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di Sara Alfieri - “Il futuro cambia segno?” questa è la domanda che si ponevano ormai più di una decina di anni fa Miguel Benasayag e Gérard Schmit nel loro celebre libro L’epoca delle passioni tristi. Con questa domanda gli autori ci avvertivano, con una certa lungimiranza, di quanto i giovani iniziavano a percepire il futuro non più in termini di desideri e speranze, ma come una minaccia soffocante.

La società moderna ci getta nel paradosso di un continuo progresso che tuttavia risulta imprevedibile, alimentando così tristezza e pessimismo. Rispetto alle generazioni passate, oggi i giovani possono andare molto più lontano, ma il rischio di sbagliare strada è più vicino. Gli autori ci avevano ammonito: la configurazione del futuro dipende in buona parte da ciò che sapremo fare nel presente. E a che punto è il presente di oggi?

Vediamo i risultati del Rapporto Giovani promosso dall’istituto Toniolo, composto da un campione rappresentativo a livello nazionale di più di 9000 giovani tra 18 e 29 anni. In particolare ci soffermiamo su quelli che numerosi autori hanno individuato come “i compiti evolutivi” del giovane adulto. Nonostante alcune differenze legate al contesto o all’età di sviluppo di una teoria, tutti convergono su tre aspetti: l’autonomia dalla famiglia di origine; la costituzione di una famiglia elettiva; l’acquisizione di un’attività lavorativa.

Per quanto concerne il primo aspetto, circa il 70% dei giovani risiede con almeno uno dei propri genitori; il 4% abita da solo, l’11% con il proprio partner. Certo, la coabitazione con la propria famiglia di origine non è sinonimo di autonomia da essa, ma ne costituisce un indicatore. Tra coloro i quali sono impegnati in una relazione stabile ma non convivono, il 53% dichiara di volerlo fare nei prossimi tre anni, ma solo il 33% lo farà entro un anno.

Rispetto al secondo indicatore, la costituzione di una famiglia elettiva, i risultati sono speculari al primo punto: tra coloro i quali non hanno ancora un figlio (ovvero, il 95,5% dell’intero campione) l’85% prevede di darne alla luce uno entro i prossimi tre anni, ma solo il 25% di essi crede di poterlo fare entro un anno. Se non avessero costrizioni o impedimenti, i giovani italiani desidererebbero avere 2 (46%) o 3 (31%) figli; ma se gli si chiede realisticamente quanti pensano di averne, il numero decrementa drasticamente: la maggior parte pensa di poterne avere 2 (55%) o 1 (19%), mentre chi pensa di poterne avere 3 cala drasticamente (15%).

Il terzo indicatore concerne il lavoro, al centro di numerosi dibattiti. Se oltre il 90% dei giovani aspira ad un lavoro appagante e attraverso il quale trovare fonte di autorealizzazione, oltre l’80% di coloro che lavorano svolge una mansione che non ritiene pienamente soddisfacente e la metà dei giovani interpellati si accontenta di uno stipendio decisamente inferiore a quello considerato adeguato. Il 47% inoltre svolge dei lavori che considera solo parzialmente attinenti con il percorso di studi intrapreso.

Questi dati ci dicono di uno scollamento paradossale tra ciò che i giovani desiderano (ed è bene sottolineare come essi, di fatto, continuino a nutrire dei desideri) e ciò che pensano di ottenere dal proprio futuro. Non trova quindi fondamento quella parte di pensiero comune che sostiene che i giovani non hanno più aspettative e desideri: al contrario, i desideri sono numerosi e ben precisi, ma hanno smesso di sperare, e forse anche di lottare per raggiungere degli obiettivi che vedono impossibili da attuare.

I dati non sciolgono il dubbio che si tratti di disillusione o realismo, ma dicono chiaramente che l’aspettativa che essi hanno è che il futuro che li attende li deluderà, non sarà all’altezza delle loro aspettative. I risultati sul lavoro sono esemplificativi: scardinando un luogo comune che li vede comodamente sdraiati nel salotto della casa dei genitori, molti giovani (con le dovute eccezioni ovviamente) cercano di adattarsi ad un mercato sempre più faticoso e sfuggente, facendo anche ciò che non è in linea con le proprie aspettative. Ma allora, se i giovani di fatto ci dimostrano di impegnarsi, anche a fronte della mancanza di un reale appagamento dei propri desideri, quello che si sta verificando in questo momento è che abbiamo a disposizione un grande potenziale che stiamo obbligando però a dare di meno di quanto potrebbe. Una miniera da cui si estraggono comuni rocce e che invece potrebbe produrre pietre preziose. I giovani ci stanno mandando un importante messaggio: che nonostante la fatica, non vogliono arrendersi.

I loro desideri e le loro aspirazioni non sono ancora venuti meno. Ci stanno dicendo che possiamo ancora fare qualcosa. Per quanto potranno resistere? Oggi è quanto mai attuale l’affermazione di Benasayag e Schmit secondo cui il futuro dipende da ciò che siamo in grado di fare nel presente. Si può pensare di raccogliere solo se si ha ben seminato: il tempo della semina però è questo.

Non investire sui giovani non significa solamente svalorizzarli e non consentire loro di contribuire attivamente al proprio paese, ma anche impedire la crescita di quest’ultimo. Dunque la qualità del futuro di ogni cittadino è legata alla qualità del futuro riservata ai giovani.

