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di Mauro Palombo - Aiuti umanitari a ospedali, scuole e missioni dei frati cappuccini.
L’Eritrea vanta tristi primati. È «il Paese con meno libertà al mondo», dove si consumano «sistematiche, diffuse, e gravi violazioni dei diritti umani» (Onu), non ci sono istituzioni e processi democratici, la libertà di stampa è inesistente, il servizio militare dai 17 anni è a tempo indeterminato. Resta chiuso ad ogni influenza esterna, rifiutando anche aiuti internazionali, ma non l’attività sul suo territorio di compagnie minerarie australiane, canadesi e cinesi interessate alle risorse locali.

La povertà è la condizione normale di vita. Non meraviglia quindi troppo che, sempre secondo i dati Onu, gli eritrei siano la componente più numerosa tra i migranti che fuggono attraverso il Mediterraneo, giovani soprattutto – si dice anche 4mila al mese – che scappano con ogni mezzo da un Paese ufficialmente con 6 milioni di abitanti, ma ormai con diversi milioni all’estero. E molti scompaiono per sempre.

Nascita e dramma del Paese hanno una radice in comune: la guerra contro l’Etiopia. Quella durata trent’anni per arrivare all’indipendenza ha forgiato la nazione, e mostrato le considerevoli capacità di partecipazione e di iniziativa della sua gente. Ma la tensione e una nuove guerra – dal 1998 al 2000 per dispute di confine con non meno di 150mila vittime – sono state il pretesto per arrivare alla situazione di oggi in cui difendersi da un nemico è in genere la condizione necessaria per giustificare una deriva autoritaria.

I conflitti che flagellano il Corno d’Africa aggiungono altre possibilità in questo senso; e vedono oggi il Paese schierato con l’Arabia Saudita – primo partner commerciale – contro lo Yemen, e i suoi alleati. La storia tuttavia non è scritta solo dal potere, né solo attraverso le battaglie. Lo è piuttosto da chi vive e alimenta la speranza vera delle persone. È questo anche il caso dei frati cappuccini della Provincia di Eritrea che nel Paese animano diocesi, parrocchie, missioni e opere nella scuola e nella sanità. Testimoniano un Cristo vicino alla gente, che se ne prende cura, consapevole delle sue necessità, di quanto è davvero importante.

La collaborazione del Sermig con loro è di lunga data e desideriamo cercare insieme ogni occasione per dare concretezza all’aiuto. L’invio di materiali è tutt’altro che semplice; ma è finalmente arrivato a destinazone il primo dei due carichi inviati: i pannelli fotovoltaici contribuiscono ad alimentare il centro di salute di Barentu; macchine da cucire, materiale scolastico e personal computer per le diverse scuole. In attesa di poter inviare il secondo carico di materiali messo a disposizione, si cerca costantemente di trovare delle vie, anche solo per piccole specifiche spedizioni.

Nel frattempo si è avviata una collaborazione, che può diventare importante, per sperimentare in ambito agricolo e di piccolo allevamento, qualche innovazione tecnica gestibile che possa contribuire ad una migliore produttività e diffondersi. Lo scenario è quello di un clima mite sull'altipiano, ma in generale di una crescente scarsità di risorse idriche, serio problema. Qualche coltivazione idroponica potrebbe dare un aiuto al sostegno delle opere, sperimentando al contempo meglio il compostaggio per l’orto tradizionale, e la raccolta diffusa di acqua piovana. E tentando qualche diversificazione produttiva, ad esempio con l’apicoltura. Un passo alla volta, ma senza fermarsi.

Associazione Sermig Re.Te. per lo Sviluppo
IBAN: IT73 T033 5901 6001 0000 0001 481
Banca Prossima

Mauro Palombo
RE.TE.
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

di Giacomo Gambassi (Avvenire) - Il presidente della Cei Gualtiero Bassetti in visita all’Arsenale della Pace.
È già piena di banchi piazza Borgo Dora alle otto di sabato mattino. L’auto con il cardinale Gualtiero Bassetti quasi li sfiora prima di varcare il cancello del Sermig. Nel cortile d’ingresso la vettura si ferma e scende il presidente della Cei che osserva intorno e alza lo sguardo. «Ancora si scorgono i segni di quella che fu una fabbrica di armi e morte», sussurra. Oggi invece è l’Arsenale della pace. Un’«oasi di pace per la Chiesa e la società intera», la definisce Bassetti nella Messa che il 10 marzo celebra in questo laboratorio torinese d’accoglienza e riconciliazione.
Con la Bibbia in mano, Ernesto Olivero prende sottobraccio il presidente della Cei e lo conduce nel suo “sogno” divenuto realtà. «Ci sono incontri che segnano la vita – racconterà al termine – . E uno di questi è con il cardinale Bassetti».

