Sermig

Oltre la trincea

di Mauro Tabasso - La tregua di Natale della Grande Guerra.
Merito della musica.

Era il 24 dicembre 1914. Le truppe tedesche e i Camerons scozzesi si fronteggiavano nei pressi di Ypres, una piccola cittadina belga a ridosso del confine con la Francia.
Le due trincee nemiche erano così vicine (poche decine di metri) che nel silenzio della notte le sentinelle potevano udire ogni sussurro del nemico, e la situazione era in stallo da giorni.
Ad un certo punto gli scozzesi presero coraggio e iniziativa, e un sottufficiale con quattro soldati sgusciarono, nell'alba ancora buia, fuori dalla trincea per tentare di guadagnare qualche metro.
Arrivarono a meno di dieci passi dalla linea nemica, poi un rumore li tradì. Sicuramente erano stati uditi perché le sentinelle nemiche avevano cessato bruscamente le loro chiacchiere sommesse.
Cominciarono a strisciare all'indietro nel fango.

Metro dopo metro riuscirono a raggiungere la loro trincea e a sprofondarvi dentro, miracolosamente vivi. Attimi interminabili di silenzio, poi rotto dai passi fangosi e pesanti di un uomo. Un soldato tedesco era uscito allo scoperto e stava camminando adagio nella terra di nessuno. Sembrava disarmato, e teneva le braccia lungo il corpo, staccate dai fianchi. I suoi compagni sembravano incalzarlo con un tono che pareva voler dire: «Sei pazzo? Torna indietro!». Ma lui a quel punto sorprese tutti intonando con voce tremante un canto natalizio, nella speranza che il nemico comprendesse le sue intenzioni pacifiche. Il capoposto scozzese era in preda all'isterismo, non sapeva che fare, qual’era la decisione giusta da prendere. Un suo subalterno, un insegnante che a casa aveva lasciato moglie e figli, lo tolse dall'impaccio; tentò il tutto per tutto e con un balzo saltò fuori dalla trincea, disarmato, anche lui con le braccia lungo i fianchi.

I due si guardarono a lungo, il tedesco smise di cantare, attendendo la reazione dell’avversario. Lo scozzese non sapeva come farsi capire. Il tedesco riprese a cantare fissando l’avversario, che... gli rispose intonando a sua volta un canto natalizio scozzese. Sembrava essere l’unica lingua che entrambi capivano: un canto di pace, di amore, non importava l’idioma. Lentamente, il sottufficiale e così il suo omologo tedesco, seguiti da tutti gli altri soldati, uscirono dalle trincee, disarmati, ognuno unendosi al coro della propria canzone. Avvisati di quanto stava accadendo, due ufficiali delle rispettive fazioni si recarono sul posto per decidere il da farsi. Ma giunti là, videro le trincee abbandonate e i soldati in piedi nella terra di nessuno che cantavano, si scambiavano sigarette, si mostravano fotografie gesticolando.

Vedendoli, piombarono nel panico, timorosi per le conseguenze dell’«aver fraternizzato col nemico», reato assimilabile al tradimento, e punibile con la morte. Tuttavia, gli ufficiali, presi in contropiede dall'intera truppa, optarono fortunatamente per la via “diplomatica” e si misero a cantare a loro volta. I tedeschi donarono agli scozzesi un barile di birra, che questi ricambiarono con del whisky. La giornata continuò tra canti, partite a calcio (alcune lettere dal fronte ne documentano perfino i risultati), fumate e bevute in compagnia, come si fa tra vecchi compagni di scuola, tra amici. Nello stesso modo trascorsero diversi giorni (forse due settimane) prima che i rispettivi Stati Maggiori rompessero l’incanto della pace, quella pace cominciata dal gradino più basso, dal fango, dalla truppa, con un canto natalizio e destinata a terminare con una tromba che suonava la carica. La fine della storia, poi, la conosciamo tutti.

Ma quell'episodio, passato ai posteri come La tregua di Natale del 1914 fa ancora riflettere sulla guerra, su tutte le guerre che si stanno combattendo e sul potere straordinario della musica, un linguaggio davvero a prova di trincea.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Novembre 2018