Sermig

Che emozione! Ho suonato in una favela! (prima parte)

di Mauro Tabasso - Il display sul sedile di fronte al mio indica 33mila piedi sopra l’Oceano Atlantico, 1100 Kmh circa, e un ventaccio di poppa che fa ballare l’Alligalli a questo mastodontico Boeing L’aereo è mezzo vuoto. Il cuore invece no.

Sto rientrando dopo 8 giorni passati a San Paolo, in Brasile, e sono stracarico di ricordi, di emozioni, di esperienze.

Giorni fa sono stato invitato con Ernesto Olivero, Marco Maccarelli e altri amici dell’Arsenale della Pace a partecipare alla settima edizione del Conta Comigo, Conta su di me, presso l’Arsenale della Speranza di San Paolo, un’iniziativa rivolta principalmente ai giovani delle scuole e a quelli che frequentano la nostra casa. Lorenzo, Simone, Marco Vitale, Gianfranco e Ivan hanno organizzato la cosa, con l’aiuto di Ariana, Robertinho, Alessandro (si pronuncia Alesciàndri) e molti altri amici brasiliani.

I giovani, circa 300, dopo diverse attività nel quartiere e dopo gli interventi di Ernesto, Vasco, Simone e altri arrivano in massa in uno dei dormitori dell’Arsenale, accolti da me e Marco M. che suoniamo e cantiamo. L’atmosfera è quasi irreale. Luci colorate, macchine del fumo e soprattutto un palco realizzato con i letti degli ospiti del dormitorio stesso, allestito a tempo di record dopo la loro uscita (stasera torneranno qui per dormire). Abbiamo messo su qualche canzone in portoghese e il suono di questa ridicola chitarra che mi sono portato dietro (una scheletrica travel guitar che si smonta) è veramente spaziale. Dinei (si pronuncia Ginèi, il nostro fonico), sta facendo veramente un ottimo lavoro. Bellissimo essere qui, suonare e vedere con gli occhi e con la pelle questi giovani che cantano, ballano, battono le mani. Emozionante!

Il giorno dopo Marco Vitale ci porta a suonare in una favela. Mai messo piede in una favela in vita mia. Mi manca, proprio come i letti a castello. Mi faccio prestare una chitarra da sbarco, modello Battaglione San Marco e si va. Sul pulmino Robertinho guida, Marco V. ci spiega il da farsi, Simone P. e Alberto B. imparano a fare pupazzi con i palloncini.

Arriviamo all’ingresso della Comunità 21, la favela. Passiamo per uno stretto lungo e buio cunicolo, che termina aprendosi in un dedalo di altri cunicoli, passaggi, aperture formate da divisori lignei e cartacei che delimitano le abitazioni delle numerosissime famiglie. Per terra, acqua e fango (piove). Ci accoglie uno dei capi della favela, una donna di colore sulla sessantina. Lei e sua figlia ci fanno entrare in casa. Circa 3 metri per 4, ma è una delle abitazioni migliori perché dispone di acqua e di una latrina. Ci guardano con diffidenza. Marco V. parla con lei, arriva qualche bambino. Per fortuna i piccoli ospiti di questa favela frequentano quasi tutti la scuola. Cominciamo a suonare e cantare. Simone e Alberto distribuiscono palloncini. Non passa un minuto che già i volti sono distesi, sorridenti. Cantano con noi, spuntano altri bambini, sono tanti. Anche le grandi cape cantano, ballano, battono le mani.

È fatta! È una festa! La musica veramente arriva dove solo lei può! In un attimo dal buio alla luce, dalla diffidenza alla fratellanza.

Più guardo i volti di queste persone e più vedo attraverso i loro occhi. Vedo la gioia che provano perché qualcuno è venuto a far loro visita portando qualcosa di bello, in modo disinteressato. Vedo la fatica, la sofferenza, la promiscuità della loro esistenza, ma vedo anche la dignità di queste persone, sento la loro capacità di amare, il desiderio di bello che c’è nel loro cuore, come nel mio. Ci tratteniamo per più di un’ora. Marco V. promette che tornerà con i giovani dell’Arsenale. Quando usciamo è buio (qui è inverno e le giornate sono corte), ma dentro di noi c’è molta luce.

 

 



Rubrica di NUOVO PROGETTO
(prima parte - numero di giugno/luglio)
seconda parte