Quando l’allievo è pronto

- di Rosanna Tabasso - 

La storia del Sermig è partita dalle emergenze della vita dell’uomo. Abbiamo cercato attorno a noi le risposte nel “fare”… Subito è affiorato il bisogno di significati più grandi. È iniziata la riflessione comunitaria sul nostro essere uomini, sul nostro farci strumenti di Dio. Abbiamo capito che dovevamo cercare delle chiavi di lettura della realtà nel confronto con persone credibili, con dei testimoni. Il confronto, il far domande sono diventati il nostro metodo per entrare nella vita vera.

“Quando l’allievo è pronto arriva il maestro” è un detto che frequentando il Sermig tutti imparano. All’inizio lo ripeteva spesso Ernesto, quasi come un intercalare, e ben presto è entrato a far parte del nostro stile di vita. Esprime bene l’idea che il centro del percorso educativo della nostra Fraternità è che ogni donna, ogni uomo – giovane o meno giovane – deve essere pronto a farsi allievo. Cioè a prendere coscienza che non basta a se stesso, che ha bisogno degli altri, ha bisogno di porre domande per imparare. Per iniziare ad imparare il primo passo è l’umiltà di “sapere di non sapere”, l’umiltà di non porsi in un atteggiamento di sufficienza o di sfida, come chi si sente già arrivato. Vale nei rapporti con gli altri all’interno della Fraternità, vale anche nella relazione con Dio.

Uno dei momenti della nostra formazione settimanale si basa sulla condivisione della propria vita attraverso il porre domande all’animatore. L’allievo che sa porre domande è pronto per recepire le risposte, è pronto ad ascoltare il maestro, ma soprattutto ha acquisito un metodo che gli permette di crescere.

Risuona spesso tra le mura dell’Arsenale un versetto della Bibbia che è entrato a far parte della Regola della Fraternità: “Se vedi una persona saggia, va' presto da lei; il tuo piede logori i gradini della sua porta” (Sir. 6,36). Il saggio di cui parla la Bibbia è il maestro che il nostro cuore riconosce: pacificato nel cuore, modesto eppure pieno di sapere, umile, capace di guardare le cose da vicino, anzi da dentro, senza smettere di avere uno sguardo proiettato sul futuro.

Il Sermig è cresciuto e noi siamo cresciuti frequentando persone così, imparando a riconoscerle per poi frequentarle spesso e non lasciarle più. Interroghiamo continuamente i nostri maestri, pronti a cambiare anche tutte le nostre idee, se nel confronto capiamo di essere andati fuori pista. Ci sono casi in cui accettiamo sulla fiducia il loro pensiero e lo seguiamo senza discutere, altri casi in cui modifichiamo il nostro pensiero, le nostre decisioni per poi verificare, a distanza di tempo, che nel confronto ci avevamo guadagnato. “Sono donne e uomini di Dio, accompagnatori spirituali, maestri provati dal tempo, dalla vita e dal silenzio, capaci di riconoscere l’azione della grazia e di suggerire come collaborare con essa” - dice la Regola del Sermig. Ma il confronto è costante anche con “il mondo della buona volontà”, donne e uomini che prendono le distanze dalla fede ma che nel loro rigore di pensiero hanno sempre dialogato con noi e spesso ci hanno aiutato a discernere i segni dei tempi. E proprio l’attenzione ai segni dei tempi, il conoscere le sfide che il nostro tempo pone, l’approfondire, è diventato centrale nella vita della Fraternità.

Quando l’allievo è pronto, arriva sempre un maestro. Se come allievi acquisiamo la mentalità dell’umile ricerca, i maestri arrivano davvero. E non sono solo e sempre i grandi uomini di pensiero e di fede. A volte sono i più piccoli a farci da maestri e anche i poveri. A volte l’ultimo arrivato in Fraternità indica una soluzione non ancora trovata e una persona che bussa alla porta con il peso dei suoi problemi e dei suoi drammi ti insegna di te stesso, della vita, del valori quanto un maestro di spiritualità. L’altro è sempre un maestro di vita, se non temiamo il suo essere diverso, se non ci difendiamo, se lo avviciniamo con rispetto, lo conosciamo, lo accogliamo.

Anche l’imprevisto - un problema inaspettato, un tempo di sofferenza, una malattia improvvisa, il campanello che suona fuori orario… - diventa maestro di vita: “l’imprevisto accolto” è il quarto punto de “Lo spirito che ci guida” e la capacità di adattarsi con amore alle situazioni non programmate è una delle caratteristiche richieste a chi decide di vivere nel Sermig. Costringe ad uscire dal proprio schema, porta al largo dove non ci sono troppe certezze, dove ognuno può scavare dentro se stesso e trovare risorse inaspettate. Puoi arrivare a scoprire di essere come non pensavi di essere: sia in quello che sei che in quello che sai fare. Può essere che una persona timida scopra di essere portata alla comunicazione. Si tratta di “lasciarsi fare” dalle persone vicine, lasciarsi mettere in discussione, criticare, affidandosi al loro giudizio.

Gli Arsenali sono laboratori di formazione permanente dove – come dice la Regola - entriamo “in un cammino di formazione personale e comunitario, che durerà per tutta la vita”. Chi intraprende questo cammino, per scelta di vita o come volontario, si trova coinvolto in un percorso che, se lo desidera, l’aiuterà a crescere in tutte le fasi della sua vita in uno sviluppo armonioso del corpo, del cuore, della mente per diventare docile strumento nelle mani di Dio.

Il Sermig non è un centro di formazione per operatori del sociale, ma è un luogo dove anche le persone che vengono per “fare qualcosa per gli altri” scoprono di aver bisogno di ricevere, di aver bisogno di imparare. Lo spostamento di obiettivo avviene gradualmente, con un’azione educativa indiretta: è l’ambiente che porta a questa riflessione. Quando si propone direttamente a qualcuno di fare un cammino su di sé, magari per cambiare qualche aspetto del proprio carattere, è raro che si trovi una disponibilità - non siamo più abituati a guardarci dentro, dobbiamo “fare”, avere delle sicurezze, non metterci in discussione, non modificare la nostra vita.
In questo laboratorio di vita che è l’Arsenale si prende però coscienza che se non cambio io, non cambia niente attorno a me. E si è continuamente “spiazzati”: se si vuole veramente crescere bisogna accettare di uscire dall’ambito in cui ci si sente già qualcuno. Nessuno è disposto a farlo inizialmente. Accade pian piano, con l’aiuto della comunità: si cerca di dimenticare ciò che si sa “fare” per imparare semplicemente ad “essere”.
In questo cammino la persona non è mai passiva, non subisce, anzi è estremamente attiva, reattiva e la sua capacità di riflessione cresce. Allora può essere che - un giorno - un avvocato tralasci le cause e faccia le pulizie e che un commercialista accetti un servizio in cucina…
E non si sentano sminuiti ma arricchiti, perché condizione indispensabile per continuare ad imparare – come ripete spesso Ernesto - è non entrare nell’abitudine, non smettere mai di stupirsi.


 

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