Sermig

di Mauro Tabasso - Anche la musica può essere uno spunto per cambiare.

Quando mi capita di andare in centro città, di solito vado a piedi o uso i mezzi pubblici, così non ho la grana del parcheggio. Come un mio amico che qualche giorno fa mi ha telefonato chiedendomi se potevo andarlo a prendere perché gli avevano portato via l’auto. Ma non rubata, proprio portata via col carro attrezzi. Sono andato e quando è salito sull’auto, parafrasando Battisti, gli ho canticchiato ridendo: “Tu chiamale, se vuoi, rimozioni”. Eh si, in fatto di sentimenti e di emozioni, Battisti (musicalmente parlando) aveva già capito molto.

Le emozioni ci guidano, istruiscono, governano, ci fanno decidere in un modo o in un altro, o non decidere affatto. Tutta la nostra vita è in loro balìa. Corriamo tutto il giorno, ma perché? Perché abbiamo tante cose da fare? Forse le stesse cose potremmo farle con più calma e consapevolezza.

Invece corriamo perché abbiamo paura che il tempo non ci basti... Alla peggio abbiamo paura che il ritardo intacchi la stima che altri hanno di noi. Ma è la paura che ci fa correre, non il tempo. E ci priva anche del presente, perché ci fa vivere costantemente in un istante che non “è” ancora. Ma questo non è che un esempio. In generale, a ogni emozione corrisponde più o meno una nostra reazione, un comportamento che ne è diretta conseguenza.

La musica è una fonte immensa di emozioni. Il mestiere del nostro artista preferito è proprio quello di suscitare in noi emozioni potenti, che ci fidelizzano, ce lo fanno piacere, amare non per ciò che è, ma per ciò che ci dà, anche attraverso il suo “personaggio” e il suo lavoro. E una volta che siamo dei fedelissimi compriamo il suo disco (o lo scarichiamo), poi andiamo al suo concerto (quello non lo possiamo scaricare) e paghiamo 80-100 euro per un biglietto (l’equivalente di quattro/ cinque dischi). Una volta là, postiamo video e foto sui social e gli facciamo pubblicità gratis, poi acquistiamo un gadget, una t-shirt o altro. Infine attendiamo il prossimo disco e il prossimo tour per rifare grosso modo le stesse cose, perché lui o lei fanno così bene il loro mestiere (emozionarci) che non vediamo l’ora che escano con qualcosa di nuovo.

Tutto bello, tutto buono, per carità. Ma se queste emozioni provassimo a farle diventare propellente utile a spingerci, a farci prendere in mano la nostra vita e farcela cambiare, modellare, plasmare in un capolavoro? Perché a nessuno viene in mente di spiegarci come possiamo utilizzarle a nostro vantaggio? Perché vengono utilizzate solo per venderci qualcosa (un disco, un film, un’auto, una fornitura di servizi energetici o telefonici)?

Perché non possono diventare ragione e mezzo attraverso i quali cambiare, crescere, migliorare? Se riuscissimo a trattenere dentro di noi uno stato d’animo, e riuscissimo a farlo diventare fonte di volontà, di motivazione, se riuscissimo a farlo diventare una buona ragione per vivere, per progredire, allora questo sarebbe davvero un circolo perfetto e fantastico. Ci commuoviamo davanti a un film (e io sono tra quelli che hanno pianto guardando Titanic, La leggenda di Bagger Vance, Collateral Beauty, Kung Fu Panda 1, 2 e 3...) poi però la nostra vita rimane sempre quella di prima, con gli stessi guai, la stessa miniera e la stessa polvere...

Il nostro immobilismo fa comodo, infatti vedrete che uscirà Kung Fu Panda 4... Ma è a noi che devono far comodo le emozioni che proviamo. A noi, non alle tasche di qualcun altro. È a noi che devono servire, è noi che devono cambiare.
E siamo noi che dobbiamo imparare! Tra le altre cose, anche a parcheggiare un po’ meglio!

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Aprile 2018

di Mauro Tabasso - Sovente la musica non è un valore aggiunto ma un modo per riempirsi le tasche.
Ci sono tipi di musica che proprio non riesco a digerire. Come certi cibi. Ieri sera per esempio ho cenato fuori e ho mangiato cose che io non cucinerei nemmeno sotto tortura. Roba così pesante che probabilmente pure la lavastoviglie si è lamentata. Scommetterei che le hanno dovuto mettere giù il diger selz al posto del detersivo in polvere e un bel fernet nel serbatoio del brillantante. Dopo cena ovviamente siamo spiaggiati tutti sul divano, nell’attesa che i succhi gastrici avessero la meglio in uno scontro epico. Pessima sensazione. Non vale veramente la pena mangiare così per poi patire le pene dell’abbiocco. Sarà per quello che nei ristoranti in cui si professa la nouvelle cuisine ti levano a mala pena la più grossa (fame). E la paghi cara, ma di sicuro dopo cena hai ancora voglia di fare il brillantone; hai ancora l’energia e la lucidità (dal momento che il vino costa anche più del cibo) per fare qualcos’altro piuttosto che “guadagnare” una chaise longue col passo del leopardo.

