separazione tra economia finanziaria e commerciale.

Ha inizio la deregulation che ha avuto un effetto devastante nelle periferie del mondo. Sono stati messi in campo istituti bancari che da una parte conservavano i risparmi della gente e dall’altra giocavano d’azzardo in borsa e si è generato un sistema bancario ombra, lo shadow banking, dove circolano un’infinità di prodotti finanziari, molti di questi sono derivati Otc (Over the counter), non chiaramente espressi nei bilanci e fuori dal controllo degli Stati sovrani. E tutto questo è permesso. Sul canale dello shadow banking circola di tutto, denaro sporco, prodotti finanziari fasulli. Nel 2014 il Bri stimava che il valore nominale dei prodotti dello shadow banking ammontava a 750mila miliardi di dollari, 15 volte e mezzo il pil del mondo.

Per padre Albanese ci troviamo di fronte a una economia che ha bisogno di redenzione perché disconosce il valore della persona umana creata a immagine di Dio. È giusto credere negli investimenti, nella proprietà privata, ma tutto questo nel rispetto di regole che tutelino veramente dai rischi per il sistema e, in ultimo, il lavoro delle persone.

Oggi abbiamo lo strapotere dell’economia finanziaria che produce situazioni immorali. Pensiamo alla questione del debito. Una volta ai Paesi in via di sviluppo, quando battevano cassa in occidente per avere aiuti, attraverso le autorizzazioni delle banche centrali venivano erogati dei crediti e gli interessi erano legati al sistema bancario, alle politiche monetarie. Oggi devono rivolgersi a dei fondi, a banche finanziarie disponibili a investire e il pagamento degli interessi è legato alle speculazioni di borsa. Questo significa che stiamo assistendo a una finanziarizzazione del debito, ma questi Paesi non saranno in grado di rispettare la tabella per la restituzione degli interessi per cui vengono chieste garanzie. E le garanzie quali sono? La vendita di asset strategici. Questo è criminale perché si gioca sulla pelle dei poveri e la comunità internazionale è silente.

Oggi stiamo assistendo, soprattutto nelle periferie del mondo, al fenomeno crescente delle privatizzazioni che, nel Sud del mondo, sono sinonimo di svendita. È vero che il pil dell’Africa sub sahariana è cresciuto, è più o meno quello dell’Italia, 2 trilioni di dollari, mentre nel 2008 era di 1 trilione. Però a livello di singoli Paesi è interessante fare dei paragoni. Ad esempio il pil del Ghana è di 50 miliardi di dollari, il pil della regione Lombardia è 350 miliardi di dollari, il che significa che il pil del Ghana è di poco superiore a quello della regione Basilicata. Aumenta sì il pil, ma anche il debito e per il Ghana è oggi arrivato al 50% del pil. Sembra proprio che non ci sia giustizia, quindi pace.

Per padre Albanese in questo primo segmento del terzo millennio c’è tanta umanità dolente che viene immolata sull’altare dell’egoismo umano. La Chiesa non può essere neutrale, deve essere profetica, deve dare voce a chi non ha voce. È chiamata a svolgere un ruolo profetico nella lotta contro la povertà, facendosi lei stessa povera. papa Francesco, nel suo magistero, ci ricorda che la povertà, non è solo il fine, ma il mezzo stesso, la via stessa della riforma che egli intende attuare nella Chiesa.

 

FOTO: SPONTON / NP

di Andrea Go - I giorni migliori della mia vita sono stati quelli in cui per qualche motivo i pensieri della mente se ne sono stati buoni buoni... anche le notti migliori hanno avuto caratteristiche simili.
Niente sogni... anche loro buoni buoni. Anche i samurai avevano capito, nel medioevo giapponese, che per praticare l’arte dello Iaidō era necessario avere la mente sgombra dai pensieri. Si narra che lo scontro tra due maestri poteva durare ore, addirittura giorni. La posta in gioco era seria: la vita. Quando per qualche motivo i due decidevano di fronteggiarsi, iniziavano a scrutarsi a debita distanza. Quattro occhi e due katane.

