Che emozione! Ho suonato in una favela! (seconda parte)

di Mauro Tabasso - ll giorno dopo Marco Vitale ci porta in una scuola. Circa 600 bambini in due riprese da 300. Stessa squadra, stesso pulmino. Ancora pioggia. La scuola ha un piccolo teatrino in uno spazio aperto comune. Arriviamo, montiamo e Dinei comincia il sound check. Ci guardano male, stiamo disturbando le lezioni, è evidente. Anche qui, comincia tutto in un clima di diffidenza, di “chi sono, cosa fanno, cosa vogliono questi qui?”. Si ripete la scena del giorno prima. A metà del primo pezzo già è fatta! Conquistiamo alunni e insegnanti. Marco V. parla dei sogni, di quanto siano importanti per vivere, di quanto sia fondamentale crederci. E l’incontro continua.

Alcuni dei ragazzi che abbiamo visto il giorno prima nella favela vengono a salutarci. Ci abbracciano tutti con calore indescrivibile, neanche fossimo calciatori. Firmiamo autografi per un’ora, ma non solo io e Marco Maccarelli che abbiamo cantato e suonato... Proprio tutti, perfino Dinei e Simone che ha manovrato la telecamera. Le insegnanti ci offrono la colazione, caffè e panini, e noi cerchiamo di metabolizzare un altro pieno di emozioni. Non basta un’Alka seltzer. La preside ci accoglie e ci ringrazia. Tocchiamo con mano che qui, come in molte altre parti del mondo, la sete di bellezza è davvero tanta. Le insegnanti ci ringraziano perché, mi pare di capire, a volte loro non sanno bene come fare a stimolare i ragazzi, ma i sogni, la bellezza, l’affetto e perfino la musica rendono la vita migliore. Cominciamo a sentire la stanchezza, ma domani si replica in un orfanotrofio.

Se avete visto il film The Blues Brothers, immaginatevi l’istituto dove sono cresciuti i protagonisti Jake ed Elwood... Architettura severa, austera e coloniale da inizio ‘900, scalone in legno massiccio all’ingresso che da su un corridoio, portoncino a due battenti e... Nooo! La Pinguina (vedi film)! Oddio... Marco V. mi spiega che questo edificio inaugurato mi pare nel 1915 è il primo orfanotrofio di Sao Paulo, costruito per ospitare gli orfani degli immigrati (in quegli anni in buona parte italiani), che perivano nel viaggio o appena arrivati in Brasile. Dopo la fine della schiavitù (almeno sulla carta) molti nostri avi sono venuti in Sud America praticamente a rimpiazzare gli schiavi nelle piantagioni di caffè. Non avevano le catene ma di fatto la loro era una vita da reclusi, e questa casa ospitava i loro figli dopo la loro morte. La Pinguina è in realtà una piccola, minuta e arzilla suorina mulatta, molto simpatica, che parla bene l’italiano perché la fondatrice dell’ordine e della struttura era italiana, Madre (beata) Assunta Marchetti, nativa della provincia di Lucca. La suorina ci spiega che oggi gli ospiti non sono senza genitori, ma per lo più tolti alle famiglie dal Tribunale dei minori e affidati all’istituto.
Incontriamo i ragazzi. Una trentina. L’atmosfera è rigida, protocollare, inquadrata, ma subito sogni e musica hanno la meglio. Domani è l’ultimo giorno, poi io riparto e lascio i miei compagni qui ancora qualche giorno.

Marco V. ha organizzato la stessa scena in un istituto di istruzione per ragazzi portatori della Sindrome di Down. Sono circa un’ottantina tra ragazzi e adulti. Calore umano, sogni, musica, gioia, ballo e canto sono un mix pazzesco, esplosivo, assurdo, commovente fino alle lacrime. Che bello essere qui e quante cose belle porterò a casa, per sempre. Altro che grandi teatri e cerimoniali... Ed ora eccomi qui, di notte, su un Boeing dell’Air France a sorseggiare cognac (sono francesi, bisogna capirli...), battere sui tasti di un laptop nella speranza di ricordarmi di tutto, di tutti... In attesa che Morfeo mi dia una bella randellata sulla capoccia, visto che l’Alligalli non si vuole proprio placare. Sono stati otto giorni veramente bellissimi, intensi, pieni e stancanti. Ho fatto il pieno di emozioni per un po’, ma i sogni di questi ragazzi... Sono loro che mi accompagnano, e ora tocca anche un po’ a me esserne custode. E vorrei che proprio voi, che ora state leggendo questa pagina, accettaste di condividere con me questa responsabilità, che, sia chiaro, non è un peso, ma un dono, un privilegio. Ai miei sogni oggi posso aggiungerne molti altri.







Rubrica di NUOVO PROGETTO

(seconda parte - numero di agosto/settembre)
prima parte

 

 

 

 

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