La settimana scorsa mi è capitata anche quella, la nouvelle cuisine (questioni di lavoro, pubbliche relazioni, diciamo così...). Ora, non mi pare di essere tutto questo esempio di tirchieria, ma la mattina dopo mi dispiaceva quasi andare in bagno. Insomma, tutti quei soldi... E dopo 12 ore di digestione tutto giù per il tubo, non so se mi spiego. Lo stesso effetto che fa certa musica. Alludo allo spreco non al fatto che ti fa accomodare nella toilette. Cioè sì, magari anche quello ma insomma... Il mondo è bello perché è vario e i gusti sono tutti rispettabili, tuttavia sono convinto che il 90 per cento dell’arte, della musica nel mio caso, potrebbe anche non esistere.

Non solo non aggiunge nulla alla mia esistenza, non nutre il mio essere, la mia curiosità, il mio intelletto, ma ingombra e basta, occupando uno spazio che (se vuoto) mi renderebbe certo più leggero, curioso, vitale; uno spazio che potrei tranquillamente conservare vuoto o semplicemente riempire con qualcosa di più importante, che rappresenti veramente un valore aggiunto alla mia vita, alla mia giornata. Il mese scorso, parlando di emozioni, credo di aver fatto cenno ad alcuni film. Non voglio generalizzare, ma il mestiere di chi confeziona quelle pellicole (come di chi produce musica o scrive libri) in generale è vendermele, né più né meno. Lo fanno per lavoro, non hanno altri interessi. E io per loro sono solo una fetta di mercato, un target, un individuo da intortare, convincere, conquistare, e poi da tenere stretto, se possibile.

Nessuno ha a cuore la mia persona, la mia crescita, il mio benessere e il mio portafogli; nessuno ha interesse a spiegarmi come far funzionare le mie emozioni per trovare equilibri migliori, che mi rendano più centrato, più felice.
Gli equilibri non lasciano vuoti, e senza vuoti non posso essere riempito, mentre un certo tipo di commercio necessita della mia infelicità, in modo da offrirmi ora del comfort food, ora un week end alle terme con massaggio, ora un vestito o un paio di scarpe nuovi, ora un mese di abbonamento a una palestra o qualsiasi altra cosa possa gratificarmi... Ma in fondo la colpa è un po’ mia, delle mie scelte. Sono io che devo badare a me stesso e posso decidere se mi va bene così oppure voglio cercare di stare ancora meglio.

Sono io che devo decidere se voglio imparare qualcosa di utile e profondo da un film, dalla musica o da un libro oppure voglio solo distrarmi, dimenticare tutto e distendermi da qualche parte. Se avessi imparato prima a capitalizzare tutte le emozioni che ho provato in vita ora sarei un genio, ma la consapevolezza di poterci ancora provare è davvero una gran bella condizione. Direi che è la base per ripartire, soprattutto se associata a una bella citrosodina con ghiaccio e a un po’ di sano digiuno.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Maggio 2018

 

 

 

di Mauro Tabasso - Ieri ho passato la giornata fuori città e mi sono fermato a prendere un caffè in un bar, uno a caso. Alzando la testa, mentre lo bevevo, sul muro alle spalle della barista, ho letto una scritta: creiamo emozioni e le racchiudiamo in una tazzina. Urka... Potevi dirmelo subito. Se avessi letto prima di ordinare, invece di un caffè normale ne avrei chiesto uno corretto, che ne so... Gioia, oppure Felicità, oppure corretto Allegria. Comunque corretto con qualche bella e gagliarda emozione insieme alla caffeina. Eh sì, se ne fa un gran parlare di queste emozioni, adesso ce le fanno anche bere e mangiare, e uno si chiede come, ma soprattutto... perché. Beh, il come è più facile intuirlo, ci si arriva. Il perché invece è leggermente più nascosto. Ma tanto per cominciare, le emozioni sono il nostro pane quotidiano.

Ne passano di più per la testa che acqua e cibo attraverso la bocca. Sono parte integrante di ciò che siamo, fanno parte della nostra evoluzione da sempre, sin dai tempi del fuoco e delle caverne. Pensateci, non ci saremmo forse già estinti se i nostri antenati non avessero temuto l’orso grande e cattivo che veniva a fare cucù nei loro antri bui rivendicando (oltre alla cena) il diritto ad abitarli, quegli antri? La paura mette le ali ai piedi e a volte salva la vita e la specie. E così la rabbia, che ha aiutato sempre i nostri antichi progenitori a difendere i loro averi, il loro cibo, i loro territori, la loro prole. Oppure il dolore. Quando da piccolo metti le dita su una candela accesa, è sicuro che la volta dopo te lo ricordi da solo che il fuoco brucia. Le emozioni ci educano, ci istruiscono.

È per questo che ho sempre sognato una scuola emozionante. Sarebbe tutto molto più semplice e più divertente da imparare. Ma le emozioni ci programmano e ci dominano, a nostra insaputa. Prendete la pubblicità, per esempio. Ma secondo voi, a queste aziende che vi forniscono l’energia per realizzare i vostri sogni e trasformarli in futuro, perché se puoi pensarlo puoi farlo, e la loro energia pensa, è intelligente, uh come è intelligente... E sogna anche, proprio come noi poveri tapini. Ma da 1 a 10 quanto gli frega dei vostri sogni? E che dire di quelli che confezionano il fragrante biscotto fatto con le uova fresche della gallina che, alla faccia dell’Asl, è lì che fa l’ovetto proprio sul tavolo da lavoro, coccodando amabilmente (la gallina non chiacchiera un gran che...) con il mugnaio/pasticcere? Meno male che ora l’hanno rimossa. Era solo questione di tempo prima che qualcuno gli mandasse un controllo.