Alla fine non vincerà il più abile nello sfoderare la spada, ma quello che sarà riuscito a tenere a bada i propri pensieri.
Quella mancanza di pensieri che produce calma, che diventa saggezza e che forse ti porta anche a decidere di non combattere. I troppi pensieri producono agitazione e un corpo agitato non ha in sè armonia. Il risultato non può mai essere positivo per sua stessa natura. Un samurai troppo pensieroso, troppo spesso deciderà di sfoderare la spada. Potrà essere abile, ma non farà altro che procurare morte fino al giorno in cui non sarà lui stesso ad essere affettato.

La strada dei pensieri porta in unico posto: la morte, che sia la mia o quella di un altro, sempre morte è. Positivi o negativi che siano, i pensieri non fanno altro che distoglierci dal presente.
Detto ciò, direte voi e mi dico più che altro da solo: adesso che ho sfoderato tutta questa pseudo saggezza da strapazzo... come cavolo faccio a tenere a bada i pensieri? Beh, scusate, non ne ho la più pallida idea. Mio nonno diceva sempre: «Se sei qui a farti questa domanda, sei già sulla cattiva strada».

Andrea Go
ORZATA CON LATTE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

di Renato e Valentina - Siamo quasi a Natale e nella nostra cultura è usanza radicata scambiarsi dei regali. Non vogliamo in questa occasione proporre inutili prediche sugli eccessi del consumismo attuale e sulla riduzione del dono a pura merce di scambio. Vogliamo piuttosto narrare una storia bella che viene da un Paese lontano dove sono veramente in pochi a festeggiare il Natale. Per di più, quelli che lo festeggiano devono anche fare attenzione a non essere presi di mira dalle altre fedi religiose. In verità questa storia non si è svolta nemmeno in dicembre ma poco importa: per noi Natale è tutti i giorni.

La storia racconta di Samunder Singh che in India il 25 febbraio del 2005 ha ucciso con 54 coltellate suor Rani Maria Vattalil. Suor Rani Maria era in pullman e stava raggiungendo il suo villaggio natale per sostenere alcune donne che attraverso il microcredito volevano uscire dalla schiavitù dell’usura.

Proprio degli usurai avevano assoldato Samunder Singh perché facesse finalmente tacere quella suora così ostinata nell’aiutare quelle donne vittime della loro avidità. Samunder aveva solo 22 anni, da allora ha conosciuto molti anni di carcere. Ma in tanto buio fatto di sofferenza e fatica, ha scorto anche una piccola luce: in prigione ha incontrato un sacerdote che lo aiutato a fare i conti con se stesso e lo aiutato a trovare la fede e vivere il pentimento. Quel sacerdote è stato anche il tramite per incontrare la famiglia di suor Vattalil che lo ha perdonato.

Quel perdono tanto desiderato lo ha trasformato in un uomo nuovo.
Non solo, da assassino è diventato fratello. Difatti suor Selmy, sorella della suora assassinata, ha compiuto un piccolo gesto dal significato enorme: ha legato al polso di Singh un rakhi, un braccialetto rosso, un rito simbolico che indica che lo accettava come fratello. Una storia bella per chi crede che la nascita di Gesù ci rende tutti figli di un unico Padre e fratelli fra di noi.

Renato e Valentina
IBONOMOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

di Gabriella Delpero - Lati positivi e negativi delle nuove generazioni.
Sento spesso dire che i bambini e i ragazzi di oggi sono molto diversi da quelli di ieri: sono più “svegli”, pronti e informati, più aperti alle novità, più attivi e intraprendenti. C’è una sorta di ammirazione nei loro confronti da parte di alcuni adulti, affascinati ad esempio dall’indubbia disinvoltura con cui i nostri figli e nipoti utilizzano in particolare le nuove tecnologie. Altri, invece, intendono questa “diversità” delle nuove generazioni in senso negativo, lamentandone limiti e lati oscuri: i giovani sarebbero cioè più immaturi ed irresponsabili, superficiali ed egoisti, poco inclini all’impegno e allergici alla fatica. Chi ha ragione? In questo caso essere “diversi” è meglio o è peggio?
Da sempre la specie umana è in evoluzione: cambiano modi di pensare, diventando così capaci di profondi mutamenti spirituali e culturali.

Cambiare quindi è inevitabile! Perciò il rapporto con i bambini e i giovani della nostra epoca – e in fondo di qualsiasi epoca – deve essere fatto di cose nuove e cose antiche, di tradizione e di rinnovamento, di stabilità e di movimento, perché la persona umana è sempre la stessa, ma nello stesso tempo è continua sorgente di novità.
I genitori di Greta, per esempio, descrivono le loro difficoltà di relazione con lei come l’oscillare di un’altalena: ora che la ragazzina ha raggiunto i 14 anni non è certo più il “cucciolo” di un tempo, dolce e tenera, sempre alla ricerca della loro vicinanza e protezione.
Si è fatta invece spigolosa e scostante, cerca di stare il più possibile fuori casa, rivendica il suo bisogno di autonomia, respinge il dialogo e spesso sembra cercare lo scontro, salvo poi accusarli di non capirla in nulla. Loro da una parte la stimano per la sua “crescita”, dall’altra la detestano per i suoi modi; da un lato la cercano, dall’altro la respingono; un po’ si arrabbiano e la rimproverano, un po’ si scusano e promettono premi e regali… ma tra alti e bassi non si raccapezzano più e chiedono l’indicazione di un metodo educativo sicuro da sperimentare subito, perché ora Greta è appunto troppo “diversa” da quella che si aspettavano.

Cosa suggerire a questi genitori? Innanzitutto di rinunciare all’idea di ripristinare il clima precedente in maniera drastica (come soprattutto la mamma avrebbe una gran voglia di fare…) e soprattutto di cercare il giusto equilibrio tra presenza e distacco, tra rispetto della ricerca di indipendenza di Greta e necessità di tenerla ancora un po’ protetta.
Ovvio che un mix di passi avanti e passi indietro, di tentativi andati a vuoto ed errori da correggere è certo più faticoso e scomodo della rigida applicazione di una metodologia suggerita dagli esperti. Ma è sicuramente più efficace. In fondo rimane vero quel che diceva Pascal: «Di solito siamo meglio convinti delle ragioni che troviamo da noi stessi, che di quelle che ci provengono dagli altri».

È abbastanza sterile rimpiangere i tempi passati, quelli in cui i ragazzi sarebbero stati più “facili”, e lamentarsi perché quelli di oggi (forse) non lo sono affatto. Cerchiamo invece di leggere meglio la realtà dei nostri giorni semplicemente per quella che è, né migliore né peggiore di tante altre. E ricordiamo che è inutile puntare all’eliminazione di qualsiasi errore, illudendoci che sia sufficiente applicare una tecnica sperimentata per ottenere successo.

Gabriella Delpero
PSICHE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

Rosanna Tabasso - QUELLO CHE CONTAdi Rosanna Tabasso - Nella nostra Fraternità da alcuni anni è diventato fondamentale fare memoria del nostro passato. Molti di noi sono giovani, non hanno vissuto in prima persona l’inizio del Sermig, le prime trasformazioni, gli incontri, gli avvenimenti, le scelte di fondo che ci hanno resi ciò che siamo. Hanno bisogno di sentirselo raccontare spesso, con sempre nuove sfumature, fino a che quella storia diventi anche la loro. Hanno bisogno di ascoltare, fare domande, confrontare il passato con l’oggi. Ernesto ci dice sempre che anche il più giovane di noi, anche l’ultimo arrivato, deve avere 50 anni di storia, come se l’avesse vissuta tutta. Ma anche a chi ha vissuto gli inizi fa bene fare memoria. Nel tempo i ricordi si depurano dalle emozioni, e tra le pieghe di una storia umana fatta di dolori, gioie, separazioni, incontri… si comincia a riconoscere la trama segreta della nostra storia con Dio, dell’incontro con lui, del suo camminare con noi.

Ognuno di noi ha bisogno di farsi una memoria viva di tutta la propria storia e ricongiungersi con le proprie radici per crescere armoniosamente e far crescere il dono di Dio. Non si tratta di vivere di passato ma, come recita una preghiera che ci è cara, “prendere il buono del passato e renderlo presente” (preghiera a Maria Madre dei Giovani). Il nostro è un tempo segnato dalla voglia di nuovo, tutto deve cambiare, il passato non serve più a nulla; il futuro non si conosce, dunque non si progetta; solo il presente conta perché lo vivo “io” e lo vivo “adesso”. La stessa frattura tra passato, presente e futuro, c’è tra le generazioni, tra padri e figli. Fare memoria significa riportare armonia in questi contrasti e fare verità. Significa aiutare padri e figli a ritrovarsi e sentire di essere gli uni parte degli altri. È necessario e noi sentiamo di fare tutto il nostro possibile per ricomporre la distanza tra giovani e adulti, per “convertire il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri” (Mal 3,24) perché il bene seminato dagli uni sia portato a compimento dagli altri e insieme possiamo condividere la responsabilità.

Che ci piaccia o no noi siamo intrisi di ricordi impressi nella nostra memoria, che ci seguono anche se li archiviamo. A volte sono ricordi negativi, di cui non vorremmo restasse traccia, invece ritornano e ci sembra si riproducano nel tempo. Se ne facciamo memoria, li rileggiamo, impariamo a fare tesoro della lezione della vita, a volte smettono di sanguinare e ci rivelano un tratto della nostra storia con Dio. Soprattutto, impariamo a fare memoria di tutto ciò che ci ha resi le persone che siamo, a ricostruire la storia di Dio con noi attraverso ciò che ci ha segnato, a riconoscere come alcuni fatti siano stati strumento della pedagogia di Dio per aiutarci a progredire nel nostro cammino. È una rilettura della relazione di ognuno di noi con Dio a livello personale, come famiglia, ma anche con la comunità, con la parrocchia o il gruppo di cui facciamo parte... Come dice il salmo: “Ricordo gli anni lontani… medito e il mio spirito si va interrogando” (Sal 77).

Fare memoria è una delle dimensioni più importanti della Bibbia. Gesù ha fatto suoi tutti i percorsi degli uomini biblici, ha fatto continuamente memoria della storia dei padri, distillandola dall’ascolto della Scrittura a cui è rimasto fedele sempre. Il suo popolo viveva di Scrittura ed era fondamentale per lui farne memoria continuamente. Per camminare con Dio è necessario che anche noi impariamo a fare memoria della nostra storia alla luce della Bibbia, farci una memoria viva della Scrittura, imparare a riconoscerci dentro ogni pagina, diventare persone bibliche, intrise di Sacra Scrittura come una spugna è intrisa d’acqua.

Se non acquisiamo una memoria biblica e impariamo a pensare con la Bibbia, rimaniamo sempre bambini nella fede, ai margini del credere, sempre a metà, un po’ dentro un po’ fuori; non troviamo mai il coraggio di andare avanti, di andare oltre quello che già siamo e viviamo. Quando siamo immersi nel vivere quotidiano, con la confusione e il chiasso che ci prendono, non è sempre tutto chiaro. Se ci prendiamo il tempo di ripercorrere le tappe della nostra vita alla luce della Scrittura, se ci esercitiamo a guardare indietro, a poco a poco acquisiamo familiarità con questa mentalità fino a cogliere la Presenza di Dio, la sua Verità dentro di noi e in mezzo a noi, fino a trovare il senso di ogni cosa e la direzione del nostro camminare.

Facciamo memoria per imparare a riconoscere e a guardare la nostra storia come una storia sacra, per imparare a viverla e custodirla con tutto il rispetto che merita. Facciamo memoria perché la memoria della vita di Dio con noi e in noi ci aiuti a non smarrirci nei momenti di difficoltà, a camminare anche quando attraversiamo un momento di buio guidati dalla memoria dei passi che abbiamo fatto nella luce. Facciamo memoria perché Dio che abita in noi diventi il nostro respiro.

Rosanna Tabasso Rinascere
QUELLO CHE CONTA
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Mauro Palombo - Dopo un tempo molto lungo, è difficile capire ormai le reali ragioni del conflitto: per qualcuno forse la fedeltà ad una ideologia, per altri rancori tribali ed economici, il richiamo della vita di fuorilegge o pirata spavaldo e temuto.

È questa la realtà nell’isola di Basilan, estremo Sud dell’arcipelago delle Filippine. In uno scenario in cui una minoranza di cristiani immigrati controllava larga parte delle terre coltivabili, il conflitto vi si accese all’inizio degli anni ’70 con l’insurrezione del Fronte Moro, per concludersi con la concessione di una ampia autonomia alla regione musulmana di Mindanao nel 1989. Nonostante il riequilibrio ottenuto con l’autonomia e l’avvio della riforma agraria, riesplode però nel giro di pochi anni propagato dall’integralismo di reduci del conflitto afgano che ispira gruppi come Abu Sayyaf, affiliato ad Al Quaeda. Rapimenti e uccisioni scoraggiano rapidamente turismo e investimenti.

Dopo un momento di relativa calma, negli ultimi anni si verifica una nuova esplosione della guerriglia: un rinnovato estremismo islamico cui si associano banditismo e pirateria, difficile da fronteggiare anche per una presenza militare ampia, ma indebolita dalla diffusa corruzione delle autorità locali.

In Basilan la vita comunque trabocca: sono quasi 350.000 le persone che affollano i 1.300kmq della piccola isola, giovani, in larga parte.

Tra di loro le tribù Bajau, gli zingari del mare, che, vivendo unicamente di pesca condotta in maniera tradizionale, ne popolano la costa occidentale: gente povera e marginale. E i padri Clarettiani, coraggiosa presenza di Chiesa da molti anni al servizio della loro crescita come persone e come comunità, sostenuti in questo dal Sermig nei progetti di scolarizzazione dei bambini, costruzione di centri comunitari, formazione degli adulti, promozione dell’igiene, sostegno alimentare. Sono centinaia i bambini via via inseriti a scuola e ci sono ormai anche le prime maestre Bajau. La comunità ha ripreso fiducia in se stessa nel rispetto dei valori autentici della cultura tradizionale.

In questi ultimi due anni la recrudescenza del conflitto ha toccato soprattutto gli insediamenti Bajau più sparsi che erano stati via via raggiunti dal progetto e dai servizi offerti. Ciò ha forzato a limitarne alcuni, a causa delle difficoltà di movimento dei bambini e anche degli adulti.

Pur affrontando con cautela i problemi di sicurezza, la scelta di oggi è di andare oltre la paura lanciando nuove iniziative per promuovere la dignità delle persone. Sono quindi stati avviate iniziative di “generazione reddito”’ ritagliate sulla situazione dei piccoli pescatori Bajau e sulle opportunità locali, con preziose sinergie con i Padri Clarettiani.

Innanzitutto un programma di microcredito, per togliere molti dalla dipendenza dai commercianti che prestano denaro per le necessità della pesca, e, oltre al pesante interesse, obbligano a vender loro svantaggiosamente il pescato, perpetuando un circolo vizioso di sfruttamento. La commercializzazione avverrà invece tramite il progetto che si occupa di conservazione, raccolta, trasporto e avvio a diversi mercati, oltre che per la stessa alimentazione degli scolari. Il “sidecar da trasporto” aiuterà anche la commercializzazione più estesa di prodotti artigianali e la gestione del minimarket che fornisce le famiglie Bajau (e altre) di beni di prima necessità a prezzi convenienti.

Per iniziare a diversificare ed espandere le attività – il cambiamento climatico sta penalizzando la pesca –, sono stati avviati l’allevamento di granchi e nell’interno quello delle api.

L’intento è quello di aprire un mercato anche per i piccoli e di utilizzare meglio le opportunità di reddito locali. Sono le chiavi per rilanciare un futuro e la volontà di costruire una storia nuova di pace e serenità. Nonostante tutto.

Associazione Sermig Re.Te. per lo Sviluppo
IBAN: IT73 T033 5901 6001 0000 0001 481
Banca Prossima

Mauro Palombo
APPROFONDIMENTI
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Ernesto Olivero - Un nuovo anno, un nuovo tempo per costruire speranza.
La speranza non muore mai. Quando è sotto pressione, quando fa fatica, è solo per rinascere. Ne sono convinto da sempre e lo ripeto, a maggior ragione all’inizio di un nuovo anno. Il 2017 ci ha lasciato un mondo sempre più complicato, un mondo che toglie quasi il respiro. Niente di nuovo. Ripenso all’incontro con Giorgio La Pira, l’ex sindaco di Firenze, che negli anni ’60, mi fece scoprire la profezia di Isaia, la certezza di un tempo in cui le armi non saranno più costruite e diventeranno strumenti di lavoro.

L’Arsenale della Pace non è altro che un figlio di quella certezza… Eppure, la guerra c’è ancora, insieme alla fame, alle disuguaglianze, a ingiustizie infinite. Apparentemente, nulla è cambiato nella storia dell’umanità. Il male di sempre. Ma sia chiaro, la speranza è più forte e mi fa dire, quasi gridare che quello che non è stato, finalmente può essere, può diventare realtà. Sta a noi scegliere.
Il male oggi sembra vincere perché molte persone continuano a guardarsi l’ombelico, a girare intorno alla propria vita. Piccola, ristretta, limitata. Al contrario, a tutti i livelli, dovremmo avere uno scatto, andare oltre gli interessi particolari, avere il coraggio di spendere la vita per grandi ideali. Lo dico soprattutto ai giovani che oggi più che mai possono cambiare se stessi e il mondo che li circonda.

Se le nuove generazioni cambieranno in meglio, cambieranno in un baleno anche la politica, l’economia, le religioni. Non è retorica! La chiave per ripartire è l’innocenza che diventa capacità di sognare, costruire, immaginare. Se ci impegneremo tutti in questo terreno, vedremo il mondo con occhi diversi.
Questo metodo me lo ricordano i bambini, la speranza nell’umanità che comunicano. Quando li vedo, non posso non immaginare un futuro di pace, non posso rinunciare al bene che mi interpella senza sosta, alla scelta di dare tutto per la felicità degli altri. Non posso non amare il presente, perché è il tempo che mi è stato dato e non ne esiste un altro.

È il mio tempo, è la vita che ho tra le mani! Solo chi ama l’oggi, può amare il futuro. Di un amore mai immobile, mai fermo allo status quo, ma proiettato oltre. Un amore che vede ovunque, anche nel buio della vita, un’occasione di cambiamento, di conversione, una piccola luce che può annullare anche le tenebre più oscure.
Allora, all’inizio di questo nuovo anno, riempiamo di bellezza il nostro tempo, non sprechiamolo, illuminiamolo con i sì e i no che contano, teniamolo lontano dalla rassegnazione! Lì dove siamo, in famiglia, a scuola, sul lavoro, nell’impegno di ogni giorno. Come diceva frère Roger, fondatore della Comunità di Taizè, basta veramente un pugno di giovani per cambiare il corso della storia di una città, di un Paese, in definitiva del mondo intero. Giovani appassionati, puliti, pronti a fare della propria debolezza una chiave di incontro, la loro forza. Come? Credendoci, camminando con gli altri, tenendo viva la fiducia.
Il 2018 li sta già aspettando.