L’arcivescovo di Perugia-Città della Pieve si ferma davanti alla scritta che è un po’ il simbolo del Sermig: «La bontà è disarmante». Il tetto della fabbrica non c’è in questo punto. Restano solo le travi che danno il benvenuto in una “cattedrale” aperta 24 ore su 24, immagine di una Chiesa che include tutti, a partire dai deboli. «Cristo ci ha detto: “Vi do la mia pace” – spiega il cardinale –. La pace è il dono del Risorto all’umanità e alla sua Chiesa. Per questo siamo chiamati a mettere a frutto tutti i nostri talenti per essere annuncio di pace». Davanti a sé ha una rappresentanza del “popolo” dell’Arsenale: sacerdoti, famiglie, consacrati e consacrate della Fraternità, anziani e soprattutto giovani.

E quando Bassetti chiede a Olivero perché abbia scelto proprio un ex impianto militare come sede del suo progetto, il fondatore cita una figura cara al cardinale toscano: il sindaco “santo” di Firenze Giorgio La Pira. «Ero un giovane e chiesi di essere ricevuto da La Pira – ricorda Olivero –. Fu lui a farmi conoscere la profezia di Isaia». È quella in cui si annuncia che “un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo e non si eserciteranno più nell’arte della guerra”.

Ed è il passo della Scrittura che ispira da mezzo secolo il Sermig e dal 1983 l’Arsenale. «La Pira – sottolinea Bassetti – è uno dei grandi testimoni che ci indicano la via. La via delle lance che si forgiano in falci e che qui si è già realizzata perché un luogo legato alla guerra è stato trasformato in culla della cultura dell’incontro».

Il presidente della Cei lo tocca con mano nel viaggio dentro il complesso. Quando entra nel salone della “mondialità” pieno di ragazzi di più di venti nazionalità. «Davvero c’è tutto il pianeta fra queste mura», esclama il porporato. Oppure quando si immerge nella sezione “Madre Teresa” che ospita i profughi del Nord Africa. O ancora nelle sale mensa e nei dormitori.
Oppure nel grande poliambulatorio medico. Nella Scuola di musica viene dedicata al presidente della Cei la canzone Dammi oggi il pane. La esegue Marco Maccarelli. A comporre la musica Mauro Tabasso. Le parole sono di Olivero. Nell’omelia il cardinale lascia una consegna: «Siamo piccoli, siamo come lucciole. Ho ben impresso nella mente quelle minuscole lucciole che vedevo da ragazzo risplendere nei campi di grano. Erano una bella compagnia. Ecco, con le vostre opere siete una compagnia preziosa in questa nostra Italia che ha davvero bisogno di speranza».

Giacomo Gambassi
(Avvenire)
ARSENALIVE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

 

di Annamaria Gobbato - Morire a 18 anni per salvare altre vite.

“Prima gli altri, poi noi”. Questa frase della Regola del Sermig per un cristiano non ha bisogno di spiegazioni, semmai di essere vissuta veramente, almeno in qualche momento.

È quello che deve aver pensato Akash Bashir, 18 anni, del servizio di sicurezza presso la chiesa cattolica di Lahore in Pakistan. Nel Paese la situazione dei cristiani è drammatica; discriminati e minacciati in vario modo, per proteggere i propri luoghi di incontro ed evitare la distruzione delle chiese, bisogna organizzarsi. Akash è un ex allievo dell’Istituto Tecnico Don Bosco, che compensa la non eccellenza nello studio con un grande volontà di servizio agli altri, in particolare la difesa dei più deboli. Accoglie quindi volentieri la proposta di entrare nella squadra di sicurezza per la chiesa di San Giovanni.

I suoi genitori non sono entusiasti della scelta, ma lui glissa: «Mamma, se anche morissi, non ti renderebbe orgogliosa se nel farlo salvassi molte vite?». Il 15 marzo 2015 il ragazzo si trova sul posto quando giunge voce di un attentato ad una chiesa protestante vicina. Mentre con altri volontari si attiva per mettere la zona in sicurezza, un uomo si avvicina correndo; Akash lo abbraccia per bloccarlo.