Sara Alfieri
NP FOCUS
Rubrica di NUOVO PROGETTO 

Di Gian Mario Ricciardi - Cronache di frontiera. Ho visto, nel verde, di fronte casa, gli eredi dei ragazzi di via Pal. Hanno cominciato a trovarsi alle prime luci della prima­vera. Sono una decina, si convocano con Whatsapp, si dividono in gruppi e giocano ai banditi come noi, 50 anni fa. Che tenerezza! C'è la banda Ga­ribaldi, quella del Re, quella di Robin Hood. Mi sembra, improvvisamente, d'essere tornato sul greto del torren­tello dove, anche noi, calzoni corti e bretelle, disegnavamo il nostro mondo e sognavamo il nostro futuro. Lo fanno quasi ogni giorno, prima o dopo i compiti. Come noi. Corrono, urlano, s'arrabbiano, con la serietà dei grandi. Sono così innocenti che a starli a guardare mentre volano da una riva ad un albero, verificano le posizioni, decidono le uscite c'è da commuoversi. Una boccata d'ossi­geno per chi, come me ha macinato cronaca nera per una vita.

Quanto sono lontani il bullismo, la droga, le cattiverie, il branco.

Che il buon Dio ce li conservi così. Ma diciamolo sottovoce. Potrebbero sentirci.

Poi penso a certe strade di Barriera Milano, Mirafiori Sud, San Salvario. Vedo, spesso, l’erba alta, le buche nelle strade, le luci che s’accendo­no ad intermittenza. Fatico a trova­re piazze dove si possa giocare e parlare, pochi gli oratori con le por­te aperte e le chiese troppo spesso sono chiuse. Sì, finalmente, è tutta una rinascita di oratori che con il co­raggio, la fantasia di bravi sacerdo­ti, di mamme e papà gioiosi stanno organizzando una rete che, lenta­mente, ci restituirà i cortili, i giochi, la passione della gioventù. Ma biso­gna sostenerli. I cattolici stanno dise­gnando un nuovo Rinascimento per i ragazzi, le amministrazioni si stanno muovendo, rinverdiscono i cinema parrocchiali, le biblioteche di quartie­re. Era ora!

I ragazzi della via Pal torneranno. Devono tornare perché l’entusiasmo dei ragazzi non può finire nei sotto­scala o in un prato nel quale, come cantava Celentano, non c’è neppure un prete per chiacchierare.

Ma la strada è ancora lunga. Ci sono gli anziani che alle 9 del mat­tino hanno già finito le loro giornate e rientrano in casa con la baguet­te sotto il braccio o il sacchetto del pane per stare poi dietro la finestra per ore sperando di vedere passare qualcuno o davanti alla televisione. I ragazzi vivono nei nostri paesi e città esattamente come se si trovassero tra le strade belle ma grigie di Bru­xelles, ciondolano negli spazi verdi quasi sempre trascurati. E ti sembra di attraversare il nulla.

La colpa è di tutti e di nessuno. Di tutti perché nessuno s’è occupato delle banlieux prima che a Parigi si incendiassero, pochi ne hanno cura­to il decoro, lo sviluppo, la crescita. Ancor meno le hanno riempite di luo­ghi di incontro. Anzi, a volte, capita che proprio gli edifici delle scuole dei tempi del boom demografico siano aggrediti dalle ortiche e dall’abban­dono, rifugi per drogati o branchi di violenti. Nessuno ha acceso il faro sulle periferie prima di papa France­sco.

Certo, la colpa è di tutti, anzi di nes­suno. Ma se qualcuno avesse, anni fa, pensato seriamente a come met­tere insieme culture, stili di vita e religioni diverse, creando botteghe solidali, social market, condivisione, i ragazzi della via Pal non sarebbe­ro mai scomparsi. Perché quando si cancellano le sedi dei partiti o dei sindacati (scuole di formazione di­scutibili fino a che si vuole, ma pa­lestre di confronto), si chiudono o si aprono a scatti gli oratori, succede che la rabbia, il livore, il risentimento seminino indifferenza. E l’indifferen­za ti uccide dentro.

Gian Mario Ricciardi

Today

Rubrica di NP

Dominique Lapierredi Renzo Agasso - Da cinque anni tace Dominique Lapierre. Da quando – il 10 giugno 2012 – una caduta e un trauma cranico gli hanno impedito ogni attività pubblica. Non ha più scritto libri, non ha più tenuto conferenze, non ha più visitato l’India amatissima, non è più venuto a stendere la mano dai suoi amici italiani, che sempre hanno sostenuto le sue iniziative umanitarie in quel Paese-continente.