E che dire ancora di quelli che ti fanno guidare l’auto che ti fa sentire come un supereroe sulla Batmobile? Già perché come dice una canzone, «nessuno vuole essere Robin», vogliamo tutti essere Batman... E quelli che ti vendono il profumo che fa sentire sicuri di sé come una top model sciantosa sulla passerella? L’unica cosa che frega a queste aziende, è che noi ricordiamo il loro brand, il loro marchio.

È infatti stra-provato che acquistiamo per lo più ciò che ricordiamo. Così il ricordo viene legato a qualcosa di bello, emozionante, positivo, ad una storia con un lieto fine, ad un contesto davvero emozionante nel quale magari ci possiamo anche riconoscere.
Una situazione che ci istruisce. Ma non è solo la pubblicità a guidarci in questo modo. In generale sono tutti i media, compreso il cinema e, udite udite, anche la musica. La logica è la stessa della tazzina di caffè, creare emozioni e racchiuderle dentro qualcosa.

Forse ve ne parlo la prossima volta, almeno ci provo. E siccome adesso è ora di pranzo, la gallina del mugnaio è disoccupata, ora prendo una delle sue uova e mi ci faccio una bella frittata. Perché come disse un comico parafrasando la nota pubblicità di un rasoio destinato solo a uomini veri: «Omelette, il meglio di un uovo».
E sempre a proposito di emozioni, giusto per la cronaca, il caffè di ieri era da paura.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Marzo 2018

 

 

 

di Mauro Tabasso - Da anni, per quel poco che suono, vado in giro con uno strumento un po’ particolare, fatto costruire su misura. Si tratta di una chitarra classica elettrificata. In verità credo che a forza di farsi suonare da me sia ormai diventata ele-terrificata, poveretta... Ne ha viste di tutti i colori.

Chitarrista a parte, parlo di intemperie, piazze, teatri, tendoni e palazzetti, gente senza tetto, presidenti, papi e corazzieri, e poi cappelliere, stive di aerei, treni affollati, furgoni stipati, cameraman che ci si siedono sopra (è successo davvero), e ancora palchi sfondati, fonici incapaci, assistenti svogliati, allievi assatanati che ti chiedono di provarla, e infine il suo paziente costruttore, il liutaio che puntualmente, ogni volta, ne riassembla i cocci con amore e dedizione... Insomma, una vita on the road, rock and roll, up and down, in & out, black and white, Spic & Span, Fresh and Clean, M&M’s... Un po’ come quella del padrone. Lei con i suoi bolli e la sua vernice consumata che le danno quel fascino un po’ vintage, un po’ “relic”, molto di moda oggi, e io con le mie croste, le mie ferite e le mie cicatrici, visibili e non. E come per tutti, di solito è proprio a quelle invisibili che appartengono i tagli più profondi. Meno le facciamo vedere e più hanno sanguinato.

Aspetta, c’era una canzone... “I migliori danni della nostra vita, i migliori danni della nostra vita...” (qualcuno ne ha anche fatto uno spettacolo teatrale).
Ognuno di noi li ha curati e continua a curarli come meglio può. Chi cercando aiuto, chi facendo da solo, chi con il cibo, chi con il digiuno, la preghiera, chi perfino con la musica, e chi con un mix di tutti questi rimedi più qualcos’altro ancora. Per me le cure non sono mai state totalmente efficaci, risolutive. Certe ferite non sono riuscito a guarirle del tutto, ho solo potuto imparare a conviverci, così come si impara a suonare uno strumento segnato.

Ogni graffio ti ricorda qualcosa, un momento, un concerto, una performance, un imprevisto, un incontro (o uno scontro...), e quasi ti ci affezioni. È una convivenza che richiede impegno.
Ogni giorno si impara e il giorno dopo si ritorna ignoranti e si deve rifare nuovamente il cammino. Mai smettere di lavorare su se stessi, mai smettere di studiare, questo almeno la musica me lo ha insegnato. Le ferite si chiudono, le cicatrici rimangono a ricordarci che la convivenza con noi stessi è una conquista. Ma d’altra parte non ho mai sopportato gli strumenti (e le persone) troppo immacolati.

Insomma quando hai una bella chitarra, certo, la tieni meglio che puoi, ma farla invecchiare senza nemmeno un graffio significa averla fatta costruire invano, giusto per farle prendere la polvere e lucidarla ogni tanto. Che spreco di risorse! E così le persone. Cerco di tenermi meglio che posso, ma non voglio arrivare alla fine del mio percorso senza dolore, senza amore, senza rabbia, senza perdono, senza gioia. Decisamente sarei vissuto invano. Meglio vivere da rolling stone, da pietra rotolante, perché ogni scossone mi smussa un angolo, un’asperità, ma lascia anche un segno sul terreno, una traccia del mio passaggio, del mio rotolare, perfino sui terreni più duri. A me la musica ha aiutato molto, e mi ha anche fatto soffrire molto. Mi ha dato grandi soddisfazioni e forse qualcuna me la darà ancora, ma è un percorso faticoso, tortuoso, per nulla meritocratico, almeno da un punto di vista artistico.

