Sermig

Il “Niente” che serve

Da pecora nera a pensatore, meditare aiuta a ricaricare le batterie

Non so se lo fanno ancora, ma molti anni fa esisteva un liquore che si chiamava “Niente”. Sì, proprio “Niente”. Particolarmente apprezzato in tutta la riviera ligure, il prodotto veniva servito dai pragmatici baristi che che, alla classica domanda: «Cosa le posso servire?», si sentivano rispondere dal cliente appunto «Niente, grazie». Così se erano astemi la prossima volta imparavano ad ordinare almeno un caffè entrando nel locale, se non altro per educazione. Spesso la vita è una questione di punti di vista, e siccome la vista è una cosa soggettiva, dobbiamo anche accettare il fatto che ci siano persone che vedono le cose in modo diverso da altre. Parlando di lavoro, per esempio, un idraulico è capace di fare un tubo tutto il giorno; un musicista è capace di fare solo quattro note; un disegnatore può tirare tre righe in tutto il giorno. Ma il niente a volte è tutto. Dipende dal tubo, dalle note, e dalle linee. A volte ciò che non sembra è. A me non hanno insegnato questo.

Alla mia generazione hanno insegnato che bisogna sgobbare, faticare, soffrire per raggiungere dei risultati. Calli e dolori, ecco! Mia moglie fa la fiorista ed è una che fa (e si fa) dei mazzi così (vedi o immagina il gesto...), perché a noi hanno insegnato così. Non c’è un altro modo per fare le cose se non quello dei nostri padri, l’unico, il migliore, il solo. Ma io che sono la pecora nera, colui che fa “perdere la razza”, il primo artista di una “lungherrima” (si può dire?) dinastia di lavoratori veri, duri e puri, sono sempre stato un po’ bastian contrario, e a questa faccenda del sangue e del sudore (anche ne ho sputato davvero tanto) non ci ho mai creduto del tutto. Io credo che ci sia un modo diverso per fare le cose, e dobbiamo accettare che qualcuno lo cerchi, e magari lo trovi anche, a beneficio proprio e di tutti.

Uno dei miei comici preferiti, per esempio, in passato aveva come leitmotiv una celebre battuta: «Che lavoro fai? Non faccio niente e penso...». Lui si esprimeva in modo più colorito, io in moto più etilico (vedi Niente...), ma il senso era quello. Ci sono lavori in cui è fondamentale pensare, più che fare, agire. In generale, io sono convinto che oggi sia un po’ così per tutte le professioni.

Un po’ di sanissima meditazione serve a tutti, a quelli che pensano e a quelli che fanno. Meditare, sforzarsi di fare il vuoto dentro sé, non solo aiuta a ricaricare le batterie ma anche a fare con più serenità e motivazione. È dimostrato che la meditazione giova a tutte le professioni e ai professionisti che hanno a che fare con la creatività. Praticamente chiunque se considerate il fatto che oggi neanche un lavoro ripetitivo può più essere bovinamente eseguito. Le nuove generazioni sono costrette a mettere ingegno e fantasia in ogni cosa che fanno, nel farsi venire idee, nell’inventarsi nuove professioni, nel concepire nuovi modi per fare cose che nuove non sono, nello scoprire vie inesplorate per far evolvere in meglio il mondo. Non è detto che tutto questo sia un male. È una grande opportunità. Certo, lo ammetto, è faticoso, ma mai come oggi abbiamo modo di osservare l’evoluzione al lavoro, e la creatività è sempre stata parte integrante del processo evolutivo della nostra specie. Meditare non significa «non faccio niente e penso».

Significa darsi un modo per capire meglio la realtà e i segni dei tempi, discernere con maggiore obiettività, e fare il vuoto dentro sé serve sempre perché un bicchiere pieno non può essere riempito da Niente... E la musica in qualche modo c’entra sempre. Aiuta a fare il vuoto, ma a volte anche a colmarlo. È sempre una preziosa, discreta, umile, creativa e insostituibile alleata.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Agosto /Settembre