Il giornalista scrittore filantropo francese, autore del best seller mondiale La città della gioia – e di Parigi brucia?, Alle cinque della sera, Gerusalemme, Gerusalemme, Stanotte la libertà, Il quinto cavaliere, scritti con l’amico americano Larry Collins – ha destinato, per più di trent’anni, parte dei suoi diritti d’autore a costruire scuole, pozzi, dispensari, ospedali, centri di riabilitazione a Calcutta, nel delta del Gange, a Bhopal (dove una nube tossica fece migliaia di vittime). Ha coinvolto nella solidarietà i lettori sparsi nel mondo: tanti lo hanno aiutato con denaro e iniziative di carità, in una straordinaria catena d’amore.
È stato un meraviglioso suscitatore di generosità: perché, prima di tutto, metteva mano al portafoglio. Andava in India un paio di volte l’anno, a portare denaro e verificare di persona come veniva speso, creando gruppi di volontari locali in grado di curare ogni attività, ogni struttura, ogni realizzazione. Ha ideato e varato quattro battelli-ospedale, che raggiungevano le zone più isolate e impervie dell’immenso delta del Gange, alla ricerca dei malati che nessuno avrebbe mai curato. Ha salvato migliaia di bambini lebbrosi e tubercolotici. Ha insegnato mestieri alle donne indiane, ha pagato gli studi – fino alla laurea – ai giovani. L’India l’ha onorato con l’Ornamento del loto, l’onorificenza massima. È stato candidato al Nobel per la pace.

Tutto era iniziato da madre Teresa. Dominique e la moglie – Dominique anch’essa – erano andati dalla santa di Calcutta nel 1981, portando denaro. Li aveva ricevuti all’alba: «È Dio che vi manda!». Da quel momento, ogni energia, sforzo, parola, pensiero è andato all’India e ai suoi poveri. Fino al 10 giugno 2012. Da cinque anni Dominique tace. Vivendo giorni senza più parole, né pensieri. Il bene compiuto lo segue e gli tiene compagnia. Restano i suoi libri. L’ultimo – dopo una lunga amicizia – lo ha scritto insieme a me: Gli ultimi saranno i primi Rizzoli, 2012. Un testamento: «Al tramonto della mia vita, avevo ancora tante cose da dire». /p>

Renzo Agasso
PEOPLE
Rubrica di NUOVOPROGETTO

 Di Matteo Spicuglia - La crisi è in un dato. Meno 40% di vendite in dieci anni. Nessuno escluso. La Stampa e Repubblica oggi arrivano insieme a poco più di 300mila copie (erano 658mila nel 2007); il Corriere della Sera è fer­mo a 200mila (430mila nel 2007); il Sole24Ore a 58mila (185mila nel 2007). E così tutti gli altri… Una tendenza costante e inesorabile a tal punto da far dire a Giulio An­selmi, ora presidente dell’Ansa, già direttore di quotidiani: “Quanto sta avvenendo è l’ennesima di­mostrazione che i giornali stanno diventando irrilevanti”. Se la car­ta stampata non sta bene, anche la televisione non sorride: tagli ai costi, vertenze editoriali mai viste (per i giornalisti di Sky si annun­ciano trasferimenti ed esuberi), ascolti frammentati tra decine e decine di canali. In tutto questo, la rete e i social a loro modo resisto­no. L’online è fonte informativa per tanti, sempre più capillare, con un piccolo particolare: il digitale non garantisce in nessun modo i fattu­rati di un tempo. Basti pensare che i ricavi degli editori tradizionali in appena dieci anni si sono dimez­zati. Con ricadute occupazionali impressionanti. Quando si prende di mira l’informazione o la si ridico­lizza, spesso ci si dimentica che dietro a un articolo o un servizio televisivo c’è gente che lavora o che avrebbe il diritto di lavora­re: una realtà fatta sempre di più da collaboratori pagati pochi euro ad articolo, da una precarizzazio­ne strisciante, da professionisti che in tanti casi fanno fatica ad ar­rivare alla fine del mese. Questa è la situazione, inutile negarlo.

Cosa dire? Cosa fare? Di certo, con il pessimismo si fa poca stra­da. La storia dei mezzi di comuni­cazione è segnata da svolte più o meno traumatiche, da innovazioni che sul momento hanno creato scompiglio. Pensiamo alla com­parsa del telegrafo, oppure all’ar­rivo dei computer nelle redazioni dei giornali, una novità che ha ri­dotto al lumicino la categoria dei tipografici. Le trasformazioni tec­nologiche plasmano molto spesso anche le abitudini, gli stili di vita, suscitano nuovi bisogni, come nuove opportunità. Sarà così an­che questa volta. Forse non lo vedremo subito, forse dovremo ancora aspettare, ma dopo lo scossone di questi anni, un equi­librio tornerà.

Il punto però è un altro. È capire che al di là delle trasformazioni e dei mutamenti di un contesto, ci sarà sempre l’esigenza primaria, la necessità di essere informati. A maggior ragione in un’epoca complicatissima, in cui tutto quello che sembra, quasi sempre non è. Pensiamo alla politica internazio­nale, all’economia, ai rapporti tra gli Stati… In un mondo così, ci sarà sempre più bisogno di capire, di avere strumenti per farlo. Ci sarà sempre più bisogno di informazione pulita, onesta, magari più partecipata, ma intellettual­mente cristallina. Solo una informa­zione così è risorsa e via di uscita da bufale e faziosità, da disonestà e visioni limitate. Come la si difende? Facendo ognuno la propria parte. Gli editori, rimettendo al centro la dignità del lettore e dei giornalisti. Gli addetti ai lavori, rompendo il cerchio chiuso dell’autoreferenzialità, le logiche di casta che spesso hanno contaminato la professione. I lettori e i cittadini, te­nendo alta la domanda di qualità, dal momento che la buona informazione esiste nella misura in cui viene anche richiesta. Fare ognuno la propria par­te. Non c’è altra strada. La storia ce lo insegna. Se sapremo guardare avanti, ce la faremo anche questa volta.