Un percorso che richiede un grande lavoro oltre che sulla disciplina anche su se stessi. Ma quando guardo i segni sulla mia costosissima chitarra, in fondo, non posso fare a meno di esserne commosso, grato e felice. Perché ogni suo segno insegna.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Febbraio 2018

di Mauro Tabasso - Le origini della musica Ambient. Ma la rivoluzione passa dalle idee.

Come ogni anno il primo vero freddo mi frega. Raffreddore, tosse ma soprattutto mal di gola. Ieri sera ho ingoiato un generoso cucchiaio di miele e guardando in su ho cercato di deglutirlo lentamente in modo da farlo scorrere lungo le pareti del cavo orale. È un rimedio molto semplice che veniva già utilizzato dagli antichi Etruschi. Però...
Ora che ci penso, quanti antichi Etruschi si possono ancora vedere in giro?
Mi sorge un terribile dubbio sull’efficacia dei loro rimedi. In questi casi c’è chi opta per latte caldo e rum. Io sono intollerante al lattosio, però potrei sempre buttarmi sul rum. Rimedio un po’ meno antico ma che mi è già più congeniale. Tuttavia le piantagioni di canna da zucchero non hanno l’aria di essere colture così eque e solidali. Meglio evitare. Ok, decido per Aspirina e un giorno di riposo, sdraiato sul divano col plaid sulle gambe, come mia nonna.

Sdraiato, Coldplay, ah ah! Internet cammina, quindi posso dedicarmi seriamente a Netflix. Ci sono un sacco di film che voglio vedere da un secolo. I primi della lista sono ancora muti e in bianco e nero tanto sono rimasto indietro.
Mi piazzo comodamente, armato di telecomandi, tisana calda e sintonizzo la tv. Ma nell’attesa che il modem si connetta sono catturato dal canale su cui l’apparecchio si è acceso. Ma guarda... Un documentario sugli orsi polari. Riconosco la musichetta che fa da sottofondo alla voce narrante. Opera mia, roba vecchia. Curioso ritrovarla qui, oggi.
Non sono mai stato un drago con la così detta musica Ambient, che va per la maggiore in questo genere di programma. Ambient è un termine che vuol dire tutto e niente. Musica d’ambiente, d’atmosfera, ricca di suoni/effetti naturali, il cui confine con la new age è estremamente labile (quest’ultima ne è considerata un sotto-genere). In generale è una musica dove tono (non inteso come tonalità) e atmosfera contano molto più delle componenti tradizionali della musica, come ritmo, melodia, struttura, testo letterario.

È un genere nato ai primi del 900 che di solito si fa risalire a Erik Satie (1866 – 1925), colui che coniò l’espressione Musique d’Ameublement (musica d’arredamento – talvolta tradotta con “musica da tappezzeria”) per definire lo stile dell’ultima fase della sua produzione (1916 – 1925). In tempi più moderni grandi esponenti dell’Ambient sono, sono stati, John Cage, Philip Glass, Terry Riley, Brian Eno e Paul Horn (il jazzista che ha suonato da solo all’interno del Taj Mahal e della Piramide di Giza). Insomma una schiera illustre di sperimentatori che ha poco a che fare con documentari e orsi, tuttavia persone la cui opera ha contribuito in qualche modo a cambiare alcuni aspetti della nostra esistenza.

Oggi l’Ambient è dappertutto, non solo nei documentari, ma negli aeroporti, negli ascensori, nei supermercati, nei centri commerciali, nelle sale d’attesa, nei media. Come Satie dichiarò, «La Musique d’Ameublement è in sostanza un prodotto industriale. L’abitudine, l’uso, vogliono che si faccia musica in circostanze con le quali la musica non ha niente a che vedere... È una musica dichiaratamente utilitaria». La vera rivoluzione la fanno le idee.
L’intuizione del grande compositore francese ha aperto un mondo così vasto che nessuno lo poteva immaginare. Ma la domanda (per nulla musicale) che oggi mi sorge è questa: io sono tappezzeria o sono il muro che regge la casa? Sono “utilitario” o voglio essere utile? Voglio essere sottofondo o diventare protagonista? Voglio estinguermi come un antico etrusco a causa di un raffreddore o voglio fare della mia vita un capolavoro ineguagliabile come alcune opere di Satie? Eh, mi sa che i film dovranno aspettare ancora un po’.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Dicembre 2017

di Mauro Tabasso - Dunque dunque, sembra che codesta rivista compia 40 anni, se non mi hanno informato male. Praticamente siamo già nella categoria “maturi”, tendente al “tardoni”. La solerte redazione mi ha notificato che ho contribuito a questa piccola pubblicazione con 221 articoli a partire dall’ottobre del 1993.
Mi sorgono quindi spontanee alcune domande. La prima: ma siete sicuri? Avete contato bene? La seconda: mi sembrano tanti... ma come ho fatto?