Pochi istanti concitati ed ecco l’esplosione: l’uomo e Akash saltano in aria; insieme a loro, altre 19 persone. Senza il sacrificio di Akash, sarebbe stata una strage. Nel 2016 è stata inoltrata formale richiesta al Papa di un processo per accertarne il martirio, mentre ai responsabili dello Stato é stato chiesto che gli venga conferito il più alto riconoscimento civile, Son of Nation, per il coraggio dimostrato.

Annamaria Gobbato
#TERRA&CIELO
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

di Elisa d'Adamo - Pizzo: un inno alla femminilità, grazie a motivi traforati e delicate applicazioni.
L’abito in pizzo veste la donna di ogni età e fisicità. E’ proposto in versione lunga, più elegante; midi, più rigorosa; corta, decisamente più sbarazzina. Il tessuto, in cotone o seta, si impreziosisce con inserti di organza e tulle e gioca con ricami, fiocchi e trasparenze. Tinte sorbetto, bianco candido e giallo acido, sono i colori proposti per l’estate 2018.

T-shirt: immagini iconiche, slogan, aforismi: oggi la t-shirt diventa una lavagna perfetta per lanciare e diffondere i più svariati messaggi. Primo fra tutti la ripresa del pensiero femminista, ma anche la maggior accettazione di sé e la manifestazione dei desideri fiabeschi legati all’infanzia e ai sogni. Un manifesto di stile che guarda anche alle emozioni.

Righe colorate: da sempre sinonimo di estate e gioia di vivere. Quest’anno sono proposte in mille varianti: sportive, grintose, alternative, sofisticate, orientaleggianti. I colori sono carichi e sgargianti, le forme sono fluide e informali. Cappelli, turbanti, maxi bijoux, cinture e fusciacche completano il look. Piume: un decoro prezioso e leggero, applicato su abiti romantici, bluse impalpabili, giacche dalle grosse spalle anni ‘80. Multicolore effetto arcobaleno o bianca purissima, la piuma invade le passerelle, declinandosi in ciuffi, orli e ricami, che richiamano le atmosfere dei ruggenti anni ’20.

Camicia: un capo senza tempo, semplice e funzionale, soprattutto in primavera. Moltissimi gli stilisti che hanno portato in passerella la classica camicia bianca, rivista nelle proporzioni e negli abbinamenti. Maxi o micro, asimmetrica o smanicata, liscia o iper decorata, le possibilità sono svariate e si adattano ad ogni tipo di femminilità.

Costumi da città: grazie ad un insolito e studiato abbinamento in coordinato, il costume intero si può indossare anche in città. Lunghi gilet, maxi giacche e leggeri trench, lo completano vestendo spalle e gambe. Il tocco più trendy è dato da grandi borse in pelle per il giorno e da piccole e preziose pochette per la sera.

Elisa D'Adamo
#USI & COSTUMI
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

di Stefano Caredda - Il significato profondo delle Paralimpiadi: una rivoluzione.
Complice l’orario notturno, delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi di PyeongChang, andate in scena negli scorsi mesi di febbraio e di marzo, non abbiamo potuto gustare moltissimo. I resoconti dei telegiornali, qualche video sul web, alcune pagine sui quotidiani. Sui grandi media se ne è parlato soprattutto in chiave geopolitica, con i segnali di distensione fra Corea del Sud (che ospitava l’evento) e Corea del Nord, che vi ha preso parte con tanto di simbolici messaggi di fratellanza in occasione delle cerimonia di apertura dei due eventi e di alcune gare.

Il tempo e la storia diranno se e quanto questi gesti abbiano contribuito a gettare un ponte oltre il 38esimo parallelo. Certo è che i Giochi Olimpici, rievocando – fra mito e leggenda – la deposizione delle armi e la sospensione di ogni conflitto, confermano la propria vocazione a far riflettere sui destini delle popolazioni, prime vittime designate di ogni guerra.

Un contributo destinato per lo più – purtroppo – a rimanere nel simbolismo, ma che quanto meno, ogni due anni, ravviva un desiderio di pace che ambisce ad essere rappresentato e preso sul serio.