di Lucia Sali - Tre pagine contro sei. Sono le due facce della stessa medaglia, ovvero la strada che prenderà l’Ue nei prossimi anni: da una parte la dichiarazione di Roma dei 27 di sabato 25 marzo, dall’altra la lettera di addio della Gran Bretagna, arrivata appena quattro giorni dopo, con cui attiva l’articolo 50 e avvia formalmente la Brexit. Vincerà lo spirito federatore dei Trattati di Roma, che ha unito Paesi che sino a pochi anni prima si fecero la guerra più volte, oppure la spinta centrifuga delle forze più populiste che danno voce a quelle paure identitarie che portano al conflitto?

La risposta arriverà tra quest’anno e il 2019. Il calendario è serrato, tra le tappe per la Brexit, gli appuntamenti elettorali in Francia e Germania, e ciò che i restanti 27 con Commissione e Parlamento Ue riusciranno a fare per rispondere concretamente alle preoccupazioni della gente entro le prossime elezioni europee del maggio 2019. Quando Londra sarà ormai Paese terzo.
“Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell’Ue, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione europea: la costruzione dell’unità europea è un’impresa coraggiosa e lungimirante”, esordisce la Dichiarazione di Roma, un esercizio di diplomazia portato avanti dal premier Paolo Gentiloni con determinazione, nel tentativo di onorare la memoria dei padri fondatori nel sessantesimo anniversario della firma dei Trattati di Roma da parte di Italia, Francia, Belgio, Germania, Olanda e Lussemburgo con cui nacque la Comunità economica europea, l’embrione dell’Ue.

Da una parte, infatti, il motore francotedesco non voleva prese di posizioni troppo avanzate per il timore di ricadute sugli imminenti appuntamenti elettorali nei due Paesi. Dall’altra, il ritorno del concetto dell’Europa “a più velocità”, rilanciato non solo da diversi Paesi fondatori – Belgio, Lussemburgo – ma anche dal Libro bianco del presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, e sostenuto dalla Germania, con l’obiettivo di far integrare più velocemente chi ci sta. Da un’altra ancora, la contrarietà e la paura dei Paesi dell’Est, interessati ai fondi Ue ma meno a dimostrare solidarietà sui migranti. Sino all’ultimo ha poi tenuto banco l’opposizione della Polonia, che sta giocando una partita politica tutta sua in chiave nazionale con la premier Beata Szydlo del partito nazionalista Pis, contro il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, esponente del partito avversario Po e riconfermato al vertice Ue di marzo alla guida dei 28 con il voto favorevole di tutti i Paesi tranne uno, il suo. Alla fine è stata messa a punto la frase che ha trovato l’accordo di tutti: “Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente”.

Appena quattro giorni dopo, però, per la prima volta nella storia uno stato membro ha fatto partire le procedure per l’addio. Bruxelles e Londra avranno due anni di tempo per chiudere, e se non si trovasse un’intesa ci sarebbe un’uscita disordinata con gravi danni economici e sociali. “Ci dispiace che la Gran Bretagna lascerà l’Unione europea, ma siamo pronti per il processo che ora dovremo seguire”, hanno dichiarato i 27 in risposta alla lettera di Londra, ben determinati a “preservare gli interessi” Ue. A guidare i negoziati, l’ex commissario e ministro francese Michel Barnier che ha diffuso voci su un conto da 60 miliardi di euro per Londra: “costerà caro” e “lo rimpiangeranno”, ha avvertito Juncker. Perché “l’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti”, recita la Dichiarazione di Roma. L’obiettivo, ora, è far sì che questo resti vero.

Lucia Sali
EUROLANDIA
Rubrica di NUOVO PROGETTO

Di Monica Canalis - La disattenzione della politica italiana per i giovani ha origine in un semplice dato di realtà: i giovani sono demograficamente una minoranza, in larga parte non votano ed essendo poco organizzati hanno scarsa capacità di fare lobbying per affermare politicamente i propri diritti ed interessi. Inoltre, nei primi decenni della Repubblica Italiana, gli elevati tassi di sviluppo economico garantivano in modo naturale ai giovani l’ingresso nel mondo del lavoro e quindi si è arrivati tardi alla necessità di formulare delle politiche in loro favore. Oggi che i baby boomers (i nati tra il 1945 e il 1964, notoriamente molto numerosi) stanno andando in pensione, emerge inoltre con maggiore cogenza la necessità di ingrossare le file di coloro che lavorano e che con i propri contributi pagano le pensioni.

Le politiche per i giovani in questi ultimi anni si sono concentrate su alcuni filoni: il lavoro ed il servizio civile innanzitutto.