Terza e più importante: ma come avete fatto voi? Come siete riusciti a leggere, sopportarci, lodarci, criticarci per tutto questo tempo? Dite la verità: non avete letto, avete guardato solo le figure. Ah, beh, se è così io sono salvo, nelle figure vado forte, soprattutto in quelle di menta. Spesso però queste ultime sono sinonimo di genuinità, sincerità, autenticità, magari di scarsa diplomazia o addirittura di ingenuità, ma in qualche modo sanno di vero, di spontaneo, sbaglio? Meglio una brutta figura di un comportamento ipocrita, falso, farisaico, almeno dal mio punto di vista.

La musica mi ha fatto fare davvero tante, tante figure, in gran parte belle (per fortuna), e qualcuna anche brutta. Il mio rapporto con lei (la musica) è ormai più che quarantennale, ma il 1993 è stato un anno importante per me. È l’anno in cui ho cambiato vita, mi sono licenziato dal mio precedente lavoro per buttarmi a capofitto nel mondo dell’arte dei suoni. Quindi quest’anno festeggio 25 anni di attività o giù di lì.
In tutto questo tempo il mio rapporto con questa “passione” (sempre la musica) è cambiato tante volte. Chi era quel filosofo del divenire... Eraclito?

Proprio lui, possibile? Beh, in buona sostanza sosteneva che nulla è fermo, nulla è immutabile, ma tutto è in divenire. Ed effettivamente io trovo questa teoria assai calzante a molti aspetti della nostra vita. I rapporti, per esempio. Non stanno mai fermi; o crescono o diminuiscono per intensità, qualità, ma non stanno mai fermi, non rimangono mai così come sono per un periodo troppo lungo. Quando lo fanno significa che non sono profondi, sani, ma superficiali, distratti, inutili. E così il rapporto con la musica. Va coltivato un giorno dopo l’altro, con i suoi alti e bassi, i suoi giorni buoni e quelli cattivi, un po’ come tanti altri rapporti, personali e non. Non lo credevo possibile, non lo credevo vero quando sono partito.

Pensavo, speravo che lo slancio iniziale avrebbe abitato in me per tutta la vita. Ma mi sbagliavo. La passione, l’innamoramento, quello che ti fa venire i brividi, ti prende allo stomaco e non ti fa dormire la notte perché sei troppo eccitato per farlo, in un rapporto sano e sincero lasciano piano piano il posto a un amore più profondo, più vero, più consapevole dei pregi e dei difetti tuoi e di quello che fai.

Quando cominci a dormire di nuovo, non significa che non sei più innamorato, ma che hai cominciato ad amare davvero, perché nonostante i difetti, le cose che non ti piacciono e fai fatica ad accettare, vuoi ancora con tutta la tua volontà andare per quella strada e metterti in gioco, una prova dopo l’altra. Moltissime volte mi sono chiesto cosa avrei fatto se avessi scelto un’altra strada, o semplicemente dove sarei adesso se avessi continuato a fare quello che facevo prima. Purtroppo non ho la risposta, ma so che in questo momento non riesco ad immaginarmi a fare altro, con altre persone accanto, in un altro luogo, in un altro ambiente. Significa che ho fatto la scelta giusta? Non lo so, ma è certamente una scelta che riempie ancora la mia giornata, la mia vita, non sempre e solo di cose belle.

Ma d’altronde anche io sono bravo nelle mie figure, quindi ci sarà anche qualcuno che benevolmente le sopporta, qualcuno che farebbe volentieri a meno della mia compagnia o della mia collaborazione, eppure c’è. Non so se sarò ancora qui a raccontarvi di queste belle figure per altri 25 o 40 anni, ma è certo che la musica, e anche voi che pazientemente leggete, mi avete dato molto. Ve ne sono grato, e spero che insieme diverremo qualcosa di buono e di interessante.
Perciò alla prossima figura (in caso non abbiate voglia di leggere...).

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Gennaio 2018

 

 

 

di Mauro Tabasso - Il mio telefono non sa dove voglio andare, lo decido ancora io.
Due anni fa i miei più cari amici mi hanno regalato un telefono moderno, touch screen, un milione di app, mappe, fotocamera che fa le radiografie e molto altro ancora. Prima ne avevo uno con i tasti che facevano click quando li premevi, schermo skiacch screen, anzi “Countach! S’crin!” (locuzione che in dialetto piemontese significa letteralmente: “Perbacco! Che maiale!”), e una fotocamera buona per un videoleso dopo il tramonto in un giorno di nebbia. Io comunque c’ero affezionato, e non sono riuscito a separarmene.

Tra poco diventerà modernariato, proprio come il padrone. Ad ogni modo il telefono di oggi è strabiliante, fa tutto quello che puoi chiedergli e anche di più. Ti risponde, perfino. Poi ha una funzione troppo simpatica che si chiama “trova i tuoi amici”. In pratica individua le persone (previo assenso) che vogliono condividere con te la loro posizione. Tutto l’opposto della privacy e della riservatezza, tuttavia cosa utile per esempio in famiglia, se non si ha un’amante. Devo dire che questa cosa molto poco discreta e sabauda di trovare i tuoi amici, mi piace, anche se in verità questa app sarebbe di gran lunga più utile ed efficace se potesse trovare i tuoi nemici. Io gli amici lo so già dove sono. Prima di tutto nel mio cuore. I nemici invece non sai mai sotto quali spoglie si celano, quando e come colpiranno. A volte non sai neanche bene perché sono tuoi nemici, a volte manco li conosci, non sai perché ce l’hanno con te. La tecnologia non è in grado di dirtelo ma è in grado di fornire loro un’arma esplosiva, come il connubio tra calunnia e social network.

