Acqua potabile cercasi

di Guido Morganti - NP dicembre 2013

In tanti villaggi soprattutto del terzo mondo non si ha a disposizione acqua sicura. Concretamente il gruppo Re.Te. del Sermig ha incominciato ad affrontare la situazione quando gli amici di Rishilpi, organizzazione umanitaria in Bangladesh che si adopera per gli intoccabili, ci avevano sottoposto il problema della elevata presenza di arsenico nelle acque di falda. La potabilizzazione diventa uno degli obiettivi della Re.Te., affrontata inizialmente attraverso la clorazione.

Si realizza un dispositivo che produce ipoclorito di sodio da sale da cucina disciolto in acqua attraverso un processo di elettrolisi. Due elettrodi di titanio rivestiti di ruterio alimentati da un pannello fotovoltaico da 5W (lo stesso che viene utilizzato per la realizzazione delle lampade di Aladino) permettono la produzione di disinfettante capace di eliminare l’inquinamento batteriologico presente in 700 litri d’acqua. In altri allestimenti del cloratore l’alimentazione elettrica viene fornita in vari modi, ad esempio col carica batterie del cellulare.

In seguito, proprio per affrontare il problema di Rishilpi, alla clorazione si affianca lo studio per applicare in modo semplice ed efficace il principio dell’osmosi inversa. Già nel 2007 si era avviato lo studio di un potabilizzatore a filtrazione con pressioni da 5 bar, alimentato o da pannelli fotovoltaici o azionato da energia umana con bicicletta. Nel 2011 tutta questa attività di studio, ricerca, sperimentazione e realizzazione prende il nome di Fonteviva.

Fermiamoci su alcuni termini. Immaginiamo di avere due recipienti uguali, uno con acqua inquinata e l’altro con acqua pura in pari quantità. Se i due fluidi entrano in contatto, si mescolano per bilanciarsi. Cioè l’acqua pulita non lo è più! Invece di mescolarli inseriamo tra i due una membrana semipermeabile che trattiene i solidi disciolti. Affinché si stabilisca un equilibrio di concentrazione, l’acqua pura, che ha una concentrazione minore, passa attraverso la membrana per mescolarsi con il fluido a maggiore concentrazione. Questo processo prende il nome di osmosi. La differenza di altezza di fluido nei due recipienti di raccolta viene definita pressione osmotica. Per ottenere il risultato contrario, cioè se vogliamo che il fluido con maggiore concentrazione (quindi inquinato) passi nel fluido a minore concentrazione con i suoi solidi disciolti bloccati dalla membrana, che fa da setaccio, si deve applicare una pressione che superi la pressione osmotica. Si deve pertanto pressurizzare l’acqua inquinata per farla passare attraverso la membrana e ottenere acqua senza inquinanti. Si ha in pratica l’inversione dell’osmosi. Il processo non è naturale come l’osmosi, bisogna applicare energia.

Nelle realizzazioni della Re.Te. la pressurizzazione avviene ottenendo energia elettrica che alimenta il dispositivo di pressurizzazione o attraverso pannelli fotovoltaici (sia quelli con accumulo di energia elettrica sia senza accumulatori) o attraverso energia cinetica ottenuta con l’idropedale, in pratica pedalando. Mediante una pompa a palette, viene aspirata l’acqua inquinata, che in sovrappressione passa attraverso un prefiltro a carbone, e quindi in membrane di diametro dell’ordine del milionesimo di millimetro (nanofiltrazione) eliminando ogni tipo di inquinamento sia chimico-fisco, che batteriologico-virale.

Attualmente sono oltre 70 i cloratori e i potabilizzatori funzionanti con idropedale o pannelli fotovoltaici inviati in varie parti del mondo, tra cui India e Bangladesh in Asia, Guatemale,Haiti, Perù in America latina; Romania in Europa; Burkina, Cameroun, Ciad, Congo Brazaville, Guinea, Guinea Bissau, Madagascar, Mali, RD Congo, Rwanda, Niger, Senegal, Tanzania, Togo in Africa.


 

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