Per quanto riguarda il lavoro, i provvedimenti più significativi sono stati il Jobs Act, la decontribuzione sulla stabilizzazione a tempo indeterminato e la Garanzia Giovani (Youth Guarantee). Il Jobs Act mira a ridurre la dicotomia del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da forti differenze tra lavoratori dipendenti a tempo indeterminato e lavoratori precari. Il provvedimento riprende il principio del contratto a tutele crescenti puntando ad avvicinare gradualmente il neo assunto al contratto a tempo indeterminato, con garanzie via via crescenti, ma senza tutele come l’articolo 18 (in caso di licenziamento senza giustificato motivo è previsto un indennizzo economico ma non il reintegro nel posto di lavoro). L’incremento dell’occupazione giovanile di questi ultimi anni è però forse maggiormente correlato ad un’altra misura: la decontribuzione della stabilizzazione a tempo indeterminato che ha reso conveniente per le imprese stabilizzare i contratti precari, contribuendo altresì a far emergere molto lavoro nero. Tuttavia, sia il jobs act sia quest’ultima misura più che creare nuovo lavoro hanno stabilizzato quello esistente. Gli interventi normativi di diritto del lavoro facilitano infatti la creazione di un ecosistema favorevole al lavoro di buona qualità, ma per creare nuovo lavoro sono necessarie politiche di sviluppo, in particolare industriali, di cui l’Italia è stata particolarmente carente.

Discorso a parte va fatto per la Garanzia Giovani, che ha recepito a livello italiano l’iniziativa dell’Unione Europea Youth Guarantee approvata nell’aprile del 2013 per venire incontro a tutti quei Paesi europei che hanno una percentuale di disoccupazione superiore al 25%. Si tratta di un programma che mira a far acquisire ai giovani tra i 15 e i 29 anni nuove competenze e a farli entrare nel mondo del lavoro. Obiettivo, almeno sulla carta, è di fare in modo che questi ragazzi possano ottenere un’offerta valida entro 4 mesi dalla fine degli studi o dall’inizio della disoccupazione. Il programma prevede una serie di azioni a livello nazionale, ma ogni regione, in base alle proprie esigenze, può scegliere quali interventi e quali opportunità mettere in campo e con quale modalità. Un ragazzo o ragazza al di sotto dei 29 anni, iscritto a Garanzia Giovani, può ricevere: un impiego, un contratto di apprendistato o uno stage oppure un ulteriore corso di studi o di formazione in base alle sue esigenze lavorative e professionali. I soldi investiti in Italia su Garanzia Giovani sono stati un miliardo e mezzo di euro. Il programma è stato recentemente finanziato con ulteriori 2 miliardi di euro dalla commissione europea per il triennio 2017-2020, con una somma più bassa rispetto alla dotazione iniziale per l’intero continente: il che ha scatenato delle critiche visto che il piano stava iniziando a ingranare, sebbene molto a rilento e al di sotto delle aspettative. All’interno del programma garanzia giovani è stato finanziato un bando straordinario del servizio civile nazionale che ha prodotto risultati significativi: in sei mesi un giovane su tre trova lavoro, tra questi, il 22,5% ha trovato lavoro attraverso gli enti dove ha prestato servizio.

Il 10 febbraio 2017 il Servizio Civile Universale è diventato una legge dello Stato Italiano, dimostrando con forza un aumento dell’attenzione verso i giovani. Si è trattato di una pagina storica per il mondo del volontariato, con grandi novità rispetto al passato:

1 Il servizio civile è universale, per tutti. Tuttavia i fondi non sono ancora certi… Nel 2017 ci sono risorse per far partire solo 50mila giovani (a fronte dei 15mila del 2014).

2 Più flessibilità nella durata (da 8 a 12 mesi) e minimo 25 ore mensili al posto delle 30 (maggiore possibilità di conciliare con le attività di studio).

3 Possibilità di svolgerlo anche in un altro Paese europeo per due-tre mesi.

4 Ampliato il raggio degli ambiti interessati: nuovi settori di intervento, capaci di rispondere non solo ai bisogni delle persone più deboli e delle diverse comunità territoriali del Paese, ma anche alle possibili ambizioni di crescita professionale dei giovani, come ad esempio il patrimonio storico artistico e culturale, l’educazione e la promozione culturale e dello sport, l’agricoltura sociale, la promozione della pace e la tutela dei diritti umani, la cooperazione allo sviluppo e della cultura italiana all’estero. Meno efficaci sono stati gli interventi una tantum come il bonus per la cultura che garantisce a chi compie 18 anni 500 euro da spendere in servizi culturali (difficilmente tracciabili e monitorabili).

Insomma, se la politica italiana sembra essersi svegliata da un lungo torpore verso i giovani, non si può ancora parlare di interventi che prendano di petto l’emergenza. Perché di emergenza si tratta se i giovani disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono ancora il 40%. Una cifra drammatica che comporta il rischio di una generazione perduta.

 

Monica Canalis
NPFocus

di Stefano Caredda - Quando se ne è presentata la possibilità, loro hanno detto no. No al gemellaggio con una squadra composta da ragazzi e adulti con disabilità intellettiva. E non perché il progetto in sé non fosse meritevole, ma perché dalle loro parti, in quella zona di Verona che ancora conserva una sua propria identità e un suo specifico nome, hanno pensato che una squadra come quella avrebbero potuto provare a metterla in piedi da soli. E così è stato. Il protagonista di questa storia è il ChievoVerona, società della serie A di calcio che dal gennaio scorso ha dato vita ad una scuola calcio per disabili: ci si allena due volte alla settimana e si punta per il prossimo anno a prendere parte a un torneo che in queste settimane ha fatto molto parlare di sé, grazie al gemellaggio attuato con la serie A.

