Sermig

Occupato, non preoccupato

di Mauro Tabasso - Un giorno un amico saggio mi disse: “Dobbiamo abitare bene il nostro corpo”. Si, ma che si fa se è lui che ti sta sfrattando? Purtroppo per me il mio secondo nome è Ansia. Ho passato buona parte della vita a pensare di dover dimostrare qualcosa, quindi, nel mio caso, è tutto sommato logico. 

Mi sono procurato un vastissimo campionario di tutti i disturbi psicosomatici immaginabili, potrei tenere un master su cause, sintomi, prognosi e profilassi. Cito direttamente da Wikipedia: “L’ansia è uno stato psichico di un individuo, prevalentemente cosciente, caratterizzato da una sensazione di intensa preoccupazione o paura, spesso infondata, relativa a uno stimolo ambientale specifico, associato ad una mancata risposta di adattamento da parte dell’organismo in una determinata situazione, che si esprime sotto forma di stress per l’individuo stesso”. È abbastanza chiaro, mi pare. Un creativo non dovrebbe mai vivere nell'ansia, che per definizione non favorisce la creatività. Fare il compositore di mestiere significa vivere di ciò che si crea; se non si crea non si mangia, quindi essere in ansia equivale a non lavorare o a farlo male; in conclusione tutto ciò significa non lavorare.

È un sillogismo che sulla carta non fa una piega. Comporre musica è un mestiere oggi frenetico; quando ti commissionano qualcosa (e ringrazia che te la commissionano) deve essere pronto per ieri, possibilmente anche prima. In fretta e bene, in anticipo e bene. Quindi o si trova il modo di contrastare l’ansia (da prestazione, nel caso specifico) oppure semplicemente devi cambiare mestiere, se no oltre al corpo sarà anche il lavoro a sfrattarti. 

Io non sono mai riuscito a trovare un modo efficace per contrastare questi malesseri, eppure negli anni ho provato ogni cosa. Yoga, Training autogeno, Valeriana, Camomilla, Ignatia Compositum, Grappa barricata e ogni sostanza lecita che possa venirvi in mente, sempre con scarso o nessun risultato. La cosa che in assoluto ho trovato più efficace è la rinuncia al pensiero di avere tutto sotto controllo. Sì, proprio la rinuncia. In vita mia ho rinunciato a tante cose, dunque posso anche rinunciare a un pensiero, no? Ho accettato che non posso occuparmi di tutto e non posso avere il controllo di molte cose, che, di fatto, devo delegare a qualcun altro (cosa difficilissima per uno puntiglioso sul lavoro come me). Ho accettato che l’ispirazione, la musica che scrivo non la posso forzare; se viene viene, e se non viene non sono stato abbastanza ricettivo, abbastanza sensibile per raccoglierla. 

Ma soprattutto ho accettato di vivere quello che faccio come un dono, un privilegio, che ogni giorno si rinnova. Ogni volta che scrivo tre righe, provo stupore perché è qualcosa che non ho mai ascoltato prima. A volte provo vergogna perché non sempre quello che esce mi piace, o mi sa di già sentito, tuttavia è una parte di me che si manifesta, quindi la accolgo con gratitudine, riservandomi poi di esprimere un giudizio; la lascio fluire, sognando sempre di fare meglio e sempre tenendo un occhio sul quel foglio bianco che devo riempire, perché è attraverso di lui che pagherò le mie bollette. 

Dopo la rinuncia, c’è il perdono (di me stesso e degli altri). Questi due passi hanno cambiato enormemente la mia vita. La prima perché se certe cose perdono importanza potrai anche fregartene di loro e liberarti da un peso, il secondo perché ogni giorno mi ricorda che non sono Superman; lui ha la Super Vista mentre io la Super Svista, quindi sbaglio e non devo pretendere la perfezione da me. Se vivo senza sensi di colpa sono già perfetto nella mia imperfezione. Cerco di essere occupato, ma non preoccupato. Questo cammino mi sta portando a vivere da indifeso, soprattutto davanti alla musica, e questo mi permette ogni giorno di gustarla come un dono. Non ho ancora risolto molti dei miei fastidi psicosomatici, ma una cosa l’ho appurata: il mio corpo è la mia casa, e nessuno, nemmeno io ho il diritto di sfrattarmi.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO di Febbraio 2017