Il mese scorso, per esempio, una direttrice di banca del mantovano è diventata oggetto di cyber bullismo di massa a causa di un video sfuggito alle maglie della rete aziendale del suo datore di lavoro, un noto istituto di credito (e anche di debito: il mio, per esempio...). Non so se vi è chiaro l’episodio a cui mi riferisco. Se sì bene, se no pazienza; è una vicenda sulla quale non voglio esprimermi; vi basti solo sapere che io, Ernesto (Olivero) e tutta la casa siamo stati coinvolti, nostro malgrado, naturalmente. La cosa che più mi ha colpito è la ferocia con cui gente che non conosci neanche lontanamente, neppure di striscio, gente spesso totalmente disinformata, possa arrogarsi la libertà e il diritto di esprimere opinioni (spesso prive di reale fondamento) in modo pesante, maleducato, ingiurioso. E poi mi ha colpito il fatto che quando lo fa uno, uno soltanto, a migliaia seguono l’esempio, in migliaia si sentono autorizzati, sdoganati a farlo, senza pensare, senza documentarsi, senza costruirsi un’idea propria, un’idea che possa essere almeno pallidamente supportata da qualcosa di reale.

Oggi esiste una branca della psicologia chiamata “Psicologia del dominio”, che si occupa proprio di studiare i meccanismi attraverso i quali un pensiero, una tendenza, anche stupida, possa diventare “dominante”; meccanismi che spiegano come mai ci siano persone in grado di dominare e persone con una voglia matta di essere dominate. Non ho ancora letto molto in proposito ma mi prometto di farlo, perché trovo l’argomento di grande interesse, di estrema attualità e molto attinente al mare della comunicazione, nel quale spesso mi trovo a navigare, tra le onde, con il pedalò e senza bussola.

Fortuna che il mio telefono ha la localizzazione; lui, almeno, se ha campo e batteria, sa dove mi trovo. Ma non dove voglio andare! Quello lo decido ancora io. E in questo momento vorrei andare dentro il mio cuore, vorrei sapere cosa pensa della rotta che sto tenendo, di come mi sto comportando in questo viaggio; soprattutto vorrei chiedergli se posso fare meglio ciò che sto facendo, se posso essere migliore di come sono, se mi amo abbastanza da accettare i miei errori ed anche i miei limiti.

E poi vorrei dire al mio telefono: «Caro te, con la tua mela rosicchiata modello Biancaneve, guarda che diventerai modernariato molto, molto prima di me, ma intanto, se puoi, trova i miei nemici, così io potrò cercare un modo per farmeli amici, forse».

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Novembre 2017

di Mauro Tabasso - Abbi un occhio di riguardo per il tuo chitarrista... (I. Graziani)

Quando frequentavo il Conservatorio, su di me circolava una simpatica battuta. I miei compagni dicevano che la differenza tra me e il nostro maestro era una sola ma sostanziale: lui era un chitarrista classico, mentre io ero il classico chitarrista. In verità passavo milioni di ore notturne a studiare, studiare e studiare ancora, perché ero divorato dalla brama di dimostrare che valevo, che ero bravo, almeno con la chitarra. Mi sentivo sempre inadeguato, e questo mi spingeva a cimentarmi con programmi musicali non da classico chitarrista, ma da vero kamikaze suicida.

La mia chitarra, una vecchia José Ramirez, era stata soprannominata la Toledo Salamanca, proprio come le celebri spade (quella di Ramirez – Sean Connery, maestro d’armi nel celebre film Highlander – L’ultimo immortale, del 1986, ancora lo replicano...). Una parte di quello strumento, piuttosto costoso, mi fu regalata tramite regolare colletta dai miei amici più cari. Almeno a loro dovevo dimostrare qualcosa. Il corso di Diploma in Chitarra durava 10 anni, ma io ce la feci in 6, sempre lavorando di giorno e studiando di notte.

Fu un grande sacrificio. Dopodiché mi accingevo a infilare la mia bella serie di concerti classici molto veramente ganzi, super protocollati, rigidi e ingessati, con abiti pinguinati e scarpe di vernice d’ordinanza. Lì esibivo il mio bel repertorio da cattivissimo guerriero Masai. Pezzi impegnativi, dove la tenuta fisica e la concentrazione erano messi a dura prova. Fu durante uno di questi concerti che accadde l’imprevedibile.