Il torneo in questione si chiama Quarta Categoria ed è stato promosso anche dalla Federazione italiana giuoco calcio (Fgic), oltre che dal Centro Sportivo Italiano (Csi), dalla Lega Serie A, dalle associazioni di arbitri e allenatori. Vi partecipano otto squadre, tutte lombarde o piemontesi, nate in seno ad associazioni sportive dilettantistiche: ciascuna di queste ha avuto l’onore di gemellarsi con una formazione della serie A, pronta a offrire le casacche da gioco e tutto il materiale ufficiale di gara. Il Milan ha adottato la Briantea84 di Cantù, l’Inter lo Sporting4E di Milano, il Genoa l’ASD Calcio 21 di Milano, il Cagliari si è abbinato al Fuorigioco di Mantova, la Fiorentina all’Ossona, il Sassuolo alla Tukiki Minerva di Milano, la Lazio alla Gea Ticinia Novara, l’Udinese al Vignareal di Vignate. Le gare si disputano fino al prossimo mese di maggio in una struttura di Milano, in modo da aiutare i ragazzi a crescere e migliorare non solo sotto il profilo calcistico e motorio ma anche sotto quello sociale e relazionale, permettendo loro di confrontarsi e stare insieme.

Come detto, le formazioni di serie A hanno semplicemente vestito con la loro maglia squadre già esistenti di persone disabili. Ed è proprio su questo che il ChievoVerona ha deciso di fare diversamente, provando a coinvolgere le persone disabili veronesi, anche con l’aiuto e il passaparola di cooperative, associazioni e famiglie. Le otto persone che hanno finora risposto hanno tra i 18 e i 40 anni, alcuni hanno la sindrome di Down, altri un deficit cognitivo o una difficoltà motoria. L’allenamento comprende esercizi di coordinazione e mobilità, perché molti non hanno mai fatto sport e sono rigidi nei movimenti. Si lavora sull’elasticità ma anche sulla velocità, attraverso passaggi con la palla, e alla fine ci si diverte tutti insieme con una partita. L’obiettivo è migliorare, poi partecipare al Quarta Categoria. “In questi lunghi decenni di storia – parole del presidente della compagine gialloblu, Luca Campedelli – la città di Verona ha dato tanto, a me personalmente e al Chievo come società: è giusto che il Chievo ora restituisca alla città, e questo è uno dei nostri modi per farlo”.

Stefano Caredda
REDATTORE SOCIALE
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Ernesto Olivero - Testimoni di speranza per chi fa fatica. Se dovessi spiegare la bellezza del cristianesimo, non userei molte parole. Leggerei semplicemente le Beatitudini, le parole più belle di Gesù.

Non sono poesia, non sono un sorriso, ma fatti di speranza, la descrizione semplice del Regno di Dio in cielo e in terra. Un Regno in cui c’è posto per tutte le persone che hanno subito violenza, ingiustizie, umiliazioni. Nelle Beatitudini, Gesù esprime il massimo del suo cuore, perché ha bene in mente chi sono i poveri: chi non è mite, chi non è in pace, chi non è puro... Le Beatitudini però rovesciano la prospettiva, danno speranza. Penso a tante persone che sono morte arrabbiate, senza rendersi conto che erano già avvolte dall'abbraccio di Gesù, dalle sue Beatitudini: cuore che si fa speranza, cuore di Dio che cerca di entrare nel nostro.

Sarebbe bello se ognuno di noi, leggendo le Beatitudini, potesse cogliere qualche sfumatura nuova, compiere un passo in avanti nella propria storia. Capire la bellezza di Dio non è facile, spesso i dubbi incontrano le difficoltà della vita. Ma noi possiamo imparare a stare in quello che ci capita, a fare tesoro dell’esperienza, delle realtà in cui ci troviamo.

Possiamo essere ricchi o poveri, forti o debolissimi, ma non dobbiamo mai dimenticare che questo vale per un piccolo tratto. Perché il resto è già giustizia piena, il resto è trionfo di Dio.
Beati noi quando capiremo che per entrare maggiormente nella logica di Dio, dobbiamo diventare una carezza di Gesù per gli altri, soprattutto per chi fa fatica, per chi non ha speranza.
Con la nostra piccola fede, con le nostre paure, anche con le nostre fragilità possiamo accompagnare tanti nel piccolo tratto che si apre al resto. Per godere poi insieme della giustizia piena, del Paradiso.

Ernesto Olivero
EDITORIALE
NP agosto-settembre 2018

 

 

di Valentina e Renato Bonomo - Quaranta anni fa le Brigate Rosse uccidevano Aldo Moro dicendo di aver colpito un simbolo dello Stato. In realtà avevano assassinato un uomo, reo solo di credere nella democrazia e nelle istituzioni. Dopo tanti anni, ancora ci dimentichiamo che a incontrarsi o a scontrarsi sono sempre delle persone con le loro storie e con le loro scelte, non solo simboli e idee.

