Il vangelo di Marco (20/21)

di p. Mauro Laconi, op - Mc 13: sempre con Gesù (1/2).

Francesco Hayez, La distruzione del Tempio di Gerusalemme, particolare1) il testo

Abbiamo visto nella precedente riflessione crearsi, nel Tempio di Gerusalemme, una forte tensione tra Gesù e Israele, che viene a frapporsi tra loro e li distanzia quasi come uno spazio fisico. Ora (cap. 13), Gesù lascia il Tempio con i discepoli, scende la valle del Cedron, risale la collina chiamata Monte degli Ulivi, e vede di fronte a sé la città ed il Tempio.
Di fronte a quello spettacolo grandioso viene fuori un discorso tragico sulla fine del mondo, introdotto dalla predizione sulla fine del Tempio e di Gerusalemme. Questo discorso viene detto escatologico (letteralmente discorso finale, relativo alla fine), aggettivo derivante da una parola greca che significa la fine, la fine di tutto: ci viene detto quindi come si conclude la grande vicenda del mondo.

Vediamo come si svolge questo discorso. Vi è anzitutto la predizione sul crollo del Tempio, ed i discepoli, preoccupati, chiedono quando ciò accadrà. Gesù, anziché rispondere subito, fa un lungo discorso, riferito non più alla fine del Tempio ma alla fine del mondo, e ne indica i segni con il seguente ordine. Segni premonitori di tipo storico: guerre, carestie, terremoti (in Luca anche pestilenze) e di tipo ecclesiale: la persecuzione della Chiesa e dei credenti. La caduta di Gerusalemme, identificata con il mondo, descritta con termini presi dai profeti (in particolare Daniele). Segni di tipo biblico: falsi cristi e falsi profeti e segni di tipo cosmico: il sole si oscura, le stelle cadono. Infine la parusia, cioè la venuta finale del Cristo.
Dopo tutto questo discorso, finalmente Gesù si decide a rispondere alla domanda dei discepoli, anzi risponde e non risponde, e poi ne trae le conclusioni evangeliche: “Vigilate”. Sono pagine difficili, dal linguaggio in parte anche strano, che colpiscono, lasciano perplessi in quanto pongono parecchi problemi se ci si ferma ad una interpretazione letterale.


Harry Anderson, La seconda venuta2) i problemi

Ci si trova di fronte ad un testo che è riferito ad avvenimenti diversi, senza una chiara distinzione tra di essi; che ha un linguaggio che non è il linguaggio abituale di Gesù; che sembra avere delle contraddizioni; che proclama l’ignoranza dell’uomo Gesù sul tempo della fine.
Il discorso di Gesù inizia dunque con la distruzione del Tempio e la caduta di Gerusalemme (quando capita questo, quelli che si trovano in Giudea fuggano sui monti .... e chi si trova sulla terrazza non scenda in casa). L’allusione alla caduta di Gerusalemme, allusione di tipo profetico, è chiara, realmente Gesù sta riferendosi a quell’avvenimento. Però non si limita a quello: il sole si oscurerà, la luna non darà più il suo splendore, gli astri si metteranno a cadere dal cielo, le potenze dei cieli saranno sconvolte. Questo è uno sconvolgimento cosmico, cui segue la venuta del Figlio dell’uomo: “Vedranno il Figlio dell’Uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria”.
I due eventi, la caduta di Gerusalemme, che è avvenuta nell’anno 70 sotto i colpi delle legioni romane, e la fine del mondo, si sovrappongono e si incrociano l’uno con l’altro. Occorre ricordare cos’era il Tempio per Israele, non un semplice luogo nel quale radunarsi a pregare, ma il segno della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il Tempio quindi coincideva con la realtà stessa del popolo, con il suo destino, ed il crollo dell’uno era la fine dell’altro. È naturale quindi che il crollo del Tempio, la fine del popolo, sia non solo una introduzione adatta al discorso sulla fine del mondo, ma sia sentito come intimamente connesso con la fine.

Seconda osservazione: c’è veramente in questo discorso un linguaggio di tipo apocalittico (il sole si oscura, la luna non dà più luce, il cielo scompare, gli astri cadono sulla terra), e questo tipo di linguaggio Gesù non l’ha mai usato altrove. Gesù ha preferito raccontare le sue parabole limpide, pronunciare i suoi discorsi chiari, compiere gesti messianici immediatamente comprensibili, piuttosto che usare il linguaggio apocalittico.
Questo linguaggio Gesù non l’ha certamente amato. C’è quindi chi ha sostenuto che la Chiesa ha riformulato il discorso escatologico di Gesù usando quel tipo di linguaggio che poi farà parte del modo di esprimersi della Chiesa. Si è data questa soluzione: questi frammenti, queste schegge di linguaggio apocalittico non sono di Gesù, ma della Chiesa che ci ha riproposto il suo discorso.
Indubbiamente non possiamo attenderci di vedere registrate nel vangelo le parole esatte che Gesù ha pronunciato. Né sul Monte degli Ulivi né altrove vi poteva ovviamente essere la presenza di uno stenografo o di qualcuno munito di un registratore. Ciò che leggiamo è il contenuto sostanziale del discorso, e quindi vi possono essere effettivamente delle parole che non appartengono al linguaggio usuale di Gesù. Ma sembra esagerato che si voglia pretendere di capire la psicologia di Gesù fino al punto di decidere se poteva o non poteva aver usato un certo tipo di linguaggio. Gesù, tenuto conto dell’argomento trattato, può benissimo aver usato qualche elemento di tipo apocalittico.