Proprio dietro una frullata di note, ecco comparire un poderoso, sterminato e gelido vuoto di memoria. Stavo eseguendo un preludio scritto dal mio Maestro, il Guru di tutti i Kamikaze, e a metà, semplicemente, mi si era spento il cervello, avevo perso la concentrazione, mi ero scordato tutto.
Certo, un chitarrista che si scorda è un bel problema... Mi sono fermato, ho smesso di suonare, mi guardavo i piedi, ero incapace di reagire, non sapevo come venirne fuori. Musicalmente parlando è il ricordo peggiore della mia vita, tuttavia una prova da cui molti concertisti famosi sono passati.
Il centinaio scarso di persone in sala era imbarazzato e allo stesso tempo dispiaciuto per me, potevo sentirlo.

Avrebbero voluto aiutarmi ma non sapevano come. Finché quel genio di Luigi, uno dei miei compagni, si alza da in fondo alla sala, punta il dito verso la platea e grida: “Dài, fuori il furbone che è entrato con la kryptonite nella borsa!”. Un genio! Tutti scoppiarono a ridere e applaudire, perfino io che via etere lo ringraziavo per avermi soccorso con un’uscita degna di un capocomico. Di lì, mi ripresi e ripartii direttamente con il pezzo che avevo in serbo come bis, una “cartella” purissima, come dicevamo noi. Ma tutto era diventato più facile; l’ilarità aveva disciolto quell’aura presbiterale di inviolabile e cerimoniosa etichetta, che poco o nulla ha a che fare con la musica. Al di là del brutto ricordo, questo episodio è stato per me una lezione impagabile. È stata la mia ultima performance ingessata.

Da allora cerco sempre di divertirmi suonando, conscio del fatto che chi viene ad ascoltarmi, ancora oggi (che suoni o diriga), fondamentalmente è venuto per divertirsi, per piacere, forse anche per criticare, ma certo non per provare tensione o imbarazzo.
Ho capito che l’ironia è una meravigliosa compagna di vita, e che non bisogna mai prendersi troppo sul serio; diffido delle persone che lo fanno, di quelle che non sanno ridere di se stesse, e di quelle che non trovano mai il lato comico di una situazione. Non solo perdono qualcosa di importante nella vita, ma se mi stanno troppo vicino lo fanno perdere anche a me, che (per autodifesa) cerco di girare al largo quanto basta, fuori dal raggio d’azione della kryptonite che (consapevolmente o no), ahi loro, portano addosso.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
ottobre 2017

 

 

Da pecora nera a pensatore, meditare aiuta a ricaricare le batterie

Non so se lo fanno ancora, ma molti anni fa esisteva un liquore che si chiamava “Niente”. Sì, proprio “Niente”. Particolarmente apprezzato in tutta la riviera ligure, il prodotto veniva servito dai pragmatici baristi che che, alla classica domanda: «Cosa le posso servire?», si sentivano rispondere dal cliente appunto «Niente, grazie». Così se erano astemi la prossima volta imparavano ad ordinare almeno un caffè entrando nel locale, se non altro per educazione. Spesso la vita è una questione di punti di vista, e siccome la vista è una cosa soggettiva, dobbiamo anche accettare il fatto che ci siano persone che vedono le cose in modo diverso da altre. Parlando di lavoro, per esempio, un idraulico è capace di fare un tubo tutto il giorno; un musicista è capace di fare solo quattro note; un disegnatore può tirare tre righe in tutto il giorno. Ma il niente a volte è tutto. Dipende dal tubo, dalle note, e dalle linee. A volte ciò che non sembra è. A me non hanno insegnato questo.

Alla mia generazione hanno insegnato che bisogna sgobbare, faticare, soffrire per raggiungere dei risultati. Calli e dolori, ecco! Mia moglie fa la fiorista ed è una che fa (e si fa) dei mazzi così (vedi o immagina il gesto...), perché a noi hanno insegnato così. Non c’è un altro modo per fare le cose se non quello dei nostri padri, l’unico, il migliore, il solo. Ma io che sono la pecora nera, colui che fa “perdere la razza”, il primo artista di una “lungherrima” (si può dire?) dinastia di lavoratori veri, duri e puri, sono sempre stato un po’ bastian contrario, e a questa faccenda del sangue e del sudore (anche ne ho sputato davvero tanto) non ci ho mai creduto del tutto. Io credo che ci sia un modo diverso per fare le cose, e dobbiamo accettare che qualcuno lo cerchi, e magari lo trovi anche, a beneficio proprio e di tutti.

Uno dei miei comici preferiti, per esempio, in passato aveva come leitmotiv una celebre battuta: «Che lavoro fai? Non faccio niente e penso...». Lui si esprimeva in modo più colorito, io in moto più etilico (vedi Niente...), ma il senso era quello. Ci sono lavori in cui è fondamentale pensare, più che fare, agire. In generale, io sono convinto che oggi sia un po’ così per tutte le professioni.

Un po’ di sanissima meditazione serve a tutti, a quelli che pensano e a quelli che fanno. Meditare, sforzarsi di fare il vuoto dentro sé, non solo aiuta a ricaricare le batterie ma anche a fare con più serenità e motivazione. È dimostrato che la meditazione giova a tutte le professioni e ai professionisti che hanno a che fare con la creatività. Praticamente chiunque se considerate il fatto che oggi neanche un lavoro ripetitivo può più essere bovinamente eseguito. Le nuove generazioni sono costrette a mettere ingegno e fantasia in ogni cosa che fanno, nel farsi venire idee, nell’inventarsi nuove professioni, nel concepire nuovi modi per fare cose che nuove non sono, nello scoprire vie inesplorate per far evolvere in meglio il mondo. Non è detto che tutto questo sia un male. È una grande opportunità. Certo, lo ammetto, è faticoso, ma mai come oggi abbiamo modo di osservare l’evoluzione al lavoro, e la creatività è sempre stata parte integrante del processo evolutivo della nostra specie. Meditare non significa «non faccio niente e penso».