Il 23 maggio vicino ad un tempio indù nella città di Ramnagar in India un giovane musulmano ha un appuntamento con la sua ragazza di religione indù. Apparentemente nulla di strano per una realtà come la nostra. Ma in India la situazione è molto diversa. Un gruppo di fanatici correligionari della ragazza, scoprendo la fede islamica del ragazzo, lo accusa di “love jihad” ossia di corteggiare la ragazza per indurla alla conversione. Quando il gruppo sta per iniziare un autentico linciaggio, un poliziotto di religione sikh, Gagandeep Singh, interviene per proteggere con il proprio corpo il ragazzo.

Grazie ai social che hanno ripreso il tentativo di aggressione e il conseguente salvataggio, il gesto ha fatto il giro del mondo. Con molta sincerità il poliziotto ha detto di aver fatto semplicemente il suo lavoro e che lo avrebbe fatto con la divisa o senza. Inoltre, ha ribadito che per il bene dell’India tutti gli indiani dovrebbero fare altrettanto. Il suo gesto però non è stato accolto favorevolmente da tutta la società indiana, segnale della presenza di fratture profonde e divisive che impediscono un’autentica unità nazionale.

Ma sono i piccoli gesti quotidiani pieni di coraggio come quello di Gagandeep Singh, le piccole decisioni che competono a ciascuno di noi che possono modificare ciò che appare immutabile. Se portiamo a conoscenza del mondo storie come questa possiamo sperare di svegliare le coscienze e dare coraggio e sostanza al cammino che vuole riconoscere piena dignità a tutti gli uomini e le donne.

Valentina e Renato Bonomo
I BONOMOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Lucia Capuzzi - Ceuta – diciannove chilometri quadrati di Spagna in terra marocchina – è la porta invisibile d’Europa. Eppure, in appena 72 ore, tra il 17 e il 20 febbraio, da là sono passate 843 persone: bosa – cioè vittoria nella lingua africana fula – hanno urlato nel toccare la terra promessa. Ancora non sapevano che sorte li attendeva: sei o sette mesi nel Centro di accoglienza temporanea. Poi, un biglietto per un centro di espulsione nella Penisola spagnola. Da cui, nella peggiore delle ipotesi, saranno rimpatriati. Nella migliore delle ipotesi – cioè nel caso in cui non vi siano accordi con il Paese di provenienza –, si trasformeranno in irregolari. L’asilo – in una nazione che respinge il 70 per cento delle richieste – resta un miraggio.

Ceuta è un accesso di servizio all’Europa rispetto alle più note e battute rotte mediterranea e balcanica. Quello riservato ai più poveri fra i poveri. A quanti non hanno nemmeno i soldi per un posto sui barconi della morte dalla Libia all’Italia. E si giocano il tutto per tutto con il salto della triplice rete che blinda la città. O dello Stretto di Gibilterra, verso Cadice, su canotti gonfiabili.
Una disperazione che la valla – come viene chiamata la barriera – non riesce a contenere in 22 anni d’esistenza, al costo di 22mila euro al giorno, come ha calcolato Amnesty International. Il primo muro d’Europa, modello ideale e tecnico delle recenti barriere. “In media, ogni anno, filtrano dal Marocco a Ceuta tra mille e duemila irregolari, quasi tutti subsahariani”, spiega Paula Domingo, carmelitana e fondatrice dell’associazione Elín di Ceuta, scuola di spagnolo e convivenza per i migranti. L’anno scorso sono stati di più: hanno scavalcato in 2.255, conferma l’Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía (Apdha). Altri 1.790 sono arrivati via mare o nascosti nei cofani delle auto. Il totale – 4.045 – è, comunque, meno del 10 per cento di quanti ci provano. Questa proporzione resta costante, nonostante l’ulteriore stretta spagnola.

Il muro di CeutaNel 2015, Madrid ha autorizzato i rimpatri automatici di quanti saltano la valla, violando il loro diritto a chiedere asilo. Se si incrementano le entrate, dunque, è poiché, con il moltiplicarsi dei rischi lungo la rotta libica, la pressione su Ceuta cresce. “C’è un aumento, soprattutto di minori non accompagnati”, afferma Inma Gala, delegata della diocesi di Tangeri sulle migrazioni. In pratica è il braccio destro di monsignor Santiago Agrelo, vescovo e francescano, dal 2007 in prima linea nella difesa degli irregolari di passaggio nella città-trampolino verso la Spagna. Vestito con il semplice saio, va a prendere gli ospiti fin sulla strada, si ferma a salutare i molti africani assiepati nei paraggi, e intercala il racconto con battute e aneddoti in italiano. “Da tutta l’Africa, entrano in Marocco dal confine con la Mauritania – con il passaporto falso di una nazione che non richiede il visto – o dalla porosa frontiera algerina”. A Tangeri, il flusso si divide. Le donne con i bimbi piccoli e quanti hanno ancora qualche soldo restano in città. In attesa di raggranellare il necessario per un posto in canotto”, racconta monsignor Agrelo. Nei centri commerciali, le barche gonfiabili – quelle che usano i bimbi in spiaggia – costano sui 300 euro. Ma i subsahariani sanno che acquistarne uno equivale ad autodenunciarsi di fronte alle autorità marocchine. Le mafie li comprano per loro e glieli rivendono a dieci volte il prezzo di listino. “Chi non ha più nulla, si rifugia nella boscaglia di Benyunes, non lontano dalla valla, per mesi, qualcuno per anni, in attesa del momento buono per il salto. Sono in genere maschi giovani, in grado di affrontare un simile sforzo fisico. Non solo la rete, ma la vita alla macchia. È terribile…