Ma c’è anche un altro tipo di messaggio che i Giochi ormai da alcuni decenni mandano al mondo, e che parla di diritti, di rispetto e di cultura, oltre ogni pregiudizio e oltre ogni barriera. È il significato che trasmettono le Paralimpiadi, le gare riservate agli atleti con disabilità: pari dignità al di là della propria condizione personale, capacità di riscatto, di superare ogni difficoltà, di non fermarsi davanti ad un limite ma di provare a oltrepassarlo.

La Paralimpiade è uno di quegli eventi globali che hanno contribuito, letteralmente, a cambiare il modo di vedere la disabilità: appena 30 anni fa venivano raccontate in modo pietistico come le olimpiadi “del cuore e del coraggio”, della serie “poverini, almeno anche loro fanno qualcosa”. Oggi gli atleti paralimpici sono ammirati e apprezzati, alcuni sono perfino celebrati come fossero miti viventi. Nella vita di tutti i giorni i passi da compiere per garantire un rispetto pieno di tutte le persone con disabilità sono ancora tanti, ma l’onda è partita, anche grazie allo sport. E prima o poi arriverà a destinazione.

Stefano Caredda
REDATTORE SOCIALE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

di Claudio Monge - In politichese lo si definisce un contri­buto all’indispensabile «giro di vite nei controlli all’immigrazione illegale dal Medio oriente» ma, in realtà, si tratta dell’ennesimo prezzo della vergogno­sa indifferenza delle politiche europee incapaci non solo di favorire processi di pacificazione a Sud del Mediterra­neo al di là di interessi di bottega (per esempio, il fiorentissimo commercio di armi), ma anche di mettere in campo doverose politiche coordinate di ac­coglienza umanitaria, che dovrebbero essere la carta di identità di Paesi civili e democratici.

Stiamo parlando del nuovo assegno da 3 miliardi di euro firmato ad inizio marzo dalla UE a beneficio del Gover­no di Ankara per la “gestione” del flussi di disperati da arginare sul suolo turco, tutto questo a qualche settimana da un imminente rapporto che si esprimerà ancora negativamente sui “requisiti de­mocratici” turchi in vista dell’annessio­ne all’Unione.

Evidentemente, la coerenza non è una virtù della politica contemporanea e questo nell’indifferenza dell’opinione pubblica internazionale. Intanto Ankara sta in queste settimane alimentando il flusso di rifugiati siriani che si aggiun­gono agli oltre 3 milioni e 500.000 di­sperati già sul suo territorio, generando il nuovo esodo di circa 250.000 civili in fuga da Afrin, capitale del distretto si­riano del Governatorato di Aleppo che l’esercito turco ha deciso di ripulire dai presunti terroristi curdi.

I morti, anche civili, non si contano (e mai ne avremo un rendiconto), detta­glio evidentemente irrilevante all’inter­no di un’operazione battezzata, con agghiacciante umorismo, Ramo di Uli­vo. Ma accanto alle “prodezze” della politica internazionale, esistono anche piccole iniziative virtuose che tentano di far filtrare raggi di luce nell’inferno, come quella del progetto Janae. Si tratta di un programma, sostenuto da un gruppo di volontari turchi e di altri Paesi europei, che hanno deciso di mettere in comune le loro competen­ze per dare un supporto ai migranti siriani che desiderano imparare una gestione oculata dei loro poveri ri­sparmi per micro-investimenti di sviluppo.

Mentre le ong classiche gestiscono in genere l’emergenza umanitaria nel suo scatenarsi, qui si tratta di immaginare un futuro che vada al di là dell’emer­genza e di offrire strumenti di integra­zione. L’idea è quella di sostenere e federare dei piccoli gruppi di rispar­miatori (senza badare all’ammontare del risparmio, che talvolta può essere di qualche euro soltanto), inizialmente erano gruppi di donne soltanto, che favoriscano l’inclusione finanziaria di persone in forte disagio sociale. Cia­scun partner del progetto si impegna a risparmiare una cifra mensile (che può riprendere quando vuole, se necessa­rio) per costituire un fondo di micro-credito a zero interessi, dal quale at­tingere per piccoli investimenti (la cui bontà deve essere vagliata e approva­ta dall’insieme dei prestatori).