Significa darsi un modo per capire meglio la realtà e i segni dei tempi, discernere con maggiore obiettività, e fare il vuoto dentro sé serve sempre perché un bicchiere pieno non può essere riempito da Niente... E la musica in qualche modo c’entra sempre. Aiuta a fare il vuoto, ma a volte anche a colmarlo. È sempre una preziosa, discreta, umile, creativa e insostituibile alleata.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO
Agosto /Settembre

di Mauro Tabasso - Un giorno un amico saggio mi disse: “Dobbiamo abitare bene il nostro corpo”. Si, ma che si fa se è lui che ti sta sfrattando? Purtroppo per me il mio secondo nome è Ansia. Ho passato buona parte della vita a pensare di dover dimostrare qualcosa, quindi, nel mio caso, è tutto sommato logico. 

Mi sono procurato un vastissimo campionario di tutti i disturbi psicosomatici immaginabili, potrei tenere un master su cause, sintomi, prognosi e profilassi. Cito direttamente da Wikipedia: “L’ansia è uno stato psichico di un individuo, prevalentemente cosciente, caratterizzato da una sensazione di intensa preoccupazione o paura, spesso infondata, relativa a uno stimolo ambientale specifico, associato ad una mancata risposta di adattamento da parte dell’organismo in una determinata situazione, che si esprime sotto forma di stress per l’individuo stesso”. È abbastanza chiaro, mi pare. Un creativo non dovrebbe mai vivere nell'ansia, che per definizione non favorisce la creatività. Fare il compositore di mestiere significa vivere di ciò che si crea; se non si crea non si mangia, quindi essere in ansia equivale a non lavorare o a farlo male; in conclusione tutto ciò significa non lavorare.

È un sillogismo che sulla carta non fa una piega. Comporre musica è un mestiere oggi frenetico; quando ti commissionano qualcosa (e ringrazia che te la commissionano) deve essere pronto per ieri, possibilmente anche prima. In fretta e bene, in anticipo e bene. Quindi o si trova il modo di contrastare l’ansia (da prestazione, nel caso specifico) oppure semplicemente devi cambiare mestiere, se no oltre al corpo sarà anche il lavoro a sfrattarti. 

Io non sono mai riuscito a trovare un modo efficace per contrastare questi malesseri, eppure negli anni ho provato ogni cosa. Yoga, Training autogeno, Valeriana, Camomilla, Ignatia Compositum, Grappa barricata e ogni sostanza lecita che possa venirvi in mente, sempre con scarso o nessun risultato. La cosa che in assoluto ho trovato più efficace è la rinuncia al pensiero di avere tutto sotto controllo. Sì, proprio la rinuncia. In vita mia ho rinunciato a tante cose, dunque posso anche rinunciare a un pensiero, no? Ho accettato che non posso occuparmi di tutto e non posso avere il controllo di molte cose, che, di fatto, devo delegare a qualcun altro (cosa difficilissima per uno puntiglioso sul lavoro come me). Ho accettato che l’ispirazione, la musica che scrivo non la posso forzare; se viene viene, e se non viene non sono stato abbastanza ricettivo, abbastanza sensibile per raccoglierla. 

Ma soprattutto ho accettato di vivere quello che faccio come un dono, un privilegio, che ogni giorno si rinnova. Ogni volta che scrivo tre righe, provo stupore perché è qualcosa che non ho mai ascoltato prima. A volte provo vergogna perché non sempre quello che esce mi piace, o mi sa di già sentito, tuttavia è una parte di me che si manifesta, quindi la accolgo con gratitudine, riservandomi poi di esprimere un giudizio; la lascio fluire, sognando sempre di fare meglio e sempre tenendo un occhio sul quel foglio bianco che devo riempire, perché è attraverso di lui che pagherò le mie bollette. 

Dopo la rinuncia, c’è il perdono (di me stesso e degli altri). Questi due passi hanno cambiato enormemente la mia vita. La prima perché se certe cose perdono importanza potrai anche fregartene di loro e liberarti da un peso, il secondo perché ogni giorno mi ricorda che non sono Superman; lui ha la Super Vista mentre io la Super Svista, quindi sbaglio e non devo pretendere la perfezione da me. Se vivo senza sensi di colpa sono già perfetto nella mia imperfezione. Cerco di essere occupato, ma non preoccupato. Questo cammino mi sta portando a vivere da indifeso, soprattutto davanti alla musica, e questo mi permette ogni giorno di gustarla come un dono. Non ho ancora risolto molti dei miei fastidi psicosomatici, ma una cosa l’ho appurata: il mio corpo è la mia casa, e nessuno, nemmeno io ho il diritto di sfrattarmi.

Mauro Tabasso
DIAPASON
Rubrica di NUOVO PROGETTO di Febbraio 2017