Terza difficoltà: Gesù in questo discorso profetizza come imminente la fine del mondo la quale però non si è ancora realizzata dopo duemila anni. Alla domanda dei discepoli di quando accadrà questo, la risposta di Gesù è chiarissima e pronunciata nel suo modo di esprimersi più solenne: “in verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute”.
Qualcuno si è sentito in dovere di difendere le parole di Gesù, pur non ammettendo un suo apparente sbaglio, e si è escogitata una soluzione di tipo apologetico: non parlava della fine del mondo ma della fine di Gerusalemme che in effetti si è realmente compiuta quaranta anni dopo. Così tutto sarebbe chiaro, se questa soluzione non fosse in contrasto con quello che aggiunge Gesù: “quello che dico a voi lo dico a tutti”. E se dice questo a me che vengo non quaranta anni, ma duemila anni dopo, vuol dire che si tratta di qualcosa che riguarda anche me, e la caduta di Gerusalemme non mi riguarda più. Ci sono anche altri punti del vangelo in cui Gesù ha fatto delle affermazioni di questo genere, ha dichiarato che la fine del mondo è imminente. Nel cap. 9 ad esempio, al primo versetto, ha usato una frase analoga: “in verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non moriranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza”.
Questa frase parla della fine del mondo: la morte falcia in continuazione vite umane, ma vi sono alcuni che non morranno prima di aver visto il regno di Dio con potenza. Ce ne sono anche altre e noi potremmo raccogliere tutta una serie di queste frasi e concludere con sicurezza che Gesù ha annunciata come imminente la fine del mondo, anche se questo ci pone dei problemi.
D’altra parte è altrettanto sicuro che la prima generazione cristiana credeva davvero che la fine del mondo fosse imminente. Paolo nella sua predicazione parlava con tanta persuasiva eloquenza della prossima fine del mondo che in certi posti (a Tessalonica) l’han preso alla lettera, e non facevano più niente, in attesa della fine. Così lui dovrà scrivere una lettera ai tessalonicesi per dire che la fine del mondo è sì vicina, ma non così imminente da non condurre una vita normale. E anche nella lettera ai Romani Paolo si dice convinto che la fine del mondo sarà imminente, ed esprime la speranza di essere tra quelli che alla venuta di Gesù saranno ancora vivi.

Icona greca della seconda venutaDunque, con una interpretazione letterale del discorso di Gesù, ci troviamo di fronte ad un suo apparente sbaglio. Non solo, ma vi è pure una contraddizione; Gesù non ha dato solo questa risposta, ma anche una seconda: “Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre”. Questa risposta non solo è contraddittoria alla precedente, ma pone un nuovo problema: Gesù dice che riguardo all’ora della fine del mondo non ne sa nulla. Gesù non lo sa. La comunità primitiva si è un po’ scandalizzata di questo fatto, e difatti in molti codici del vangelo di Matteo questo particolare è omesso.
Anche qui qualcuno ha tentato delle spiegazioni, partendo dal presupposto che Gesù, nella sua umanità, ha una scienza immensa. Fra il divino e l’umano c’è una tale comunicazione che non si può, non si deve parlare dell’ignoranza di Gesù. Nel XIX secolo il Santo Ufficio aveva addirittura emanato un decreto nel quale condannava tutti colo che in qualsiasi forma parlassero dell’ignoranza di Gesù come uomo: non se ne può parlare, perché l’ignoranza è qualcosa di negativo, e di Gesù non si può dire nulla di negativo.
Ed allora i teologi hanno tentato delle spiegazioni del tipo: il Figlio non lo sa? Non è che non lo sappia, ma lo vuol solo dire. Però è Gesù stesso che afferma di non sapere, e se Gesù lo dice, è possibile che sia così. Dall’emanazione di quel decreto è passato molto tempo, la lettura della Scrittura è diventata più critica, ed oggi si parla tranquillamente dell’ignoranza di Gesù, perché lo dice lui.

Nel vangelo di Marco abbiamo già trovato altre ignoranze di Gesù, che fa delle domande per sapere, come ogni uomo. Gesù non è una specie di meccanismo telecomandato che sa già tutto prima, ma è un uomo e, come tale, ignora molte cose. Certo la sua scienza era sconfinata per quello che riguardava il messaggio della salvezza, tutti i tesori della conoscenza e della sapienza erano a questo fine racchiusi nel suo cuore, ma quante cose umane Gesù non sapeva! Gesù era veramente un uomo, e un uomo del suo tempo. Accettando di essere uomo ha accettato anche i limiti dell’umanità, e tra questi l’ignoranza. L’ignoranza, poi, non possiamo vederla solo sotto un aspetto negativo. Un uomo che sapesse tutto sarebbe un mostro e, fortunatamente, non è mai esistito.




Fonte: da Progetto 1991

 

 Vai alla home dello speciale dedicato a p. MAURO LACONI op