Il mistero dell’uomo

di Renato Bonomo - NP ottobre 2013

IL PROBLEMA. Capire chi effettivamente siamo e in che cosa consista la nostra coscienza che nell’IO si manifesta è un problema antico. Ma è nell’età moderna che vengono proposte alcune tra le più importanti riflessioni sull’argomento: ci riferiamo ai ragionamenti di Cartesio (1596-1650) e di Kant (1724-1804) che hanno trattato il problema dell’IO in termini innovativi. Prima di loro pensare significava riprodurre nella nostra mente la realtà esterna e volere significava agire in coerenza con tale realtà.

LA PROPOSTA DI CARTESIO. Con Cartesio la relazione si è invertita. È veramente possibile affermare il primato del mondo sulla coscienza quando mi rendo conto che l’unica cosa di cui sono assolutamente certo è che io sono perché penso? Ancora: come fa ad esistere il mondo se non c’è nessuno che lo pensa? Per Cartesio ha senso parlare delle cose solo perché c’è un IO capace di pensarle. È una riflessione che ha ormai trecento anni ma che la nostra cultura contemporanea continua a far propria. Basta leggere la lettera che Eugenio Scalfari, fondatore del quotidiano “Repubblica” ha scritto a papa Francesco nello scorso settembre. Scalfari poneva tre domande al papa e nella terza scriveva: “Papa Francesco ha detto durante il suo viaggio in Brasile che anche la nostra specie perirà come tutte le cose che hanno un inizio e una fine. Anch’io penso allo stesso modo, ma penso anche che con la scomparsa della nostra specie scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio e che quindi, quando la nostra specie scomparirà, allora scomparirà anche Dio perché nessuno sarà più in grado di pensarlo. Il Papa ha certamente una sua risposta a questo tema e a me piacerebbe molto conoscerla”. Il presupposto di Scalfari è cartesiano: se non c’è più un pensiero che possa pensare Dio allora Dio scompare.

LA PROPOSTA DI KANT. Con Kant facciamo un ulteriore passo in avanti. Arriva a sostenere che la nostra coscienza non è passiva di fronte alla realtà ma in qualche modo la modifica nell’atto stesso di conoscerla. La nostra coscienza è attiva e dà una particolare forma al mondo per poterlo comprendere. Noi conosciamo secondo spazio, tempo, relazione di causa ed effetto ma non è detto che la realtà esterna sia effettivamente strutturata in questo modo. Ne consegue che non sapremo mai come sia veramente il mondo; noi potremo semplicemente conoscerlo per come si presenta alle nostre facoltà conoscitive. È lo stesso oggetto a doversi adeguare alle strutture conoscitive del soggetto. Una grande intuizione che cambiò il modo di pensare occidentale e che ridefinì i rapporti tra la coscienza e il mondo aprendo le strade a delle riflessioni che vedranno la coscienza addirittura come origine della realtà.

OGGI. Nella contemporaneità, grazie in particolare all’opera di Nietzsche, gli approcci cartesiani e kantiani sono stati radicalizzati e hanno fatto molta strada – ben oltre le intenzioni degli autori – passando dall’ambito conoscitivo a quello morale: in fondo tutto dipende da noi, tocca a noi, individualmente presi, decidere del bene del male, del giusto e dell’ingiusto, del vero e del falso, della vita e della morte. È la vittoria dell’IO sul mondo, pagata al prezzo di una deriva culturale oramai diffusa determinata da un certo relativismo e da un certo nichilismo.
Se questa è la visione dominante non è vero che non esistono prospettive diverse. Se ci fermiamo alla dicotomia “IO e poi il resto o il resto e poi l’IO” non usciremo dalle secche di una sterile contrapposizione. La vera alternativa non è radicalizzare le posizioni ma puntare sulla libertà e sulla responsabilità proprie della nostra coscienza. Occorre percorrere una soluzione che riconosca la libertà connaturata alla nostra coscienza ma al tempo stesso non la assolutizzi. Non più prima uno e poi l’altro ma finalmente insieme.
Dobbiamo ammettere che la coscienza individuale si trova sempre in un contesto dato: non decidiamo infatti quando, dove e con quali genitori nascere. Ma da questa condizione in cui è gettata, la coscienza può definirsi in un orizzonte di libertà che non è certo assoluta ma che è comunque rilevante perché è capace di abbracciare strade nuove e inedite da seguire.
La nostra coscienza è il patrimonio più prezioso che abbiamo, il più intimo e se guardiamo alla storia non possiamo che trovare una conferma. Come mai tutti i regimi totalitari creano apparati terroristici terribili e allestiscono macchine propagandistiche colossali? Perché sanno che il vero ostacolo all’affermazione del loro potere è la coscienza individuale. E le uniche soluzioni rimangono la manipolazione o, in caso di recidiva, la morte.
In conclusione noi non sappiamo ancora chi siamo e dove andiamo, ma per essere fedeli alla nostra coscienza dobbiamo curare i rapporti con gli altri (perché esistono veramente, non sono una mia invenzione!) e con noi stessi. Ma forse è più importante di tutto tornare a noi stessi perché come ci ricorda Martin Buber ogni persona che trasforma se stessa trasforma il mondo.


 

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