Si crea così una cultura partecipati­va (i prestiti sono fatti sulla fiducia), si aiutano le persone ad uscire da una logica di mera sopravvivenza al quotidiano portandole ad immaginare un futuro, si incoraggiano piccoli inve­stimenti virtuosi e non fini a se stessi. Si tratta di trasmettere delle capacità di gestione talvolta culturalmente sco­nosciute: un modo per contribuire a quella dignità umana troppo spesso calpestata.

Claudio Monge
Levante
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

Chiara Dal Corso - UOVA E COLORIdi Chiara Dal Corso - Questa icona è un esempio del modello dell’Ascensione. Attribuita ad Andrey Rublev, e datata 1408, raccoglie in sé molti significati.
Sono numerose le soluzioni iconografiche per rappresentare questo avvenimento narrato nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli, con caratteristiche costanti che indicano i significati teologici più profondi di questo evento tanto importante da avere una festa liturgica.

L’episodio narra del momento in cui Gesù risorto lascia i suoi e torna al Padre, dopo 40 giorni dalla sua resurrezione. Egli sale al cielo sotto i loro occhi, benedicendoli, promettendo lo Spirito Santo e inviandoli nella missione di annuncio in tutto il mondo. Nell’icona Gesù è di dimensioni ridotte, rispetto agli altri personaggi, già sospeso in alto inserito in una mandorla o un cerchio blu-azzurro che rappresenta i cieli dei cieli, cioè il suo appartenere all’eternità, il suo essere già nell’altra dimensione, portato dagli angeli. La sua mano è benedicente ed è vestito dell’abito della gloria, bianco o arancio illuminato da lampi d’oro.

Icona dell'AscensioneTanti particolari ci indicano che questa icona rappresenta la Chiesa. La parte principale della scena è occupata da “coloro che restano”: la Madre di Gesù al centro attorniata da apostoli e discepoli, esattamente sotto la figura del Figlio, costituisce l’asse di tutta la composizione. La sua immagine si staglia visibilmente sopra il bianco degli abiti dei due angeli che dietro di lei si rivolgono ai discepoli indicando il cielo. Ferma in gesto di adorazione e preghiera con le mani rivolte verso l’alto, rappresenta la stabilità, la fermezza della verità della rivelazione che la Chiesa custodisce e contrasta con la dinamicità e i gesti concitati degli apostoli, raffiguranti invece la molteplicità delle lingue e la varietà dei modi di espressione di questa verità. Tutti sono rivolti verso l’alto o verso Maria in questo corale invito ad elevare il cuore e la mente a Gesù, alla sua Presenza, all’attesa dello Spirito, ai cieli nuovi e terra nuova che il Signore ha promesso e vuole costruire con noi.

Il tempo di Pasqua è il tempo della gioia di avere Gesù vivo per sempre, della forza nella missione, del coraggio dell’annuncio. È il tempo liturgico più vicino al tempo che viviamo oggi.

Chiara Dal Corso
UOVA E COLORI
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Davide Bracco - Al cinema la storia della discepola di Gesù.
Faccio subito ammenda. Mi era colpevolmente sfuggito un film su Maria Maddalena e preso alla sprovvista mi fiondo in sala, lo apprezzo e lo segnalo confidando nei mille modi (tutti legali...) che la tecnologia vi offrirà per vedere un film anche fuori dal circuito delle sale (meglio che niente).

L’inizio del film sembra un déjà vu: una donna sprofonda in acque oscure in una visione che per intensità ricorda alcune sequenze del film premio Oscar 2018 La forma dell’acqua. Ovviamente una pura coincidenza, così come il pensiero che il film sulla figura di Maria Maddalena (la donna tra le acque) abbia l’intento di accompagnare il movimento di liberazione femminile attivo internazionalmente in questi mesi (non si scordi che un film si realizza almeno un anno prima della sua uscita nei cinema). Inoltre il tema della Maddalena bandiera per nuovi costumi è probabilmente una delle poche pecche del film in quanto risulta trattato in modo troppo convenzionale e scontato per la sua programmaticità (esemplare una scena finale di donne rapite e pronte a seguire sognanti la loro eroina).

Il film convince molto di più nell’esaltazione di Maddalena come mediatrice tra Gesù e gli apostoli, testimone migliore della rivoluzione non violenta per un regno tutto ultraterreno. Originale appare il ritratto di Giuda traditore non per vil denaro come un personaggio da opera lirica che trama nell’ombra ma che agisce per debolezza e ingenuità nella sua cattiva interpretazione del messaggio di Gesù e del regno promesso.