Ernesto Olivero
EDITORIALE
Gennaio 2018

 

 

di Renzo Agasso - L’esempio di don Oreste Benzi: carità e testimonianza.
Da dieci anni don Oreste Benzi è andato in paradiso, dopo averne seminato tracce quaggiù. La più profonda è la Comunità Papa Giovanni XXIII, che in suo nome continua a stare al fianco degli ultimi tra gli ultimi. L’elenco è quello di sempre: barboni, drogati, malati di Aids, persone con handicap, malati di mente, ex carcerati, prostitute.
Quanti ne ha accolti, don Benzi, col suo sorriso romagnolo e la sua tonaca lisa. Si presentò un giorno da Giovanni Paolo II con delle ragazze africane strappate ai protettori e alla strada.

Prete senza aggettivi. Prete santo già in vita, e prima o poi sugli altari. Prete felice, dispensatore di felicità o, almeno, di gioia. In parole e in gesti. Mi spiegò un giorno: «I poveri mi hanno cambiato la vita. Venne da me un operaio disoccupato, l’ho accompagnato a Rimini da un deputato per trovargli un posto. Parole, parole. Quando siamo usciti m’ha confidato: “Parlavate difficile, non ci ho capito nulla”.

Il Signore mi aveva dato una lezione. Ho deciso: mi farò sempre capire, parlerò semplicemente, perché devo essere uno strumento docile dello Spirito Santo, io sono quello che parla ma chi fa capire è lo Spirito. I poveri mi hanno insegnato a parlare, mi sono stati maestri.
Stavo anche con i ragazzi, capivo che a quell’età si gioca tutta la vita. Pensavo: incontrano tanta gente, manca un incontro simpatico con Cristo. Per accettarlo con l’intelligenza dovevano accoglierlo prima nella gioia, nella serenità e nell’amicizia». S’è dedicato a organizzare incontri simpatici con Cristo. A tempo pieno. Senza riposo. Il volto lieto e la tonaca lisa. Gli ultimi sono diventati i primi, come dev’essere – come sarà – agli occhi di Dio.

«Sogniamo il giorno in cui non ci saranno più case di riposo per i vecchi. Dio ha creato la famiglia, gli uomini hanno inventato le case di riposo. Sogniamo che non ci siano più gli istituti. Dio ha creato la famiglia, gli uomini hanno creato gli istituti. Sogniamo un mondo senza mense dei poveri, perché le nostre famiglie saranno mense dei poveri.
Così la gente capirà che davvero Cristo è venuto, è in mezzo a noi. Quando i malati di mente potranno esser curati nelle famiglie, allora finalmente riconosceranno che Cristo è fra noi. La fede non è devozione da consumare in solitudine, è l’elemento dirompente che crea i cieli nuovi e la nuova terra. I poveri sono stati scelti da Dio per mettere alla prova la nostra fede». Don Oreste Benzi sogna ancora.

Renzo Agasso
PEOPLE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

di Sandro Calvani - Ho partecipato alla 23esima conferenza – svoltasi a Bonn – delle parti firmatarie dell’accordo di Parigi sul cambio climatico, assieme alle delegazioni di 1.005 organizzazioni della società civile, un centinaio di università e 196 Stati membri, sotto la presidenza di Voreqe Bainimarama, primo ministro di Fiji, una delle piccole isole dell’oceano Pacifico più vulnerabili per il cambio climatico.

C’era un’aria diversa dalle solite conferenze delle Nazioni Unite. Si respirava e si sentiva un profondo senso di “Talanoa”, una parola della lingua di Fiji che significa dialogo in forma inclusiva, partecipativa e trasparente, che crea empatia tra le parti e aiuta a prendere decisioni condivise per il bene comune.

L’accordo di Parigi sul cambio climatico richiede alle parti, che hanno firmato il trattato nel 2015, di presentare il proprio contributo determinato a livello nazionale (NDC dall’abbreviazione in inglese). È uno dei primi passi da compiere per garantire l’efficacia dell’accordo e la sua messa in pratica in modo trasparente. Si tratta di trasformare gli accordi di Parigi da promesse che erano in politiche innovative, e misure pratiche, strategie, programmi e attività che possono contribuire al raggiungimento degli obiettivi del controllo del cambio climatico. Gli Stati membri dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico ASEAN (Brunei, Cambogia, Filippine, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Singapore, Thailandia, Vietnam) hanno presentato alla Conferenza di Bonn i propri piani per ridurre le emissioni di gas con effetto serra.

Il risultato del loro lavoro di trasformazione industriale, energetica e domestica, sarà una riduzione del 5,48% delle emissioni potenziali e reali di gas con effetto serra entro il 2020. Allo stesso tempo, per realizzare efficacemente i propri NDC, gli stati ASEAN devono anche sviluppare e attuare politiche innovative sul cambiamento climatico, per ottenere una mitigazione e adattamento, e realizzare un quadro istituzionale che permetta loro di sviluppare strategie per mobilitare risorse e collaborazione da parte del settore privato e finanziario.

Gli stati dell’ASEAN hanno condiviso con migliaia di delegati di altre parti del mondo azioni già avviate (o che stanno per iniziare) nei settori prioritari in particolare nel settore agricolo-forestale compresa la silvicoltura, nel settore marino e di gestione delle acque dolci e in quello energetico.

Per raggiungere gli obiettivi proposti gli stati ASEAN devono collaborare non solo all’interno del loro mercato comune, ma anche condividendo scelte ambientali in partenariato con istituzioni internazionali, grandi attori non statali, e le grandi nazioni ed economie vicine come l’India, il Bangladesh, la Cina, la Corea ed il Giappone. Nelle consultazioni alle quali ho assistito è risultata evidentissima la buona volontà dei Paesi asiatici ad accelerare al massimo le azioni necessarie.

A livello internazionale è apparsa indiscutibile la forte leadership della Cina, con l’aiuto dell’Indonesia, Paese sede del segretariato ASEAN, che ha anche messo a disposizione il proprio grande padiglione nella conferenza per facilitare dozzine di riunioni e consultazioni per mettere in comune le buone pratiche e creare consenso. Rispetto alle 22 conferenze sul cambio climatico svoltesi nei due decenni scorsi, è risultato addirittura più facile approvare piani coraggiosi ed accelerati di mitigazione ed adattamento al cambio climatico, grazie all’assenza quasi completa del governo federale degli Stati Uniti, che in passato aveva presentato una posizione più conservatrice e prudente.

La delegazione americana ha disertato quasi tutti i dibattiti più importanti, come se gli USA fossero in realtà su un altro pianeta. Attivissimi invece i rappresentanti degli Stati americani, come per esempio la California e il Maryland che, con lo slogan “we are still in” (siamo ancora dentro) hanno insistito che il popolo, gli Stati e le imprese americane appoggiano pienamente il trattato di Parigi, nonostante la posizione da bastian contrario del presidente Trump.

Due giovanissimi delegati di Fiji, Shalvi Sakshi, una bambina di 10 anni di Bua e Timoci Naulusala, un ragazzo di 12 anni di Naivicula hanno concluso con il semplice e forte appello ai potenti del mondo di dare un’opportunità di vita anche alle prossime generazioni dell’umanità.

Nella foto: Timoci Naulusala, alla conferenza COP23 a Bonn sul cambio climatico.

Sandro Calvani
ORIENT EXPRESS
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