Da qualche tempo, poi, Benyunes è piena di adolescenti”, sottolinea il vescovo. Lui stesso vi si reca ogni lunedì per portare cibo, medicine, abiti al popolo della foresta, lontano dalla città e privo di ogni genere di servizio. Almeno a Tangeri c’è la Delegacion della diocesi che opera incessantemente dietro la cattedrale, offrendo docce, consigli, aiuto per pagare gli affitti e medicine. A Benyunes la sopravvivenza dipende dai pacchi di monsignor Agrelo e dal buon cuore di qualche cittadino. Come Reduan Mohamed Jalid, spagnolo di origine marocchina, attivista di Unadikum-Comisión Frontera Sur. Anche lui si reca a Benyunes a portare quel che rimedia da amici e conoscenti. Per questo, conosce i punti dove i ragazzi si radunano in piccoli capannelli in attesa di una mano tesa. Con un piede sull’asfalto e l’altro fra gli sterpi per sgattaiolare nella boscaglia in caso spunti una pattuglia della polizia marocchina, incaricata di tenerli lontani dalla valla. Una versione crudele e senza fine del gioco al gatto e al topo. Con regole precise. A cui anche i benefattori devono attenersi. Primo, le auto possono fermarsi poco, in modo da non dare nell’occhio.

Eppure, anche nella fretta, emergono frammenti di storie. Quella di Juede, 15 anni, partito un anno fa dalla Guinea Conakry: vorrebbe tornare a casa ma sa che non può farlo. Deve saltare ad ogni costo per mandare, dalla Spagna, qualche soldo a casa, con cui la famiglia riesca a ripagare il debito contratto per farlo partire. Di Samba, senegalese, che dice di avere 18 anni ma ne dimostra 14, sta nella foresta, da due, e nel frattempo ha visto morire tre amici di freddo, fame e malattie. Di El Nino, 22 anni: sogna di ritrovare a Ceuta il suo amico, Alfa, partito dal Gambia l’anno scorso. El Nino sa che Alfa è arrivato a Tangeri e, da lì, è partito in canotto. Poi, però, nessuno l’ha più sentito. Scomparso. Come migliaia e migliaia di altri. Non si saprà mai la cifra esatta. Questo tratto di mare a cavallo tra Mediterraneo e Atlantico spesso non restituisce i corpi. Quando accade, le vittime vengono sepolte nel cimitero cristiano di Ceuta. Senz’altra indicazione che un numero. In mancanza di documenti ufficiali, la procedura impedisce – anche in caso di riconoscimento – di mettere un nome o una lettera. Niente. Piccoli loculi, chiusi in fretta con un po’ di intonaco. Ce ne sono file intere. Migliaia di tombe senza nome, né lapide. I morti di nessuno.

Lucia Capuzzi
LATINOS
Rubrica di NUOVO PROGETTO

di Anna e Raffaele Schipani - Spazio e tempo sono le coordinate in cui ci muoviamo e ci orientiamo in questo mondo; il nostro corpo abita uno spazio che in qualche modo ci accomuna col cosmo e la memoria ci permette di percepire la dimensione del tempo. Le esperienze che facciamo diventano per noi il criterio di verità e la custodia delle memorie che ci accompagnano fin dall’infanzia contribuisce alla formazione della nostra personalità.

Non è difficile, allora, comprendere quanto sia importante accompagnare i nostri bambini nella loro crescita, aiutarli a fare esperienza diretta e non solo virtuale, della bellezza, quella autentica che nasce dal manifestarsi dell’amore, perché solo così potranno infi lare una pietra dopo l’altra nella loro collana della memoria, dove ogni singolo grano racchiude un piccolo tesoro che potrà poco per volta dischiudersi e offrire loro la possibilità di interpretare la realtà in cui si troveranno a vivere.

Noi genitori vorremmo che ai nostri figli capitassero solo cose belle, ma sappiamo bene che la vita farà loro incontrare anche la fatica, la stanchezza, il fallimento. Non possiamo evitarlo, ma possiamo avvolgere anche queste esperienze, apparentemente negative, con l’amore. Questo è quello che conta, perché solo l’amore è capace di trasfigurare ogni cosa.

In questo tempo dell’anno in cui ci affacciamo alle tanto desiderate vacanze, cerchiamo occasioni e luoghi che lascino trasparire questa bellezza e prendiamoci il tempo per fermarci a riconoscerla e a contemplarla insieme. Incoraggiamo i nostri figli a fare esperienze significative per la loro vita. Il tempo del riposo è un tempo propizio per fare unità nella nostra vita, non abbandoniamoci semplicemente alla distrazione, che è esattamente il contrario, perché significa separare e disgiungere.

Un caro amico proprio in questi giorni ci ha detto che il tempo non è solo qualcosa che passa inesorabilmente ma è l’occasione per diventare come Dio vuole. Ci sembra un bel proposito per le prossime vacanze e per tutta una vita.

Anna e Raffaele Schipani
THE FAMILY
Rubrica di NUOVO PROGETTO