Ai ritratti individuali la regia di Garth Davis affianca un’attenzione alla natura come splendido contrappunto ai disagi esistenziali degli apostoli agitati davanti alle acque burrascose di Tiberiade, in missione tra campi e sentieri desolati e confusi in grotte montane simili a prigioni.
Molto intenso il Gesù di Joaquin Phoenix lontano da ogni sentimentalismo di tanti film biblici e dai tormenti del Dafoe scorsesiano nella sua evoluzione di un rapporto spirituale con Maddalena (Rooney Mara) che la porterà alla piena consapevolezza per risalire alla fine rinata dalle acque profonde del mare di Tiberiade.

Davide Bracco
AL CINE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

di Stefano Ravizza - Nel precedente articolo abbiamo parlato di Ethereum che, a differenza delle altre criptovalute, permette di sviluppare applicazioni che fanno uso della tecnologia blockchain. Ethereum mette a disposizione oltre alla blockchain i così detti “smart contract”, programmi che vengono eseguito su tutti i computer che compongono la rete. Una volta avviato, uno smart contract funziona senza interruzioni e nessuno può modificarlo cambiando così il risultato delle sue elaborazioni.

Ad esempio potrebbe gestire i pagamenti relativi ai diritti d’autore per la vendita di un libro. Riceve i pagamenti e li ridistribuisce tra i diversi autori secondo le percentuali inserite nello smart contract stesso. Gli autori non devono “fidarsi” dei conteggi fatti da chi gestisce gli incassi, in quanto l’intera operazione può essere eseguita dallo smart contract senza possibilità di manipolazioni da parte di alcuno. Ethereum permette quindi agli utenti di avere la sicurezza di blockchain, per la memorizzazione dei dati, e quella degli smart contracts per l’esecuzione dei programmi. L’utilizzo di Ethereum viene pagato attraverso la criptomoneta della piattaforma: l’ether.

Stefano Ravizza
CYBER
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Michelangelo Dotta - Spazi protetti e proposte creative per bambini alle prese con l’uso eccessivo della rete.
Si chiama Olly, è un’applicazione gratuita facilmente scaricabile dal web ed è la creazione di due fratelli milanesi di 10 e 12 anni che, aiutati da un padre illuminato, hanno pensato di far nascere uno spazio protetto da offese ed insulti, un social network interamente dedicato a scambiarsi messaggi positivi.

Un click di segno diverso come risposta alla cultura dell’odio dei bulli cyber e non, di chi con la tastiera ferisce e infierisce riempiendo le bacheche di messaggi negativi. Messaggi positivi dunque come percorso di autostima, elementi di vicinanza e connessione, una piccola rivoluzione silenziosa nell’oceano agitato e colmo di insidie della rete dove ogni giorno oltre 175.000 bambini accedono per la prima volta, uno ogni mezzo secondo, e dove 2 ogni 5 sono connessi per più di 5 ore. In questo mondo parallelo che prende piede e rischia di scavalcare a breve quello reale, le difese contro fake news, bulli, pornografia e rischi vari, non possono che essere, prima di tutto, culturali.

È necessario imparare a riconoscere e discernere linguaggi e contenuti, a costruirsi una personale bussola per navigare senza esporsi a troppi pericoli evitando rotte insidiose e collisioni virtuali ma a volte fatali; un percorso che richiede specifiche competenze, preparazione, strategie mirate e investimenti per colmare una lacuna che rischia di generare danni irreparabili. Due i versanti per tentare di porre un argine all’uso indiscriminato della rete, la famiglia e la scuola, gli ambiti sociali in cui i bambini e gli adolescenti fanno quotidianamente palestra di vita, entrambi in evidente difficoltà quando si tratta di affrontare il mondo del web.

Stando ai dati diffusi da Doxa kids, tutti gli adolescenti hanno accesso agli smartphone dei genitori e in più della metà delle famiglie italiane si consente l’uso di questi dispositivi a partire dai due anni. Il risultato è scontato, una generazione abilissima a gestire uno schermo tattile e drammaticamente incapace di distinguere e scegliere tra i diversi contenuti. Secondo Roberto Cingolani, direttore dell’Istituto Italiano di Tecnologia, la scuola non sta meglio: «Ho tre figli, il primo è cresciuto con il pc, il secondo con la PlayStation, il terzo con lo smartphone. Eppure sui banchi hanno studiato esattamente le stesse cose che ho studiato io. C’è qualcosa che non va».

A scuola come a casa l’infanzia è lasciata in perfetta solitudine davanti ai display e il risultato è l’inevitabile esposizione a “pratiche predatorie”. Poi accendi la televisione e, tra gli infiniti break pubblicitari, uno spot cattura la tua attenzione; reclamizza una raccolta di figurine, i Cucciolotti in cui, tra le immagini da collezionare, puoi ritrovare i Parlottini, una sorta di messaggi da scrivere all’amico... pare cosa d’altri tempi, stenti a credere ai tuoi occhi quando perentoria una voce quasi ammonisce: «...roba vecchia i messaggini (SMS), consegna i Parlottini perché incontrarsi è più bello!». E allora ti trovi a considerare che forse la tv baby sitter non era così fuori luogo e sprovveduta.

Michelangelo Dotta
MONIITOR
Rubrica di NUOVO PROGETTO

 

 

 

di Marco Grossetti - Un buco gigante nella pancia da riempire.

A pranzo i bambini dell’Arsenale mangiano tutti allo stesso tavolo come un’unica famiglia. Lisa ha sei anni e tantissima voglia di giocare. Tira fuori un minuscolo contenitore di plastica con dentro una manciata di spaghetti di soia poco conditi e molto incollati, circondato da ravioli cinesi fatti in casa, pizze così piene di pomodoro e formaggio da dover essere tenute con tutte e due le mani per non spezzarsi a metà, panini che arrivano da una parte all’altra del tavolo, kebab portati da mamme più veloci e puntuali dell’Hogwarts Express. Molto meglio giocare, soprattutto se la tua mamma sta dall’altra parte del mondo e tutte quelle cose buone attorno a te aprono un buco nella pancia che non potresti chiudere neanche con un panino che arriva di qua all’Africa.

Prima di mangiare leggiamo sempre il pensiero di un bambino. Oggi tocca a lei e Lisa è talmente emozionata da scomparire sotto il tavolo. Scrive e disegna soprattutto quando la tristezza cancella tutto e lei e riesce solo più a piangere. Basta non essere la prima in un gioco, in una fila, in una gara, in un discorso; allora Lisa si butta per terra, parla quando non dovrebbe, scappa, ride in modo esagerato, si nasconde, cerca di dire con ogni piccolo movimento del suo corpo: ehi ci sono anch’io, mi vedete, sono qui, ma mi vedete tutti, ma mi vedete ancora, ma sono almeno un po’ bella, ma non vi siete accorti che ho un buco gigante nella pancia?

Dopo mezz’ora non è ancora riuscita a trovare la posata giusta per dividere quell’ammasso di spaghetti diventato una sola indivisibile cosa. Lisa sta per subire un’altra ingiustizia: tutti vanno a giocare e lei no. Quel piccolo contenitore è diventato improvvisamente gigante e si è messo in mezzo, tra lei e gli altri bambini. Per protesta potrebbe rimanere immobile tutto il pomeriggio senza dire una parola e piangere una quantità di lacrime da riempire tutta la stanza.

Fuori, vicino agli altri, ma un po’ in disparte, c’è un grande cassone per trasportare le cose che vengono regalate al Sermig: mangiare nascosti lì dentro sarebbe molto speciale e quasi magico per una bambina di sei anni. Rimpicciolirsi per non farsi vedere da nessuno e provare a diventare invisibili è un gioco talmente bello da fare scomparire per magia tutto quello che c’è dentro il buco nella pancia: l’Africa, il viaggio per attraversare il deserto e il grande mare, mamma che sta dall’altra parte del mondo ed è diventata solo una voce, papà che ti lascia sola la notte, tu che ti svegli all’improvviso e devi cavartela contro i mostri che disturbano i tuoi sogni.

Lisa fa dei bocconi giganti alla velocità della luce per riuscire a finire di mangiare prima che un altro bimbo prenda i suoi pattini preferiti, e perde il conto degli spaghetti sputacchiati per la ridarola sulla faccia di chi si è nascosto nel cassone con lei, bocconi molto più numerosi di quelli che riempiono la sua piccola pancia. Le lacrime si sono trasformate in sorrisi: missione spaghetti compiuta!

Marco Grossetti
FELICIZIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO